Black Mirror – 3×02 Playtest

Black Mirror - 3x02 PlaytestIl secondo episodio di Black Mirror stupisce lo spettatore esplorando un nuovo genere, finora mai toccato dalla creatura di Brooker: l’orrore. Il filo conduttore della fantasia distopica è qui applicato alle convenzioni meta-horror, creando un ibrido che esplora la potenza e i pericoli della conoscenza, della memoria, della percezione di noi stessi.


“All that we see or seem / Is but a dream within a dream” – Edgar Allan Poe

Black Mirror - 3x02 PlaytestBlack Mirror ci ha abituato, nelle precedenti stagioni, a un ventaglio piuttosto ampio di ambientazioni, protagonisti, storie: la televisione, la politica, la vita di coppia con tutte le sue contraddizioni (il lutto, la gelosia), il crimine e naturalmente la relativa punizione.
Ma nonostante la varietà dei temi trattati e la costante presenza della fantascienza distopica come fil rouge che univa tutti gli episodi, è sempre stato difficile ricondurli a specifici generi: più che esplorare i topic della fantascienza, infatti, Black Mirror ha sempre puntato su uno stile di freddo realismo che non si è mai agganciato davvero a riferimenti o citazioni che strizzassero l’occhio allo spettatore, ma anzi cercava di decontestualizzare ogni momento del racconto con una messa in scena originale e continuamente spiazzante.

Black Mirror - 3x02 PlaytestSarà forse il fatto che molti critici lo vedono come un erede di The Twilight Zone che ha portato Black Mirror a sfornare un episodio come “Playtest”, che si discosta dallo stile cui siamo abituati per toccare territori nuovi che lo portano in una direzione molto simile a ciò che in passato, sempre ispirandosi alla serie del 1959 (e al reboot del 1985), aveva fatto The X-Files. Ovvero, sfruttare le possibilità offerte dal formato antologico per offrire episodi più standalone che raccontano la visione dello show attraverso situazioni e temi ricorrenti di un genere specifico.
“Playtest”, infatti, è una vera e propria storia horror che però si inserisce alla perfezione nella poetica di Charlie Brooker, dando origine ad un interessante e sperimentale incrocio dal mood assolutamente unico.
Il regista è Dan Trachtenberg, il cui nome sarà familiare a chi ha visto 10 Cloverfield Lane, meta-horror del 2016 che come questo episodio di Black Mirror ha la sua forza principale nel giocare abilmente con le aspettative e le conoscenze dello spettatore, per trascinarlo in un gioco psicologico che usa gli stereotipi più classici dell’orrore per illudere, sviare, terrorizzare e sorprendere.

Frightened, you get a scare, you jump. Afterwards, you feel good. You get a glow. Because you are still alive.

Black Mirror - 3x02 PlaytestLa trama di “Playtest” inizia infatti citando uno dei capisaldi del genere, An American Werewolf in London di John Landis: un ragazzo americano lontano da casa che, sottovalutando il contesto in cui si trova, finisce per trasgredire alla prima regola dell’horror, “mai fidarsi degli sconosciuti”.
Cooper – interpretato da Wyatt Russell, talentuoso figlio di Goldie Hawn e Kurt Russell – si comporta fin dall’inizio come il protagonista consapevole e fiducioso che tutti saremmo, non mettendo mai in dubbio i pericoli dell’esperimento ma anzi affidandosi bovinamente alla responsabile del progetto e scaricando la tensione con continue battute.
Lo stereotipo dell’americano easygoing e un po’ tontolone qui si addice perfettamente non solo alla fisicità di Russell, ma anche a costruire un antefatto in cui la sua mancanza di dubbi e senso del rischio verso i pericoli cui sta andando incontro evocano le nostre stesse mancanze: quando scarichiamo l’aggiornamento di una app, quando diamo il consenso a un documento senza leggerlo, quando flagghiamo un’opzione permettendole di utilizzare i nostri dati, stiamo sempre e comunque prendendo decisioni basate su una fiducia acritica nel sistema e nelle sue regole, in parte basata sulla leggerezza, in parte sull’illusione di conoscenza del web, delle leggi e della natura umana che inevitabilmente prima o poi si rivelerà fallace.

