Roadies – 1×01 Life is a Carnival 3


Roadies - 1x01 Life is a CarnivalDiventa sempre più complicato tenere il conto di quante nuove serie siano in onda ed è ancora più difficile capire quali di queste valga la pena seguire fino in fondo – o finché gli ascolti reggeranno abbastanza per farle andare avanti. Nel mare magnum dei nuovi appuntamenti c’è Roadies, creata e diretta dal regista Cameron Crowe (Vanilla Sky, Almost Famous) al suo debutto sul piccolo schermo.

La serie, prodotta da Showtime, racconta la vita dei roadie (o road crew), cioè i tecnici che viaggiano assieme ad una band durante le tournée e che si occupano degli spostamenti tra una data e l’altra del tour, montano il palco, sistemano le luci, ovvero fanno parte di quel meno magico mondo prima dell’inizio di un concerto.

Roadies - 1x01 Life is a Carnival Ma sin dai primi minuti del pilot è fin troppo facile intuire che l’ormai consueta abitudine di raccontare “ciò che c’è dietro” sarà l’ennesimo giro di valzer vagamente sdolcinato, romantico e cautamente divertente di un mondo dimenticato e bistrattato, e che solo in virtù di tanta negligenza andrà quindi portato in primo piano e narrato nella sua forma più genuina. Credo si possa dire con molta franchezza che questa formula non ha davvero nulla di originale, portata avanti e perseguita fino allo sfinimento nei reality show, in film o in altrettante serie tv, e dove ogni volta si arriva ad un risultato diverso, così come il modo di mettere in scena l’argomento sarà stato altrettanto diverso. Il problema della “formula non originale” infatti non sta tanto nella scelta di raccontare una porzione di mondo che lavora, ma nel voyeurismo stantio che si instaura tra lo spettatore e quello che si sceglie di far vedere, in quanto il pubblico sarà attratto quando percepisce molto realistico ciò che viene proposto.

Roadies - 1x01 Life is a CarnivalIn questo senso sembra che non sia mai possibile, in nessun caso, poter giocare di fantasia, manovrare il racconto o modificarlo; in realtà, questo puntualmente succede per volontà degli autori e altrettanto puntualmente ci sarà la revisione degli stessi addetti ai lavori, pronti a puntare il dito contro le loro invenzioni (qui per esempio il caso di Roadies). Però Cameron Crowe ha dalla sua una grande familiarità con il genere e con la musica, che ha mescolato e declinato più volte nelle sue forme più famose, ovvero il documentario (Pearl Jam Twenty) e il dramma (Almost Famous). Tra i due prodotti c’è ovviamente una differenza abissale e tra l’uno e l’altro c’è un grande ventaglio di possibilità: basti pensare ad Aaron Sorkin con The Newsroom e, con sfumature ancora diverse, il suo ultimo Steve Jobs; l’esperimento di un gigante del cinema come Robert Altman e il suo The Company, ma anche – e in maniera ancora più vicina a Roadies – la serie di Winter/Jagger/Scorsese Vinyl (da poco cancellata) o un esperimento ibrido come Sex&Drugs&Rock&Roll. In questo variegato mare di precedenti, Crowe decide di percorrere una strada molto più lineare e di non puntare né sull’esperimento né, come poteva essere Vinyl, su un binario a doppia corsia, cioè una storia interna che fa da catalizzatore ed alibi per sciorinare la Storia del Rock.

Roadies - 1x01 Life is a CarnivalI protagonisti principali sono Bill, il tour manager, e Shelli, il tour production manager, interpretati rispettivamente da Luke Wilson e Carla Cugino, i quali si impongono sin da subito come le due colonne portanti dello show e della squadra, descritti in poche battute come completamente assorbiti dal lavoro e con poca vita privata. Anche perché il leitmotiv che accompagnerà l’intero episodio è il senso di famiglia che li accomuna, la totale dedizione alla band, essere parte di un intero indissolubile: perché il loro non è un lavoro normale, ma è un mestiere accessibile solo per coloro che vivono per il prodotto finale, per quel concerto che ogni volta che comincia dà luogo ad una sorta di incantesimo. La conseguenza diretta di questo tipo di impostazione familiare mostra però subito il rovescio negativo della medaglia, mettendo in evidenza come i rapporti che li legano siano tutti da scoprire, che ognuno di loro nasconde desideri o segreti personali e che allo stesso tempo è impossibile celarli al gruppo troppo a lungo. Ad incarnare questo aspetto sono soprattutto gli altri due protagonisti, cioè l’operatrice Kelly Ann (Imogen Poots) e il nuovo arrivato Reg Whitehead (Rafe Spall), il vero elemento di rottura, portatore di struttura e di regole, soprattutto finanziarie, e colpevole di essere totalmente estraneo al loro mondo e alla musica.

