American Horror Story: Roanoke – 6×10 Chapter 10

American Horror Story: Roanoke – 6x10 Chapter 10American Horror Story: Roanoke ha segnato una vera propria svolta nella storia della serie di Ryan Murphy, dando una virata innovativa alla narrazione e soprattutto alla tradizionale messinscena che ha sempre contraddistinto la serie. Peccato però che “Chapter 10” sia un finale riuscito purtroppo solo per metà.

La grande forza di Roanoke sta in buona parte nell’episodio che ha rovesciato tutte le carte in tavola, in quel “Chapter 6” che nessuno si aspettava e che ha rivelato la vera struttura della stagione, giocando sul doppio piano tra documentario e finzione, mondi che da lì in poi hanno cominciato invece a vivere insieme. La mescolanza tra i “veri” protagonisti e gli attori che li hanno fatti rivivere sullo schermo sono a loro volta diventati un nuovo show, Return to Roanoke: Three Days In Hell, riavvolgendo quindi la storia su di sé per costruire un nuovo arco di vicende, terminato con la morte di quasi tutte le persone coinvolte, tranne quella del personaggio più controverso: Lee.

American Horror Story: Roanoke – 6x10 Chapter 10 In questo senso e solo all’altezza dell’ultimo episodio, la creatura di Murphy subisce un’altra trasformazione, prendendo le sembianze dell’ennesima tipologia di show che negli ultimi tempi ha avuto molto successo in tv, ovvero la volontaria mescolanza tra reality tout court e reality giudiziario, dove il protagonista dell’azione concede di raccontare (e magari manipolare) la sua storia per un ritorno mediatico e di incidenza sul proprio caso investigativo. Lee infatti aveva terminato – se così si può dire – il suo secondo atto nella grande villa in North Carolina uccidendo le ultime sopravvissute al massacro della luna di sangue e confessando esplicitamente l’omicidio di Mason, quel marito che stava tentando di allontanarla da Flora, altro tassello fondamentale per chiudere il cerchio di Roanoke. Forse l’errore più grossolano che ha compiuto Murphy in quest’ultimo episodio è stato aver voluto allargare una volta di troppo la prospettiva, invece che focalizzarsi sulle ultime due protagoniste, su Flora e Lee per l’appunto.

American Horror Story: Roanoke – 6x10 Chapter 10“Chapter 10” inizia con un breve ritorno nel passato, quando, terminate le riprese di My Roanoke Nightmare, tutti i protagonisti della vicenda assieme ai loro alter-ego televisivi incontrano finalmente i fan, raccogliendo i frutti del grande successo che ha avuto lo show ideato da Sidney, che forse si può assimilare ad un doppelgänger di Ryan Murphy stesso. Ci viene di nuovo messo davanti agli occhi come sia potente la morbosità del pubblico, l’affezione e la partecipazione che può scatenare il mix devastante di vita vissuta e finzione pura, dichiarata, così palesemente esplicita e sottolineata da non essere più visibile, da diventare un unico groviglio di realtà. Ma la scena serve soprattutto a ridare una certa linearità al singolo caso mediatico di Lee e a come la sua storia sia riuscita a dividere gli spettatori, che diventano a loro volta il primo tribunale pronto a condannarla o ad assolverla. E qui sta invece la forza dell’episodio, che prende spunto da serie come Making A Murderer (o, più da lontano, da The Jinx) diventando quindi un volontario documentario che stringe l’obiettivo su un unico personaggio per provare a raccontarne in diretta la colpevolezza o l’innocenza.

American Horror Story: Roanoke – 6x10 Chapter 10 Crack’d è quindi il terzo re-enactment drammatico che si inserisce all’interno di tutti gli altri, una specie di perversa matrioska televisiva che annoverava nello strato più esterno My Roanoke Nightmare che ha generato poi il suo sequel, fino a dare vita al suo nucleo più assurdo e viscerale, cioè la storia di una donna pluriomicida che pur avendo confessato l’omicidio del marito viene comunque assolta. Il tassello che rende ancora una volta l’idea della raffinatezza scritturale raggiunta da Murphy sta proprio nella sadica ed egoistica strumentalizzazione che Lee fa di tutta l’esperienza di Roanoke, scegliendo di usarla “contro” sua figlia seduta al banco dei testimoni e, allo stesso tempo, di girarla a suo totale favore per riaverla con sé.  Ma il vero fulcro di “Chapter 10” e che fa di questo sesto capitolo di American Horror Story uno dei più riusciti è sicuramente l’intervista tra Lee e Lana Winters, la Lana Banana di American Horror Story: Asylum che concludeva la stagione con l’omicidio di suo figlio, Bloody Face, nel bellissimo episodio “Madness Ends“. Il collegamento tra le due stagioni, oltre ad essere una mossa di coerenza geniale da parte di Murphy, diventa in qualche modo una specie di storia nella storia, una sorta di filo rosso che collega gli interni paranormali del Briarcliff Mental Institution a quelli di Roanoke, sottolineando allo stesso tempo il grande cambiamento culturale che c’è stato nel mezzo.

