Alias Grace – Stagione 1


Alias Grace - Stagione 1Alias Grace è arrivata su Netflix come “sorellina minore” di The Handmaid’s Tale, al contempo beneficiando in immediata popolarità da questo apparentamento (in entrambi i casi l’autrice dei romanzi di partenza è Margaret Atwood), ma finendo anche per essere in parte penalizzata dal confronto con una sorella maggiore di grande successo, alto budget, enorme fama e gradimento.

Un raffronto tra le due serie è al tempo stesso necessario e insensato, in virtù delle diverse caratteristiche narrative, produttive e di audience dei due progetti. The Handmaid’s Tale è un’enorme corazzata acchiappa-awards, partita fin dall’inizio per portare Hulu sulle vette della prestige television e attentamente studiata fin nei minimi dettagli dei costumi, con un grosso budget, registi e registe di alto livello e una protagonista/produttrice al massimo della fama; Alias Grace è invece un piccolo progetto tutto canadese, con un’unica regista (Mary Harron) che viene dal cinema indipendente e un’unica sceneggiatrice (Sarah Polley, che è anche regista, attrice e social activist), creato per un canale come CBC il cui progetto più prestigioso finora è stato Anne With an “E”, anch’essa ospitata da Netflix per il territorio italiano.
La più grande e macroscopica differenza tra le due è però il fatto che – pur avendo The Handmaid’s Tale preso largamente ispirazione dalla storia per immaginare il futuro distopico in cui è ambientata – Alias Grace è una storia vera, quella degli omicidi di Sir Thomas Kinnear e della sua governante Nancy Montgomery, avvenuti in Canada nel 1843. Grace Marks, la protagonista del libro e della serie, era cameriera in casa Kinnear, James McDermott era lo stalliere ed entrambi furono accusati del duplice omicidio: McDermott come esecutore materiale, Grace come complice sulla base di prove circostanziali (quasi tutte provenienti dalla testimonianza dello stesso McDermott) e inizialmente condannata a morire sulla forca come McDermott, sentenza poi commutata in 30 anni di prigionia a causa dell’insanità mentale. Grace Marks fu imprigionata quando aveva 16 anni e fu rilasciata a 45.

Guilt comes to you not from the things you have done, but from the things others have done to you.

Alias Grace - Stagione 1Una storia come ce ne furono tante: le cronache della fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo sono piene di storie criminali la cui narrativa è arrivata fino a noi filtrata dal sistema giudiziario asimmetrico di un’epoca in cui i condannati per crimini erano quasi esclusivamente poveri, spesso analfabeti, non in grado di permettersi una difesa adeguata o addirittura non in grado di comprendere la natura delle accuse o il sistema processuale.
Per una donna, l’asimmetria era ancor più evidente, data la natura moralista della giustizia di quel periodo, che condannava senza appello le donne accusate di crimini ancor più che per l’atto in sé, per il loro “tradimento” nei confronti della natura intrinsecamente materna e amorevole che alla donna veniva attribuita. La donna “normale” era moglie e madre e la prostituta o la criminale erano non soltanto colpevoli di reati, ma vere e proprie aberrazioni di natura che spesso se incarcerate gravitavano in modo casuale tra prigioni e manicomi criminali, oggetti misteriosi per una società determinista che cercava nel delitto una ragione “naturale” e innata, spesso prescindendo completamente dalle situazioni ambientali e sociali che permeavano gli ambienti in cui il delitto avveniva.

It was strange to realize that I would not be a celebrated murderess anymore, but an object of pity rather than horror and fear. It took me some days to get used the idea. It calls for a different arrangement of the face.

Alias Grace - Stagione 1Nonostante ciò, o forse proprio per questo, l’epoca di Grace Marks vide anche il trionfo della true crime narrative, ovvero la cronaca giornalistica (più o meno romanzata a seconda del livello di professionalità e di pudore dei vari giornalisti ed editori) che serializzava la storia dei criminali e gli atti processuali, rendendoli una forma di intrattenimento per i lettori, spesso una delle più importanti fonti di riferimento per documentarsi sui delitti dell’epoca.
La stessa Grace divenne una piccola celebrità della cronaca nera canadese e non è difficile capire l’impulso della Atwood di riscrivere la sua storia da un punto di vista differente, restituendo alla Marks una propria voce, una personalità reale e sfaccettata che potesse sovrapporsi alla narrativa costruita su di lei dalla stampa, più interessata alla costruzione del personaggio dell’assassina disturbata e senza scrupoli che all’approfondimento delle motivazioni alla base del delitto.
Quando oggi parliamo di male gaze, di quello “sguardo” che costruisce le storie finzionali femminili sulla base del punto di vista dell’eterosessuale maschio e delle sue esperienze, non potremmo trovare esempio più lampante di quello del true crime degli albori: assassine spietate e depravate, costruite per fungere da modello esemplare della punizione che spetta alla donna che osa superare i confini riservati al proprio sesso, ingannatrici e invidiose con cui era impossibile empatizzare o altrimenti povere stupide vittime di uomini seduttori e corruttori, deboli animaletti non in grado di difendersi e dunque destinate a soccombere al vizio e alla depravazione.

