The Killing – 3×10 Six Minutes

The Killing - 3x10 Six MinutesBistrattato da alcuni, ignorato da molti, cancellato e poi resuscitato da AMC, The Killing ha lentamente riconquistato l’interesse della critica con una terza stagione impeccabile. E, proprio quando sembrava impossibile fare di meglio, arriva la ciliegina, con quella che, ci sbilanciamo, è una delle ore più belle e intense dell’intera stagione televisiva americana.

“Everything is moving slowly, but happening so quickly, too.”

The Killing - 3x10 Six MinutesIl Tempo, col suo lento incedere perpetuo, è sicuramente una delle cifre caratteristiche di The Killing, fin da quando, con fredda precisione, scandiva attraverso il passare dei giorni gli episodi delle prime due stagioni. Ora, le lancette corrono sopra le ultime dodici ore di vita di un uomo, passando, con la loro spietata indifferenza, su errori, sensi di colpa e rimorsi indelebili. Il Tempo non permette correzioni: marcia avanti e ti lascia indietro. Non a caso, un orologio svetta sul muro della sala dell’esecuzione, tornando poi più volte nelle inquadrature dell’episodio, riflesso nei vetri o sopra le teste dei personaggi, come un destino ineluttabile che incombe sulla loro umana impotenza.

The Killing - 3x10 Six MinutesSei minuti: è il tempo che in media impiega un impiccato a morire quando il colpo secco della botola che si apre sotto di lui non basta. Veena Sud (che curiosamente ha scelto di scrivere questo episodio, lasciando il season finale ai suoi due fidati collaboratori) sembra dilatare questi minuti con i mezzi che la tv offre, trasformandoli nelle 12 ore di agonia di Ray Seward, già morto, già impiccato, eppure ancora vivo e costretto a soffrire, con il suo passato che gli si stringe intorno al collo e continua a torturarlo anche negli ultimi istanti della sua vita. Tutto si muove lento in questo episodio, eppure si arriva alla conclusione col fiatone, come al termine di una corsa disperata, finita la quale, però, ci si accorge di essere arrivati ultimi. E che è stato tutto inutile.

“Do you believe in happily ever after?”

The Killing - 3x10 Six MinutesE mentre il tempo scorre, lo spazio si restringe, si riduce alle stanze di una prigione, mai come prima palcoscenico su cui prende vita un dramma umano. La teatralizzazione della storyline di Seward è stata sempre evidente, non fosse altro per il suo scorrere quasi a parte rispetto al plot centrale; tuttavia, in questo episodio, totalmente incentrato sul condannato a morte, tale impronta è ancor più manifesta. Non a caso, tutto si apre con una sorta di “prova generale”, come se gli attori, prima di entrare in scena, si esercitassero ripetendo il proprio copione, facendo i gesti che sono stati loro assegnati, simulando con un manichino ciò che poi avverrà nella realtà. Il manichino, appunto, che non solo simboleggia la disumanizzazione di cui si macchia il sistema “pena di morte”, trattando un essere umano come un oggetto da rigettare, ma che è anche simbolo di come il Tempo, con le sue lancette, si rapporta agli esseri umani, dei nobody seppelliti nel suo cimitero, senza che venga offerta soluzione catartica ai loro sensi di colpa, ai loro errori o alla loro sofferenza.

“We never stay… and in the end… we lose everyone”

The Killing - 3x10 Six MinutesL’asciutta regia ci regala immagini che sembrano quasi frame, incastonati come in una cornice, tra specchi (Adrian e Holder), vetri (Adrian e Linden) e fotografie (il compleanno di Trisha), come a tentare di fermare momenti, sensazioni, attimi, prima che il Tempo li porti via. E in questa angoscia si parla, si corre, ci si insegue, tra sbarre, vetri, porte, corridoi, senza trovarsi mai, senza mai raggiungere un contatto, con la paura della propria solitudine e dei propri sensi di colpa ad attanagliarti. Si desidera una via d’uscita, ma stavolta, cara Linden, non si scappa; questa volta si rimane, fino alla fine, guardando in faccia quella “broken part” che è sì il proprio scudo, ma anche il proprio fardello. Non si abbandona più l’altro, perché non è detto che poi si venga sempre abbandonati, non è detto che si finisca sempre per venire feriti, poiché il prossimo è comunque l’unica soluzione per trovare conforto.

