Samurai Jack – La laconicità eloquente di una serie animata 3


NellaSamurai Jack - La laconicità eloquente di una serie animata quasi totale indifferenza degli addetti ai lavori – chiariamo, non si tratta di boicottaggio ma della difficoltà della serie di trascendere l’orizzonte entro cui si muovono i puri appassionati per porsi come prodotto universale – la scorsa primavera è stata testimone della venuta alla luce della quinta stagione di Samurai Jack, una serie animata inizialmente trasmessa da Cartoon Network nei primi anni Duemila.

Un’assenza di considerazione che è un vero peccato: la serie animata creata da Genndy Tartakowsky è una gioia per gli occhi, un costante invito alla riflessione e, soprattutto, un’opera completamente diversa rispetto a quello che siamo abituati a vedere.
Prima di addentrarci nella tentacolare giungla dell’analisi è opportuno spendere alcune parole sulla struttura dello show: nonostante la quinta stagione di recente produzione sia pensata per essere prosecuzione e conclusione delle prime quattro, può essere vista tranquillamente come prodotto indipendente, con immediato sollievo di chiunque si senta sovrastato ed inerme di fronte all’inesauribile offerta televisiva attuale.

Jack is back.

Samurai Jack racconta le imprese di un invincibile guerriero originario del Giappone feudale che, in una feroce battaglia con il malvagio demone Aku, viene da questi teletrasportato in un futuro distopico, dove la terra è in completa balia del demone. Qui, disperando di poter tornare al proprio presente, Jack si ritroverà a proteggere i deboli dalla furia di Aku, combattendo il Male nel futuro per estirparlo anche dal passato.
Le quattro stagioni trasmesse da Cartoon Network non avevano avuto la soddisfazione di una degna conclusione dopo che, per motivi di budget, lo show era stato tagliato. Da allora abbiamo dovuto attendere tredici anni e un cambio di produzione – con il passaggio ad Adult Swim che sottolinea l’attenzione alla crescita e all’approdo all’età adulta degli spettatori originali – perché Samurai Jack avesse il suo finale.

Fifty years have passed but I do not age. Time has lost its effect on me. Yet, the suffering continues. Aku’s grasp chokes the past, present and future. Hope is lost. Gotta get back, back to the past. Samurai Jack.

Samurai Jack - La laconicità eloquente di una serie animataA partire da questa frase, che apre ogni episodio della quinta stagione con funzione introduttiva e assolve ai doveri della sigla, si può notare il cambio di toni dovuto al passaggio di rete; ma, prima di tutto, che cosa è stato e che cos’è Samurai Jack? Ci troviamo di fronte ad una serie animata la cui cifra stilistica è la commistione di generi. Solo nella quinta stagione convergono steampunk e cyberpunk, fantascienza, tradizione giapponese ed iconografia western, il tutto mantenendo l’impostazione dell’uomo solo contro il mondo che caratterizza, per esempio, Mad Max o Ronin di Frank Miller (da cui lo stesso Genndy Tartakowsky, che Samurai Jack l’ha creato, ha ammesso di aver tratto ispirazione), con cui condivide anche molti tratti distintivi delle ambientazioni.
Questo pastiche di ispirazioni è in realtà un espediente per raccontare la parabola esistenziale di Jack che, all’inizio della quinta stagione, si ritrova paralizzato dall’assenza di azione, incapace di sottrarsi ad un’inerzia che lo trascina verso il baratro.

Jack è diventato un samurai oscuro, un uomo abbattuto dalla disperazione e dalla desolazione dell’universo in cui è costretto a dimorare, e lo show è mutato assieme al suo protagonista, dilazionando i toni leggeri e l’ironia e trasformandosi in uno dei ritratti più brutali e sinceri della solitudine mai andati in onda in televisione. Una delle caratteristiche dello show è infatti la laconicità dei dialoghi, che in certi episodi sono totalmente assenti; facendo affidamento sulla forza mitopoietica e struggente dell’immagine (Samurai Jack è considerato un unicum e un’eccellenza anche a livello artistico), lo show disseziona ogni sfaccettatura di una costante dell’esistenza di Jack: l’effimerità delle relazioni da cui consegue un isolamento che per lui è l’unica condizione possibile. Non si tratta di un’affermazione che lo show intende rendere universale, ma di una destino comune a chiunque dedichi la propria vita al raggiungimento di un obiettivo più grande di se stesso (in questo caso, sconfiggere Aku e tornare indietro nel tempo).