– You’re qualified to do this, right?
– I haven’t killed anyone yet.

Black Mirror - 3x02 PlaytestQuesta fiducia indiscriminata porterà Cooper ad acconsentire a diventare il betatester di un videogioco horror in VR che, grazie a un chip installato nel cervello che intercetta i suoi pensieri, lo trascinerà in un incubo capace di metterlo di fronte alle sue paure più profonde, mettendone in crisi tutte le certezze su se stesso e sgretolandone la spavalderia scena dopo scena, colpendolo sempre più in profondità nei suoi punti deboli.
Il fatto che le paure del protagonista prendano la forma dei mostri e delle situazioni più stereotipate della tradizione horror, insieme alla consapevolezza di Cooper di poter uscire quando vuole dall’esperienza grazie a una safeword, non fanno altro che accentuare la sua identificazione con lo spettatore: è un giocatore che diventa personaggio di un videogioco, convinto di sapere sempre cosa aspettarsi e di essere sempre in grado di riconoscere e prevedere le situazioni, avendo vissuto questi stereotipi in mille avventure al cinema, in televisione o davanti a una consolle.
E, come nel più classico dei topic horror, la mancanza di sospetto e prudenza è la causa ultima delle sfortune dell’eroe (come Ash nel ciclo de La Casa, ad esempio), ma è anche lo spauracchio che Brooker ci mette di fronte in questo secondo capitolo del Black Mirror “americano”.
Sfruttando con consapevolezza le potenzialità di una storia di genere e discostandosi dal discorso sulla società per concentrarsi sul comportamento del singolo, “Playtest” mette il dito sulle nostre responsabilità personali nel gestire con leggerezza qualcosa che crediamo di conoscere bene, ma che in realtà è troppo complesso per essere davvero prevedibile.

He’s gonna be right behind this door when I close it, isn’t he?

Black Mirror - 3x02 PlaytestMano a mano che il chip riconosce le reazioni della mente di Cooper agli stimoli orrorifici, questi riescono infatti a colpirlo con sempre più efficacia, andando a scavare in una storia personale che lui stesso cerca con tutte le proprie forze di rimuovere.
Dai ragni giganti e dalle figure inquietanti con la faccia del bullo della scuola si passa quindi alla paura di non essere più capace di distinguere tra realtà e finzione, che non permette di percepire i reali confini del pericolo e induce Cooper a crollare sempre di più, fino al panico totale.
La casa in cui si svolge il gioco non è più la trappola da cui fuggire materialmente, perché la trappola sta nella manipolazione da parte di chi dirige il gioco, di cui la casa è solo un simulacro banale pensato per ingannarlo e convincerlo di saper gestire la situazione.
Il dubbio sulle proprie capacità diventa così vera impossibilità di capire cosa realmente sta accadendo, fino a diventare disorientamento totale: Cooper non sa più cosa sta avvenendo realmente e cosa nella sua mente, dove si ferma il gioco e dove inizia il lavoro del suo cervello.
In un gioco di finali che si incastrano l’uno nell’altro e illudono anche lo spettatore di essere arrivato alla conclusione, di aver finalmente capito cos’è successo, assistiamo alla manifestazione della paura più grande del protagonista e forse di tutti noi, la perdita della coscienza di sé e della realtà che ci viene dalla memoria e dall’identità.

Just to get away and make, you know, all the memories that I can…while I can.