“Is it me you’re trying to save, or yourself?”

The Killing - 3x10 Six MinutesE in questa girandola, i ruoli si confondono, i differenti attori in gioco scoprono progressivamente un comune male di vivere, che li ha resi dei mostri e che li ha portati a ferire, fino anche alle estreme conseguenze, gli innocenti che invece avrebbero dovuto proteggere: Jack, il figlio di Linden, Adrian, il figlio di Seward, Bullet, la “figliastra” di Holder, e Frank, il figlio di Becker. Costretti a fronteggiare le conseguenze delle proprie azioni, i quattro protagonisti di questa pièce reagiscono in modo diverso: Holder si sfoga contro la morte che gli ha portato via Bullet, ma poi cerca consolazione in Adrian; Linden si prodiga a salvare Seward come riscatto per se stessa (Why are you here?Because I made a mistake); Ray, alla fine, accetta i propri errori per tentare di mostrare il suo vero io al figlio; Becker, invece, sfoga la sua frustrazione contro il prossimo, in un ritratto prima di profonda meschinità e poi anche di vigliaccheria nel momento in cui, costretto a guardare davvero in faccia il risultato delle proprie azioni, è l’unico tra tutti che rinuncia a fare il proprio dovere.

The Killing - 3x10 Six MinutesChi, alla fine, trova il coraggio di non arrendersi è Sarah Linden, che vuole ad ogni costo un riscatto per se stessa, prima cercando di salvare Seward, poi tentando di ricucire un rapporto padre/figlio che sa di parziale consolazione per il suo fallimento di madre. “I know what you’re doing” sono le sue parole quando vede in Seward il tentativo di voler sembrare marcio a tutti i costi, come per auto-punirsi delle proprie colpe. “I know what it’s like…” è il passaggio successivo, in cui la donna si riconosce nell’incapacità di reagire del condannato, in quell’impulso all’auto-distruzione che si porta avanti nonostante si sia consapevoli di essere innocenti. E quel confronto, che a inizio episodio era freddo e distaccato, si priva così, lentamente, del vetro divisorio della sala visitatori, fino alla fusione degli ultimi istanti, in cui il respiro agonizzante di uno diventa il sussulto dell’altra, confodendosi l’uno con l’altro quasi fossero diventati la stessa cosa.

The Killing - 3x10 Six MinutesSul finale il Tempo torna a dilatarsi, in quegli ultimi momenti che in realtà sono solo secondi, ma che appaiono interminabili. Con la morte di Ray Seward si chiude un episodio che verrà ricordato per la sua grandissima intensità, per il “gigantismo” di Peter Sarsgaard, per la sempre straordinaria Mireille Enos (ma una menzione va anche a Hugh Dillon, negli scomodi panni della “guardia cattiva”) e per la perfezione di una sceneggiatura che gestisce con cura ogni parola, ogni dialogo, ogni variazione di ritmo. Ci aspetta ora solo il gran finale, lo scioglimento dell’intreccio che, paradossalmente, è come se fosse improvvisamente passato in secondo piano. E proprio questo è l’interrogativo più grande: come riuscire ora ad arrivare ad un efficace climax drammatico finale dopo le emozioni di questo episodio? Vedremo se Veena Sud sarà ancora in grado di sorprenderci.

Intanto, la showrunner ci lascia addosso un profondo senso di impotenza nei confronti del destino, che è unico per tutti, ovvero l’essere soggetti al Tempo che non perdona, protagonista silenzioso di questo episodio, simbolo di quella transitorietà senza senso della vita che ci appare intollerabile. Il suo modo di agire può essere espresso parafrasando un cinico Sydney Pollack in Eyes Wide Shut: “E’ solo morto qualcuno. Succede ogni giorno. La vita continua, lo fa sempre… fino a quando, non continua più“.