A rompere il dualismo tra Jack ed Aku ci pensa Ashi, una figlia del demone sottoposta ad un brutale allenamento con il solo obiettivo di uccidere Jack, una ragazza che si configura come l’immagine riflessa del protagonista e ne diventa l’interesse amoroso e l’occasione per dimostrare che anche un destino di malvagità può essere riscritto. Con questa scelta si evidenzia la seconda natura di Samurai Jack, che sa essere molto di più di un racconto in cui si mulinano spade alla ricerca del Bene, dimostrando di avere una forte vocazione intimista, in grado di raccontare con semplicità e, ancora una volta, senza bisogno di parole, un sentimento naturale come l’amore trasformativo.

Samurai Jack - La laconicità eloquente di una serie animataLa quinta stagione dello show creato da Tartakowsky ha dimostrato di essere cresciuta e maturata rispetto al passato e i dieci episodi che la compongono, potendo contare su una continuity più curata, sono un ottimo esempio di come la serialità televisiva possa essere applicata al mondo dell’animazione.
Il 2017 è stato l’anno della conferma per prodotti come BoJack Horseman e Rick and Morty che sfruttano la creatività dell’immagine per affrontare di petto e con ironia tematiche complesse e questioni sfuggenti. Samurai Jack prova ad inserirsi nello stesso filone ma, pur riuscendoci a livello di competenza artistica ed efficacia del racconto, si fa portatore di una cultura completamente diversa, dando voce ad un approccio alla vita in cui  i pilastri sono il silenzio, la spiritualità, la contemplazione dell’universo e la comunione con la natura. C’è un abisso tra la solitudine di BoJack e quella di Jack: dove per il primo è una condanna, per il secondo può diventare una scelta deliberata, un’occasione per sperimentare il caleidoscopio di sensazioni che da essa scaturiscono. La visione dello show può quindi diventare un’occasione per avvicinarsi, anche solo metaforicamente, ad un modo di pensare e vivere estraneo alle abitudini del mondo occidentale; vedere Samurai Jack non insegnerà il significato dello Zen – e d’altronde, chi è che lo conosce? –, ma potrebbe spalancare una finestrella su un universo spesso trascurato dal panorama seriale.

Se una serie animata riesce a confrontarsi con questi temi, interrogandosi sull’etica, sul destino dell’uomo, sulla follia, sull’amore e sulla morte, e lo fa con una laconicità tale da sfiorare il mutismo, merita allora che le venga concessa una possibilità.

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3 commenti su “Samurai Jack – La laconicità eloquente di una serie animata

  • Lorenzo

    Grazie per avermi ricordato che esiste questa serie di cui si era parlato benissimo! Sarebbe bello trovare il tempo per guardarla tutta ma potrei provare anche solo con la quinta…

     
    • Davide Dibello L'autore dell'articolo

      Ciao Lorenzo,
      posso assicurarti che la quinta stagione vale tutto il tempo che impiegheresti a guardarla (peraltro è piuttosto rapida). Ho qualche dubbio in più sul recuperare anche le stagioni precedenti: il target iniziale era un altro, non c’era continuity tra gli episodi, i toni erano più leggeri e, in generale era un prodotto intelligente pensato per adolescenti. Arrivare fino alla quinta, che è il momento culmine, potrebbe risultare faticoso.

       
      • Michele

        E sbagli in pieno. Con leone cane fifone e samurai jack sono cresciuti i miei figli (classi 97 e 2000). Ed io ringrazio la sorte di averli visti con loro. Alcuni episodi gioiello in 4 stagioni splendide. E l’ultima non è affatto fuori linea. Nè meglio, nè peggio. Semplicemente stupenda.