Suburra – Stagione 1 2


Suburra – Stagione 1Suburra è il primo prodotto originale di Netflix Italia, ma sarebbe ingiusto e non veritiero ritenere questa serie una reale novità, non solo perché si tratta di un prequel di un prodotto cinematografico di un certo rilievo negli scorsi anni, ma soprattutto perché conserva, nelle modalità di scrittura e nelle più rosee finalità, gli stilemi ed il sistema produttivo di Gomorra.

I punti di contatto tra la serie SKY e questa novità Netflix sono così evidenti e così preponderanti che colpisce rendersi conto che sono figli di due mondi tra loro separati, per quanto uniti dalla presenza, più o meno diretta, più o meno lecita, di Stefano Sollima, autore principale delle prime due stagioni della serie tratta dal romanzo di Roberto Saviano, nonché regista del film Suburra di cui questa serie televisiva si propone (pur con i dovuti distinguo) come antefatto.

A unire le due serie però, non sono solo i fattori produttivi, ma anche e soprattutto l’aspirazione a rappresentare un nuovo racconto di cultura popolare che sappia allontanarsi sempre più dalle mediocri agiografie che caratterizzano da anni le produzioni televisive italiane da generalista (con interessanti eccezioni, vere e proprie mosche bianche); le mire di entrambe le serie sono quelle di approssimarsi al racconto della contemporaneità, un elemento sempre lontano dalla nostra abitudine per la paura di offendere qualcuno e dunque la tendenza – una volta si sarebbe detto democristiana – a non infastidire nessuno. Le reazioni sempre scomposte alle varie stagioni di Gomorra stanno qui a dimostrarlo.

Suburra – Stagione 1Negli anni in cui ci troviamo, con lo scandalo “Roma Capitale” che va acquisendo sempre più i connotati di una macchina molto ampia e complessa (con sfumature degne della farsa, come molte altre storie italiane), Suburra si inserisce a gamba tesa per parlare di una società e di una città che vivono da anni una situazione di affanno se non di vera e propria crisi morale e istituzionale. Ecco dunque che il team autoriale cerca di sfruttare questo vasto calderone inserendo qualche “aggiornamento” dovuto ai più recenti casi di cronaca. Si tratta di un’operazione particolarmente ambiziosa e che necessita alle spalle di una produzione con una certa ossatura e una scrittura che sappia far leva su questo nuovo genere italiano con intelligenza ed abilità. Se da un lato con Gomorra SKY è riuscita a mantenersi su ottimi livelli, Netflix ha faticato non poco con questa prima stagione e il risultato finale è stato alquanto incostante.

Suburra è, nella sua riuscita finale, un prodotto complesso che ha puntato troppo spesso suoi cavalli sbagliati, ossia soffermando la propria attenzione su storyline e attori non efficaci piuttosto che dare terreno libero a quelli che avrebbero senza dubbio alcuno meritato uno spazio più marcato. I filoni narrativi principali, pur nelle proprie suddivisioni ulteriori interne, sono stati sostanzialmente tre: malavita, politica, Chiesa. A questi ultimi due è stata costruita una narrazione più compatta guidata dai due volti più noti del comparto, ossia Filippo Nigro e Claudia Gerini, che avrebbero dovuto reggere sulle proprie spalle tutta la forza narrativa dei loro personaggi. Sul profilo criminale, invece, si è posto l’accento sullo scontro tra famiglie malavitose e interessi mafiosi che a vario titolo hanno vorticato intorno al complesso sistema di appalti e ricatti.

Suburra – Stagione 1Quando si cerca, dunque, di comprendere la portata delle ambizioni di Suburra bisogna immediatamente prendere atto che una narrazione di tale respiro avrebbe necessitato di una scrittura solida ed affermata. Il problema principale di Suburra è che la scrittura si è mostrata troppe volte debole, ha giocato con una tendenza al macchiettistico che non sempre si è riusciti a tenere a bada grazie ad alcune interpretazioni di successo (fallendo in maniera ancora più imbarazzante quando gli interpreti non erano all’altezza). L’esito finale di tutto questo è che solo alcune storyline hanno retto l’impatto, mentre altre hanno miseramente fallito.

È questo il caso delle vicende vaticane che hanno visto Claudia Gerini nei panni di un personaggio evidentemente costruito intorno alla figura della Chaouqui, la tuttofare del Vaticano che è stata accusata di avere le mani in pasta in molti e troppi affari. Il suo personaggio è, a conti fatti, quello intorno a cui gira buona parte della trama principale per l’importanza assoluta che rivestono i terreni vaticani nell’economia della mafia. La storyline legata alla Gerini è la peggiore in assoluto: non solo perché scritta male e gestita peggio, ma soprattutto perché l’attrice si è ritrovata a dover gestire un personaggio pressoché insignificante e, cosa ancor più grave, lo ha fatto senza alcun piacere e con una recitazione francamente insipida. Sara Monaschi è una bandieruola al vento, immischiata in un gioco più grande di lei e di cui non si riesce mai davvero a rendere conto. Vittima costante degli interessi di Samurai prima e del “trio” poi, finisce intrappolata in una serie di svolte narrative prive di ogni mordente e tutt’altro che cristalline in un costante giro di valzer persino imbarazzante.