Se del manicomio gestito da Sister Jude non si è potuto raccontare per molto tempo, Roanoke invece non ha conosciuto il silenzio del testimone ma è subito diventato un mezzo facile e pregnante per fare uno show di successo. Ed è anche per questo che l’irruzione dell’unico Polk sopravvissuto diventa un altro momento topico: anche la gravità del dramma o del climax ascendente si perdono all’interno di una battuta ben congegnata, facendo sì che tutto diventi figlio dello stesso sadico destino.

American Horror Story: Roanoke – 6x10 Chapter 10E probabilmente se questo episodio si fosse concluso qui sarebbe stato l’apice dell’intera stagione, la conclusione coerente del racconto di un mondo così a suo agio con la morte, l’omicidio, la crudeltà vista sul piccolo schermo da non riuscire più a distinguere cosa sia finto o cosa sia vero, ma che ha trasformato tutto in un’arena di beniamini o di antagonisti a seconda del proprio personale ed insindacabile punto di vista. Purtroppo però Murphy decide di andare avanti e di tornare nuovamente a Roanoke, guidati dall’ennesimo gruppo di ragazzini curiosi e ultra-tecnologici che, sprezzanti di ogni paura, scelgono volontariamente di passare la notte della luna di sangue in quella stessa casa. Se l’intenzione era quella di sottolineare ancora una volta la capacità del pubblico ad autorizzarsi autonomamente nel cercare il proprio quarto d’ora di gloria, questa volta la cosa diventa ridondante e inutile, soprattutto perché appare come un debole e riciclato mezzo per rifare qualcosa che abbiamo già ampiamente visto. Anzi, quest’ultima parte sembra giusto un altro momento per piazzare qualche citazione pop/horror, come la ragazzina della famiglia Chen che cammina sulla parete in stile The Grudge o le gemelle che camminano vicino alla rampa delle scale a simulare una sbiadita copia di quella ben più famosa di Shining. La volontà di far risucchiare i protagonisti dalla villa come chiusura definitiva del cerchio iniziato qualche tempo prima è sulla carta la conclusione più logica, che però avrebbe necessitato di una messinscena con meno elementi proprio negli ultimi minuti per mettere in risalto il sacrificio finale di Lee; e invece la potenza della maternità, che in troppi le avevano messo in dubbio, finisce col perdere un po’ della sua portata proprio a causa delle troppe figure di contorno (gli Spirit Chasers per primi).

Nonostante l’imperfezione dell’ultima parte dell’episodio, “Chapter 10” ha pur sempre il merito di aver concluso una delle migliori stagioni di American Horror Story, che ha forse trovato la strada per rivitalizzarsi come serie senza snaturarsi completamente, e che decreta Ryan Murphy come uno dei personaggi più importanti, prolifici e assolutamente da non perdere di questa annata seriale – e si spera anche delle prossime.

Voto episodio: 7-
Voto stagione: 8

 

Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

3 Risposte

  1. Giobbe scrive:

    Effettivamente fosse finita con la 6×9 sarebbe stato meglio …

     
  2. Artax scrive:

    Concordo pienamente con te Sara, finale poco potente che non rende giustizia alla stagione ottima a cui abbiamo assistito.

     
  3. Teresa scrive:

    Per prima cosa, vorrei dire che non è esattamente vero che nessuno si aspettava il plot twist dell’episodio 6. Io l’avevo predetto proprio su questo sito, in un mio commento.
    E il fatto che io inizi a pensare come Murphy mi preoccupa un po’ 😀
    Bella recensione, che spiega bene cosa sia stata questa stagione.
    Se si va in giro sui siti e forum americani, si vede come la maggioranza dei fan non abbia capito un tubo. La definiscono la stagione peggiore. Poi si legge che per loro la stagione migliore è stata Coven, e allora si prendono quei commenti per quel che sono.
    Concordo anche sul fatto che i giovani ghostbuster siano stati ridondanti. Però insomma, questo finale mi è piaciuto parecchio.
    P.S. ho trovato straordinaria la Paulson nei panni di Lana, perché aveva proprio la mimica facciale di una a cui abbiano stirato la faccia più e più volte.
    P.S. 2 A me le scene iniziali, con tutti i fan con le maschere del maiale, hanno ricordato molto Scream 2, con tutti i fan con le maschere dell’Urlo.

     

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