Black Mirror - 3x02 PlaytestSenza la nostra memoria e la nostra identità non siamo altro che burattini in balia degli eventi e il fatto che Cooper abbia scelto consapevolmente di infilarsi in questa situazione, spinto proprio da un’eccessiva fiducia nelle proprie capacità, è la suprema e macabra ironia di questo episodio.
Così come ironica e spietata, nonché assolutamente in tono, è la scelta di attribuire la morte di Cooper alla trasgressione dell’unica regola che gli era stata imposta (quella di spegnere lo smartphone): una violazione non tanto dovuta all’avidità ma a un atto di ribellione e spavalderia gratuito, nato dalla stessa presunzione che ci porta sempre a dare per scontato che alla fine “non succederà nulla” nello stesso modo in cui consideriamo scontate la nostra identità, la nostra memoria, ciò che ci rende essere umani unici e capaci di vivere nel mondo.
“Playtest” mette in discussione queste certezze in puro stile Black Mirror, e lo fa attraverso uno stile capace di disorientarci insieme al protagonista, facendoci costantemente credere di aver capito, di aver vinto il gioco dei riferimenti e dei finali ma sempre in realtà prendendosi gioco di noi e delle nostre convinzioni illusorie, che il genere horror è perfetto nel mettere a fuoco e smascherare.

Un episodio differente da quanto ci saremmo aspettati, che, pur al netto di alcuni difetti come l’eccessiva lunghezza, è capace di ampliare le possibilità della messa in scena di Black Mirror senza snaturarne il messaggio di fondo, soprattutto grazie alla scelta di un regista il cui stile si adatta alla perfezione agli obiettivi della sceneggiatura. Che sono quelli, come sempre, di raccontarci e raccontare il nostro presente in un viaggio al tempo stesso emozionale e pieno di tensione, che esplora le nostre debolezze e ce le ributta in faccia con l’aspetto terrorizzante dei mostri che popolano il nostro inconscio.

Voto: 7½

 

Eugenia Fattori

Bolognese di nascita - ma non chiedete l'età a una signora - è fanatica di scrittura e di cinema fin dalla culla, quindi era destino che scoprisse le serie tv e cercasse di unire le sue due grandi passioni. Inspiegabilmente (dato che tende a non portare mai scarpe e a non ricordarsi neanche le tabelline) è finita a lavorare nella moda e nei social media, ma Seriangolo è dove si sente davvero a casa.

6 Risposte

  1. claudio1987 scrive:

    Ho visto cinque dei sei episodi di questa mezza stagione, e devo dire, con mio rammarico, che playtest, nonostante sia sempre di un buon livello, si posiziona all’ultimo posto come gradimento personale fino ad ora. Una bella puntata, ricca di significato ma narrativamente la meno coinvolgente, il che ripeto non significa brutta, purtroppo si trova a competere con degli avversari temibili.

     
    • Eugenia Fattori scrive:

      Non saprei. Ho cercato di recensirla non tenendo conto delle altre ma è difficile ovviamente. Da un lato forse è narrativamente meno interessante di altre, ma dall’altra l’incursione nel genere (come fa notare anche Attilio nel suo commento) è sicuramente una nuova strada rispetto al “vecchio” Black Mirror che nel bene o nel male dimostra che questa nuova stagione ha voglia di dire qualcosa di originale

       
  2. gnicky scrive:

    solo io ci ho visto il set di Dollhouse nella scena in cui Cooper sta per conoscere Saito Gemu?

     
  3. Genio in bottiglia scrive:

    La puntata meno interessante della sestina, per me.

     
  4. Attilio Palmieri scrive:

    Bellissima recensione, che tra l’altro punta l’attenzione su una delle tante facce di questo nuovo corso.
    Fare più episodi vuol dire diversificazione, realizzarli con un budget più ampio vuol dire poter chiamare autori di qualità e prestigio.
    Come già nel caso dell’episodio 1, a spiccare è proprio il talento di Dan Trachtenberg, che si insedia nelle maglie del racconto e lo piega a un discorso personale in forte dialogo con 10 Cloverfield Lane. Non è un caso se, come giustamente dici, questa è la prima vera incursione di Black Mirror nel genere, aiutata e alimentata dal nuovo ruolo della figura del regista.

     
    • claudio1987 scrive:

      Detto sinceramente Trachtenberg per me non era un elemento rassicurante visto anche il lavoro fatto con 10 cloverfield lane, per fortuna la sceneggiatura era di Brooker.

       

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *