Top of the Lake – Just Go With The Body

Top of the Lake - Just Go With The BodyUna ragazzina esce di casa in bicicletta e inizia a percorrere una lunga strada, prima in discesa, poi in pianura. E mentre continua a pedalare, si allarga intorno a lei un paesaggio quasi lunare, dove tutto è fermo, deserto: ci sono solo lei e il rumore sempre più impercettibile della sua bicicletta a rompere il religioso silenzio del risveglio.

Inizia così Top of the Lake, la miniserie televisiva della controversa regista neozelandese Jane Campion. Trasmessa nell’estate del 2013 da Sundance TV (stesso canale di Rectify e The Honourable Woman), è la storia di Tui Mitcham, una ragazzina dodicenne appunto, che in una fredda mattinata invernale decide di immergersi fino al petto nelle gelide acque del lago di Laketop.

Top of the Lake - Just Go With The Body

In pochi silenziosissimi minuti ci viene messo davanti agli occhi un semplice antefatto, corredato dall’agghiacciante scoperta del perché Tui abbia deciso di attentare così deliberatamente alla sua vita. Sulle tracce di questo caso, si mette la detective Robin Griffin, originaria della piccola cittadina neozelandese ma da anni trapiantata a Sydney. La tenace detective è interpretata da Elisabeth Moss, la Peggy Olson di Mad Men, che sveste i panni anni sessanta della pubblicitaria di Madison Avenue per catapultarsi nell’atavica e sovrannaturale dimensione pensata dalla scrittura della Campion e di Gerard Lee (la coppia aveva già collaborato per il film Sweetie), e girata dalla stessa in collaborazione con Garth Davis.

Tutto sembra iniziare per un puro caso: il soggiorno temporaneo di Robin, in visita alla madre malata, coincide con quello che appare il tentato suicidio di Tui e la sua successiva scomparsa.

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Grazie a questo abile, e per certi versi banale, incrocio di apparenze si innesca la storia vera e propria. Non è la risoluzione del caso a fare da spina dorsale ai sette episodi di Top of the Lake: Tui e il suo segreto diventano lo specchio deformante che Robin deve attraversare per risolvere il suo passato e riconciliarsi con il suo presente.
La miniserie si inserisce perfettamente nell’elenco in cui figurano prodotti come True Detective, The Killing e, per altri versi, anche The Fall. Con i primi due, TotL condivide la stessa aria di famiglia intorno ai personaggi: il caso di una ragazzina è il mezzo con cui avviene la conoscenza prima di Robin con se stessa e poi, di conseguenza, con lo spettatore. Tui è una proiezione, un fantasma (non a caso sarà off screen per buona parte del tempo), un’ombra invadente che le impone di ricordare e di affrontare la macchia che si porta dentro da tanti anni, e che lei è convinta di aver lasciato indietro per sempre. Ad evocare The Fall è un’analogia tematica, descritta e focalizzata da occhi totalmente diversi, ma in fondo complementari: la dualità o, a tratti, la rivalità uomo/donna.

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La Campion torna qui a giocare con il suo elemento prediletto: la natura nel suo ruolo di madre. Per disegnarla severa ed intransigente, la lascia libera di sovrastare, picchiare, far cadere in ginocchio l’uomo, cioè il figlio disobbediente, e di inghiottirlo nella sua luce, di farlo affogare nella propria acqua, di soffocarlo ad uno dei suoi rami. Ma la terra è soprattutto la madre pronta ad accogliere le sue figlie, poste nel proprio grembo per custodirle gelosamente in attesa che guariscano tutte le loro ferite. Anche la serie britannica si veste di questa differenza tra l’uomo-assassino e la donna-detective, una sorta di angelo bellissimo e spietato. Ma, in entrambi i casi, i confini tra le canoniche incarnazioni di Bene e Male si confondono, scoloriscono, e sulla loro ambiguità si costruisce buona parte del fascino di questi racconti.