Per quanto questa costruzione funzioni benissimo sulla carta, è la realizzazione che lascia delusi. Crowe è uno specialista del dramedy, o meglio, il suo stile è da comedy romantica ma con soggetto drammatico, dove il racconto e il suo svolgimento sono costantemente in bilico, perché tutto è giocato sul difficilissimo equilibrio tra le parti.

Roadies - 1x01 Life is a CarnivalE almeno in questo primo episodio non ci sono né l’equilibrio, né la propensione verso una delle due anime, fino a far risultare il genere praticamente anonimo, fatto come un collage di momenti diversi, messi l’uno accanto all’altro senza troppa logica, se non il cercare di descrivere il più velocemente possibile l’ambiente in cui i personaggi si muovono. I momenti che dovrebbero essere divertenti come la stalker Natalie, la sicurezza impersonata da un nativo americano dalle poche parole, il folto numero di stagisti spaventati dal vecchio Phil, sono in realtà piatti, senza mordente, inutilmente trash o passano addirittura inosservati. In più, ad acuire la sensazione di velocità e vacuità, fa anche la sua parte quest’entità suprema rappresentata dalla band, gli Staton-House Band (che ricordano Tom Petty and The Heartbreakers, le cui parole aprono la serie), gruppo inventato dagli stessi sceneggiatori ma che, con una buona trovata pubblicitaria, hanno fatto diventare diventati semi-reali, creando per loro pagine ad hoc su tutti i social. Purtroppo però all’interno della serie questo isolamento mistico non fa lo stesso effetto ma anzi lascia ancora più orfana la storia; tuttavia, a compensare la sensazione, c’è una colonna sonora davvero bellissima impreziosita dal cameo del gruppo The Head and The Heart, che si esibiscono nella loro ipnotica All We Ever Knew

A produrre la serie ci sono nomi come J. J. Abrams, Winnie Holzman e Bryan Burk, dietro la macchina da presa un affermato regista, eppure si tratta di elementi che non bastano mai a decretare la buona riuscita della serie (si guardi ancora una volta a Vinyl). Certo, sono nomi che offrono valide ragioni per tentare l’avventura e fanno anche da bussola tra i tanti titoli potenzialmente interessanti del momento, ma dopo il primo episodio, al netto dei difetti, è davvero difficile trovare la voglia di andare avanti.

Voto: 5

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Informazioni su Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).


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3 commenti su “Roadies – 1×01 Life is a Carnival

  • terst

    A me è piaciuto. Parecchio. Mi ha intrattenuto, più di qualsiasi altra serie in questa per ora arida stagione estiva. Non si prende tanto sul serio, ma senza scadere nei classici espedienti da sit-com, i personaggi sono tutti abbastanza riusciti, un po’ stereotipati senza dubbio, ma ben caratterizzati (a parte Luke Wilson, che per ora sto trovando davvero difficile da sopportare). Nonostante i grandi nomi, non è una serie che si dà grandi arie, cioè che ha invece decretato il fallimento Vinyl, facendo un paragone abbastanza naturale. A mio parere Cameron Crowe è riuscito a trasportare un determinato stile di serie tv in un ambiente (quello musicale) fin ora a mio parere poco sfruttato (e che io amo, quindi magari da quel punto di vista sono un po’ di parte) e a farlo bene, divertendo, intrattenendo, e facendo anche affezionare velocemente ai suoi personaggi, cosa che per me è fondamentale in una serie.
    Il secondo episodio per me è stato un po’ inferiore rispetto al pilot (colpa di Luke Wilson, soprattutto), ma comunque ha mantenuto e sviluppato bene le premesse del primo episodio.

     
  • DARIO

    Ue incredibile quel diavolo di un Crowe ci riesce sempre a farmi attaccare ad un film o in questo caso un telefilm anche quando tutti i cinque sensi dicono l’opposto.
    Il sesto mi frega sempre

     
  • Ambrosia

    Provate anche parlare di serie estive e leggere, divertenti, non so, come Plebs?
    Solo per alleggerire l’atmosfera…ultimamente vedo solo serie “serie” o comunque tendenti al cupo!
    Buon lavoro come sempre