
The Bold Type è, infatti, la storia di tre amiche-colleghe nella redazione di Scarlet, magazine femminile newyorkese: Jane, aspirante giornalista di successo, Sutton, segreteria con l’aspirazione di lavorare nella moda, e Kat, social media manager della rivista. Come delle moderne Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte, le tre ragazze rappresentano ognuna un “tipo” – dalla dolce ma determinata Jane alla combattiva Kat – ma anche dei personaggi ben costruiti e protagonisti di un’evoluzione caratteriale coerente e studiata. Analogamente, la storia risponde senza dubbio al prototipo del racconto “al femminile” tradizionale, riprendendo ad esempio le atmosfere e lo stile tipico di una rom-com, ma come Sex and the City lavora sul genere per svecchiarlo, anche se in maniera ovviamente diversa rispetto agli anni ‘90. La differenza con SATC, da questo punto di vista, è la sensibilità apertamente femminista su cui regge l’intera struttura di The Bold Type, debitore e perfetto interprete di un clima creativo molto più evoluto rispetto a temi quali la sessualità femminile, la diversity, il body shaming, etc. Anzi, si potrebbe quasi dire che la serie abbia in parte il carattere di un procedurale: ogni episodio tratta un argomento “politico” diverso, servendosi degli articoli di Jane come pretesto per sviscerarlo, in maniera simile a quanto faceva, ancora una volta, Sex and The City con la rubrica di Carrie.

Allo stesso tempo, però, se cercate un prodotto dalla scrittura e dalle atmosfere sofisticate, non è questo il caso. The Bold Type è una serie politically correct (da non intendersi come un difetto, ma solo come una caratteristica), che mette in scena una complessità a-problematica e un mondo in cui, in chiusura di puntata, tutto è bene quel che finisce bene. Il modo in cui questo impianto è costruito è assolutamente maturo e funzionale, ma molto meno raffinato del modus narrandi più ironico e sottile di serie altrettanto leggere quali Jane The Virgin o Crazy Ex-Girlfriend. Ciò non rappresenta di per sé un problema, quanto piuttosto un’osservazione utile ad inquadrare la serie, che costituisce comunque un unicum nel panorama televisivo contemporaneo. Riuscire a parlare di femminismo, politiche migratorie, salute femminile, possesso di armi e altri argomenti di interesse sociale nella cornice di uno show all’apparenza frivolo e, soprattutto, assolutamente godibile non è impresa facile. Il progetto di Freeform e della creatrice Sarah Watson è lodevole e degno di fiducia anche solo per questo motivo, a cui si aggiunge la presa perfetta sulla scrittura, sempre solida ed efficace, e la capacità di dar vita a personaggi – per quanto non tutti – davvero interessanti. Tra questi spiccano la già citata Jacqueline Carlyle, un mentore generoso e disponibile che non vuole essere confusa con un’amica, e la più “umana” tra le ragazze: Sutton, le cui potenzialità vengono fuori con il tempo ma si trasformano velocemente in certezze.


Un unico appunto: ma quanto bevono? 🙂
Beh dai, meno di tanti altri 😛