Top of the Lake - Just Go With The BodyA Laketop, Bene e Male si personificano nella dicotomia carnefice/vittima, ma anche questa opposizione è labile, sospetta. Gli eroi sono spezzati, facilmente distruttibili; i carnefici sono annoiati, senza scopo. In questo mondo uterino e primitivo solo la legge silenziosa del corpo si occupa di scandire il tempo, di discernere tra bene e male, come racconta la leggenda maori del lago, della sua acqua che si alza e si abbassa a ritmi regolari, seguendo i battiti cardiaci del cuore di mostro incastrato al suo interno. E un suono così intimo, primigenio, può esistere solo se si è disposti a fare silenzio e ad ascoltarlo. Proprio per questo alla fine diventa un luogo così arbitrario, anarchico: nel flusso materno tutto si mescola, si agita, si scambia, e dopo tanto chiasso non riconosci più chi sia tua madre, tuo padre, tuo figlio. I paesaggi infiniti e contemporaneamente asfissianti della Nuova Zelanda sono popolati infatti da curiosi e singolari personaggi, ognuno con una storia alle spalle, con errori espiati o ancora da espiare.

Top of the Lake - Just Go With The Body

Chi è riuscito a compiere il lungo e tortuoso percorso di riconciliazione prima con sé, e quindi con la terra che lo ha generato, diventa a sua volta il mezzo per l’altro di ritrovare la perduta sintonia con il silenzio. Non c’è provvidenza, destino, forza divina o trascendente a Laketop: esiste solo il coraggio di fermarsi, incontrarsi, abbandonarsi. Jhonno Mitcham (Thomas M. Wright), amore adolescenziale di Robin, rappresenta per l’animo inquieto della donna, appunto, il primo, vero, naturale collegamento per tendere una mano verso il futuro, invece di rimanere incastrata nell’immobilità di un finto presente. La loro storia d’amore si costruisce sull’alternanza voluta tra ieri e oggi, in uno scambio di echi e rimandi tra i loro piccoli cuori e baci di adolescenti, e poi la fame di corpo, amore, cura, una volta adulti.

Top of the Lake - Just Go With The BodyAllo stesso modo, GJ (un’irriconoscibile Holly Hunter, una sorta di sosia/proiezione androgina della regista stessa) è riconosciuta come la maestra. Questo strano essere volutamente ambiguo, senza identità o genere, senza segni identificativi (non a caso viaggia con un passaporto svizzero), ha raccolto intorno a sé un gruppo di donne reiette, meschine, affette da ninfomania o timidezza acuta, perverse, morbose, e le ha trascinate con il loro pieno benestare in un fazzoletto di terra nascosto tra le montagne. Ma GJ non aiuta, non fa loro da consulente, non è una terapista. Ordina solo di comprimere il caos del desiderio per riconquistare una condizione antica, armonica, paradisiaca – e Paradise, infatti, è il nome del luogo che si trovano ad occupare.

Top of the Lake - Just Go With The BodyDall’altra parte, invece, c’è il resto. Ci sono gli uomini, come Matt Mitcham, interpretato da un bravissimo e straziante Peter Mullan: boss della cittadina, è l’abile gestore della malavita locale ma totalmente incapace di essere padre, così come è stato incapace di essere figlio. Con lui condividono i geni sia Tui che Jhonno, ma entrambi scappano ben lontano, lo rigettano e lo disconoscono; al fianco di Matt rimangono solo gli altri due figli, Luke e Mark Mitcham. Matt è la figura che incarna la sordità, la cecità del maschio e, in generale, dell’essere umano. Nei panni di un piccolo criminale locale viene rappresentato l’abuso dell’uomo che, per nascondere la sua impotenza congenita, domina, possiede, prende indiscriminatamente, urla, comanda, impone la propria artificiale legge perché altrimenti rimarrebbe tagliato fuori dall’ordine della natura madre. Che ruolo rimane poi allo stanco dipartimento di polizia, impersonato maggiormente nella figura del sergente capo Al Parker (David Wenham)? Tutto torna: anche chi dovrebbe essere custode della giustizia, ne fabbrica una propria, maschile e quindi fallace. 

Top of the Lake - Just Go With The Body

Solo l’innocenza può salvare e deve essere salvata. L’infanzia è l’ultimo momento della vita che permette una connessione diretta con la madre: al bambino basta il respiro per riconoscere, non servono parole. Ecco che la sua violazione è l’unico, inconfondibile reato, incarnazione del Male assoluto e quindi unico atto davvero perseguibile; ma anche questo viene celato sotto la stessa coltre di ambiguità. Quindi, al centro della scena, s’impone di nuovo il ruolo del detective, o meglio: l’utilizzo logico ed instancabile della maschera del poliziotto per mettere la donna, in questo caso (ma non a caso), sulle tracce della conoscenza, della (ri)scoperta, per arrivare finalmente a dissipare la nebbia che tutto avvolge e tutto vorrebbe accomunare. E il fine ultimo non è la verità, la violenta e crudele scoperta della verità, ma il bisogno di ritrovare dentro di sé il vagito disinteressato e naturale del neonato preoccupato di essere troppo lontano dal seno materno.