Today I must go on with the story, or the story must go on with me. Carrying me inside it, along the track it must travel, straight to the end, weeping like a train, and deaf and single-eyed and locked tight shut, although I hurl myself against the walls of it, and scream and cry, and beg God himself to let me out.

Alias Grace - Stagione 1Dentro la storia di Grace Marks vive in parte ognuna di queste narrative tradizionalmente incollate alle donne criminali, non soltanto quelle di due secoli fa ma anche quelle contemporanee (pensiamo ad Amanda Knox, per esempio), dalla stampa e dall’opinione pubblica. Una narrativa che la Atwood nel suo libro – e la Polley e la Harron nella serie – tentano di sovvertire anche grazie alla recitazione impeccabile della bellissima e brava attrice protagonista, Sarah Gadon.
Dato che la Marks era una donna immersa nella propria epoca, ancora prima di essere un’assassina, il racconto del suo background non è soltanto fondamentale alla ricostruzione del crimine e delle sue motivazioni, ma parte integrante dello stile del racconto stesso. Grace era un’immigrata irlandese, profondamente intessuta della superstizione del proprio paese, che insieme al suo accento musicale gioca un ruolo fondamentale nel trasformarla in una sorta di Sherazade che racconta la sua storia al dott. Simon Jordan per essere scagionata, ma anche per il mero piacere di raccontarsi, per offrire di sé un’immagine differente (vera o falsa) da quella che le è stata costruita addosso e, come Sherazade, racconta il più a lungo possibile: non solo per prolungare la sensazione di essere ascoltata più di quanto le sia mai successo nella vita e per la gratificazione di un’attenzione maschile per una volta intellettuale e non fisica, ma anche perché dentro di sé è consapevole dell’impossibilità di essere davvero creduta. Dunque, più a lungo riuscirà a trattenere Jordan con la propria abilità di narratrice, più a lungo potrà essere ascoltata, uscire dai confini della prigione e sentirsi, almeno per qualche ora, un essere umano completo.

It’s bad luck to laugh at the dead. The dead don’t like that.

La storia di Grace è quindi intessuta di religione e di misticismo, ma anche di un’ambiguità inintelligibile per uno studioso razionale, determinato a distinguere follia da sanità mentale, colpevolezza da innocenza, bontà da malvagità. Jordan uscirà profondamente scosso e cambiato dall’incontro con Grace proprio per l’impossibilità di categorizzarla all’interno degli angusti confini del proprio determinismo scientifico. È una donna che forse ha ucciso, forse è stata complice, forse è stata costretta, forse non ha semplicemente avuto altra scelta, forse è tutte questa cose insieme o forse è soltanto folle. Ma il confine tra questi punti di vista, pur moralmente enormemente distanti in teoria, diventa minimo e labile nel momento in cui la serie e il dottore si addentrano nella vita quotidiana di una donna dell’epoca, per la quale la scelta del proprio destino era un desiderio impossibile e sfuggire alla condanna della propria nascita (e se oltre che femmina, si era anche povera, la condanna raddoppiava) un’illusione.

Men such as yourself do not have to clean up the messes you make, but we have to clean up our own messes and yours into the bargain. In that way, you are like children. You do not have to think ahead or worry about the consequences of what you do. But it is not your fault. It is only how you are brought up.

Alias Grace - Stagione 1Alias Grace conduce Jordan, e lo spettatore insieme a lui, nel terreno inesplorato della storia raccontata dal punto di vista femminile, di una protagonista per la quale i termini morali e i ragionamenti lineari maschili non valgono e i pregiudizi scientifici devono arrendersi davanti ad un sostrato di superstizione, religione, povertà fisica e intellettuale, di una sottomissione così radicata da interiorizzarsi, ma anche di una frustrazione tanto enorme quanto impossibile da sfogare in alcun modo. Donando alla protagonista una voce di cui era priva, Alias Grace racconta una vicenda al tempo stesso profondamente inserita nella propria epoca e totalmente universale, perché la storia delle donne (e delle donne invisibili come Grace, ancora di più) merita di essere raccontata dalla voce delle donne stesse, anche se come in questo caso si tratta di una voce finzionale ex post e non di una testimonianza diretta.

Senza l’intento di riscrivere la Storia o rivoluzionare la televisione, Polley e Harron rendono giustizia a un capolavoro letterario con un piccolo progetto che non merita di essere rubricato soltanto come “l’altra serie tratta dalla Atwood”, ma che è perfettamente in grado di vivere di vita propria, grazie all’intensità dell’interpretazione della Gadon in primis, ma anche per l’accuratezza della messa in scena, la raffinatezza dei dialoghi e la capacità di mantenersi sempre sul filo dell’ambiguità senza mai fornire sovrainterpretazioni o risposte didascaliche.

Voto: 7½

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Informazioni su Eugenia Fattori

Bolognese di nascita - ma non chiedete l'età a una signora - è fanatica di scrittura e di cinema fin dalla culla, quindi era destino che scoprisse le serie tv e cercasse di unire le sue due grandi passioni. Inspiegabilmente (dato che tende a non portare mai scarpe e a non ricordarsi neanche le tabelline) è finita a lavorare nella moda e nei social media, ma Seriangolo è dove si sente davvero a casa.

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