Voto: 10

 

7 Risposte

  1. madshouse scrive:

    Recensione impeccabile, anche io ho avuto l’impressione a fine episodio di aver assistito per 50 minuti a qualcosa di irripetibile e, almeno per quest’anno televisivo, di unico. Impressionante come lo scandire del tempo ti entri dentro fino a fartelo vivere in prima persona.

     
  2. September scrive:

    Non sono mai stato attratto da questa serie ma dopo aver letto ( x la prima volta…) il 10 in fondo alla recensione correro a recuperarlo.
    Sapreste descrivermelo e fare parogoni sinteticamente per favore?

     
  3. Penny Lane scrive:

    Recensione stupenda per una puntata che davvero resterà nell’antologia della televisione, a braccetto con la precedente. L’intensità di The Rain of Castemare per me impallidisce di fronte al pugno allo stomaco e al coinvolgimento di Six Minutes.

    September, corri a recuperare questa serie. E’ vero che in teoria potresti anche partire dalla terza stagione, visto che si tratta di un nuovo caso, ma ti consiglio di cominciare dall’inizio. Di paragoni se ne potrebbero fare molti (Broadchurch, The Bridge, Tha Fall…per restare nelle serie più recenti), ma c’è qualcosa di unico qui. Di base si tratta di un drama poliziesco, retto profondamente dalla coppia di investigatori protagonisti, interpretati e scritti alla perfezione. La prima stagione è forse la più debole, ma gli errori (smussati già di molto nella seconda) vengono completamente rimossi in quest’ultima.

     
  4. Aragorn86 scrive:

    Grazie Penny Lane! 😉 Più che altro The Rain of Castamere (che è comunque un episodio stupendo) vive secondo me del colpo di scena e della sorpresa finale, mentre qui la narrazione ti coinvolge fin dall’inizio e ti porta verso qualcosa che forse, in cuor tuo, sai già che accadrà ma non vuoi che accada.

    September, come dice Penny Lane, la prima stagione è forse la più debole e qualche difettuccio indubbiamente ce l’ha, ma sono compensati da molti lati positivi e, se dai fiducia alla serie, vedrai che poi già dalla seconda non te ne pentirai. Conta che, a differenza di molti crime americani, non c’è un omicidio a puntata, ma un unico caso su cui i due protagonisti investigano. Le prime due stagioni sono incentrate sull’assassinio di una ragazza, mentre questa terza è completamente staccata.
    Per questo, potresti partire benissimo dalla terza stagione, ma secondo me perderesti un po’ l’evoluzione dei due protagonisti che, per me, sono due dei personaggi meglio scritti in circolazione (e interpretati divinamente), e sarebbe un peccato.

     
    • Penny Lane scrive:

      beh sì infatti il paragone con GOT era più che altro per sottolineare come la costruzione della struttura sia fondamentale per sorreggere eventi dirompenti come sono stati quelli degli episodi in considerazione. Quello di The Rain of Castemare si regge praticamente soltanto sull’effetto sorpresa (e ovviamente sulla potenza della scena in questione), qui invece la prevedibilità della morte di Seward riesce a non intaccare minimamente l’effetto finale, preparato con un crescendo costruito sapientemente nel corso dei 9 episodi precedenti.

       
  5. Son of the Bishop scrive:

    Anche io visto i voti di questa terza stagione ho cominciato a recuperare The killing september , finora ho visto solo i primi 2 episodi non mi hanno fatto impazzire , ma comunque mi sembra interessante .
    A questo punto potremmo recuperare la serie insieme XD

     
  6. dezzie86 scrive:

    Se ripenso a questa puntata mi viene ancora il batticuore, Azzeccata la metafora della corsa: davvero, alla fine ero sudato e stanco come se avessi corso.
    10 strameritato.

     

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