Il cinema di Jane Campion viene da sempre definito femminista, facendo rimbalzare alla persona della regista lo stesso appellativo. Non è certo questa la sede per discutere dell’appropriatezza del termine, ma al fondo rimane una considerazione da fare. Top of the Lake è certo un percorso lento, dai tempi anti-televisivi, pieno di situazioni e dialoghi deliranti, con una risoluzione che funziona in molte parti, ma diventa alla fine forse troppo veloce, quasi sbrigativa. Tuttavia l’unicità della serie è solo in parte sporcata dalle difficoltà ritmiche o da possibili accuse di essere qualcosa di pretestuoso e/o presuntuoso: la scoperta di un inedito percorso non femminista, ma femminile, totalmente femminile, e nel senso più ancestrale ed universale possibile, è il vero motivo per recuperare la serie. La Campion mette in scena il suo intero pensiero, lo personifica in un doppio perturbante e androgino, lo dispiega in sette episodi e lo concretizza attraverso i mille dettagli del racconto. Il mondo femmina della regista non esclude e non è androfobico. La dimensione materna viene celebrata come archetipo e punto d’origine della vita, ma anche come sua custode, come la neutralità che include l’uomo: “donna” diventa per una volta il termine generale e generico, che accoglie invece di essere accolta.

Note:

– Elisabeth Moss ha vinto (meritatamente) per questa interpretazione il Golden Globe nel 2013 come Miglior Attrice in Miniserie o Film per la Tv. In realtà, in un primo tempo, Jane Campion aveva proposto il ruolo ad Anna Paquin: prima di diventare Sookie Stackhouse, la Paquin ha vinto giovanissima un Oscar proprio grazie al suo ruolo in The Piano, film della Campion con Holly Hunter protagonista. Ora, per quanto sarebbe stato bello (?) celebrare il ventennio dal film capolavoro della regista con il terzetto riunito, viene da chiedersi se la regista neozelandese abbia visto le ultime stagioni di True Blood. O la Paquin aveva una maledizione addosso e magari, (s)vestiti i panni di Ssssokie, si scopre che sa recitare, o dobbiamo ringraziare sentitamente Stephen Moyer per il tempismo della gravidanza (almeno una cosa buona, eh Bill?) che l’ha costretta a passare il testimone alla Moss.

 

Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

5 Risposte

  1. alessandro scrive:

    neanche un commento per questa splendida serie?

     
    • Sara scrive:

      Ma magari qualcuno che non l’aveva vista l’ha recuperata! Il che sarebbe la vera vittoria della serie (e della recensione) ☺️ No?!

       
      • alessandro scrive:

        ciao, ultimamente sto seguendo i vostri consigli e fino ad adesso mi sono trovato molto bene, oltre a questa molto bella anche durham county

        sai dirmi perchè in Italia la seconda stagione non è uscita sottotitolata, sono impazzito per cercarla

         
  2. Pier scrive:

    Qualcuno si offende se dico che è la serie che più mi ha annoiato negli utimi 4/5 anni? L’ho seguita perchè esaltata anche su altri siti ma è stata estenuante la lotta con il sonno…

     
  3. Lorenzo scrive:

    Miniserie spettacolare, una delle migliori che abbia visto… Sono stato colpito dalla visione dell’autrice del mondo: non è così ovvio ma dei serial e i film di cui si parla spesso molti sono diretti/scritti da uomini quindi percepisce il loro modo di vedere il mondo. In questo caso si ha una visione diversa.
    Dialoghi molto realistici al servizio di personaggi surreali e di una storia che riesce lì dove molti procedurali falliscono ovvero nel rappresentare lo strappo che un evento del genere provoca nella comunità e nelle persone che la abitano, e lo stato di isolazione che si prova là dove finisce il mondo (bellissimo, non a caso, il dialogo finale tra GJ e Robin).
    L’unica cosa che mi ha dato fastidio sono stati i tagli di alcune scene, forse provocato anche dal fatto che andrebbe visto tutto assieme e non diviso a puntate (che sky, tra l’altro, ha diviso in modo diverso rispetto a come si trova di solito)…

     

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