Va leggermente meglio, seppure in modo non esaltante, l’evoluzione del personaggio di Filippo Nigro: a fronte di un attore che ci mette tutta la propria capacità e di una crescita del personaggio che è innegabile, le vicende di Amedeo Cinaglia si mantengono costantemente tangenti a quanto accade nel gioco principale. Intendiamoci, è chiaro che senza la sua partecipazione si sarebbe perso l’affare di Ostia, ma il modo in cui è gestito è solo relativamente importante, con Nigro che non interagisce, pressoché mai, con gli altri personaggi, Samurai escluso. Non sarebbe inoltre dispiaciuto un po’ di coraggio in più nel descrivere le tante storture legate alla politica romana.

Suburra – Stagione 1Dove invece le cose funzionano è nel gran polverone del mondo criminale, quello che ha contratto i debiti più forti con Gomorra: da un lato abbiamo Francesco Acquaroli nei panni del Samurai, un personaggio tutto sommato canonico in questo tipo di racconto, ma che non perde sicuramente di fascino e di importanza (sebbene Acquaroli debba pagare un confronto pesante con un Claudio Amendola quanto mai in forma nel film originale); dall’altro abbiamo Spadino, Aureliano e Lele i quali funzionano perfettamente (soprattutto i primi due) in questa tipologia di narrazione. Siamo alle prese con tre personaggi in netto contrasto con l’autorità (spesso paterna o rappresentante quell’aspetto) e alla ricerca di un proprio spazio oltre le forzature che vengono loro imposte dalla famiglia. E se Lele finisce molto presto nel tritacarne di una cattiva scrittura, ne escono miracolosamente indenni Aureliano e Spadino, che rappresentano i due personaggi meglio caratterizzati della serie. I due outcast delle rispettive famiglie, il ragazzo mai davvero apprezzato dal padre e lo zingaro segretamente omosessuale, si ritrovano a formare un’insolita alleanza che passa attraverso un periodo di sincera amicizia (ma chi ha visto il film, sa bene dove tutto ciò porterà).

Ecco dunque che nonostante qualche cliché qua e là, la descrizione della società zingara e del dolore personale di Spadino nel dover nascondere persino a sé stesso il proprio segreto si riverberano con insolita fortuna su buona parte degli episodi, catturando l’attenzione anche laddove qualche scivolone di prevedibilità è percepibile. Allo stesso modo, colpisce la grande intensità del dissidio famigliare e della spaccatura che viene a formarsi tra Aureliano e Livia, con un epilogo finale che ha una sua intensità ben evidente. Tutto questo è però possibile grazie a tre interpretazioni di grande respiro: a Giacomo Ferrara ed Alessandro Borghi si associa una straordinaria Barbara Chichiarelli che, nonostante lo spazio non molto ampio concessale, fa della sua Livia il personaggio più affascinante dell’intero ensemble; l’attrice si impone, infatti, con una intensità ed umanità che riempiono lo schermo.

Laddove, dunque, Gomorra ha potuto usufruire di una scrittura migliore e di una regia particolarmente ispirata, Suburra paga lo scotto di un inizio azzoppato da una sceneggiatura debole e dalla regia di Michele Placido del tutto fuori luogo in questo contesto televisivo. Con il passare degli episodi la qualità vertiginosamente migliora per un arco narrativo finale che riesce in parte a far dimenticare le storture precedenti. Al netto dunque di considerazioni di una parziale delusione per delle aspettative giustamente molto alte, Suburra è un prodotto solo in parte affossato dai propri difetti, di cui riesce quasi del tutto a liberarsi prima che la narrazione sia finita. Per questo, si può affermare che la serie sia un primo esperimento non fallimentare, ma che per troppo tempo vola basso a causa di una scrittura e di una regia non sempre all’altezza e di un confronto con il genere, quello ormai dominato da Gomorra, che non gli permette di spiccare il volo.

Voto: 6 ½ 

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2 commenti su “Suburra – Stagione 1

  • Federica Barbera

    Difficile davvero dare un giudizio unitario su questa serie. Come si fa a fare un così buon lavoro in certe parti e essere così terribili in altre? Al di là della Gerini assolutamente fuori contesto, ma vogliamo parlare del percorso di Cinaglia? Fino a un passo dalla fine, pur non avendo la costruzione più bella del mondo, almeno aveva un minimo di senso: il classico buono che viene attirato dal male, e che a poco a poco ci casca dentro, finendo con l’essere responsabile di un omicidio senza averci neanche troppo pensato su. Bene, bravo. Poi a un certo punto parla con la moglie che gli dice “devi essere feliceeh! fai quello che reputi opportuno per esserloooh!” ed è subito “fammi parlare con la mafia”, ma che, scherziamo? In venti giorni questo passa dall’essere l’idealista che crede in un mondo migliore ad essere colluso con la mafia, IN VENTI GIORNI?! Va beh.

    Comunque concordo con la recensione, soprattutto per quanto riguarda Barbara Chichiarelli, è stata eccezionale

     
    • Mario Sassi L'autore dell'articolo

      Sono d’accordo, è quasi schizofrenico il modo in cui questa serie riesca a scrivere cose molto interessanti su certe storyline e al contempo sbagliare in modo davvero molto plateale in altre. L’impressione generale è che, sapendo dove si dovesse andare a parare, hanno voluto dar vita ad un arco evolutivo che è necessariamente troppo sbrigativo e che di conseguenza funzionava per alcuni (Spadino e Aureliano) ma non può dirsi lo stesso per altri.
      Con tutto l’affetto del mondo, poi, la vicenda della Gerini e del suo personaggio ce la saremmo risparmiata volentieri.