
Ma come e perché un prodotto di Lifetime – canale via cavo non particolarmente prestigioso, conosciuto soprattutto per film e show “rosa” sconfinanti nel trash e quindi teoricamente rivolti ad pubblico femminile di bocca buona – è riuscito a generare la prima hit seriale del 2019 (la serie è andata in onda nel 2018, ma solo con il passaggio a Netflix ha avuto un’esplosione di tipo globale)? Innanzitutto i nomi coinvolti nel progetto potevano lasciar intendere fin da subito le potenzialità della serie: i creatori sono Sera Gamble e Greg Berlanti, conosciuti rispettivamente per essere stata la showrunner di Supernatural ed autrice di The Magicians e, lui, il re del teen drama (produttore di Dawson’s Creek ed Everwood) e più recentemente del DC Universe televisivo, nonché mente geniale dietro altri piccoli capolavori come Riverdale e, al cinema, Love, Simon. Due veterani del mezzo televisivo, insomma, specializzati in prodotti mid-reputable, ovvero quel genere di serie né prestige né di scarsa qualità che hanno aperto la strada ad un nuovo modo di fare tv tipico di questo preciso momento storico.
Se sempre più show lontani dal modello post-Soprano fatto di antieroi e atmosfere cupe, spesso prodotti da network generalisti o comunque da reti non conosciute per le produzioni di prestigio, si stanno facendo strada nel cuore di spettatori e critica è anche merito di autori come Gamble e Berlanti, che hanno ridato dignità a quelle serie da pomeriggio di Italia 1 considerate soltanto una leggera distrazione per un pubblico poco esigente.

L’aspetto interessante di un’esperienza così immersiva per lo spettatore è proprio la possibilità di conoscere le motivazioni di un comportamento all’apparenza ingiustificabile, almeno quando viene visto dall’esterno. Non si tratta, però, di un mero processo di umanizzazione, che sarebbe sì un passo avanti nella rappresentazione di un certo modello di criminale ma anche un’operazione potenzialmente pericolosa e artisticamente fine a se stessa, bensì un modo per smascherare l’insidiosità di modelli relazionali tossici.
I pensieri di Joe sono tanto più rilevanti quanto più giustificabili, perché inseriti in un sistema di valori che vede nella donna sempre e comunque una damigella in pericolo e nell’uomo l’eroe romantico che deve proteggerla a tutti i costi, che lei lo voglia o no. Molte delle considerazioni di Joe sulla vita di Beck, sulle sue amicizie e il suo lavoro, sono inoltre assolutamente condivisibili, tanto che viene da pensare “che male c’è se si intromette nella sua vita? In fondo la migliora!”. Gamble e Berlanti sono quindi bravissimi nel mettere in crisi lo spettatore, che talvolta si scopre a “shippare” la coppia pur sapendo che Joe è uno stalker e subito dopo a disprezzarne il comportamento pur provando per lui una certa, inevitabile, attrazione. Questo conflitto rende la serie contemporaneamente didattica e coinvolgente: il “messaggio educativo” che si nasconde (neanche troppo tra le righe) nella sceneggiatura è la base stessa dello show nonché la sua attrattiva principale, ma arriva senza mai fagocitare la narrazione, il cui ritmo agile e incalzante fidelizza lo spettatore quasi senza sforzo.

Un prodotto, in altre parole, che fa un uso intelligentissimo dell’idea di male gaze, traducendolo in strumento narrativo con il quale parodiarne il suo stesso concetto: esempio e sintesi perfetta di un nuovo modo di fare televisione, più consapevole e, proprio per questo, anche più divertente e acuta.

Per me è una serie riuscita a metà. E’ riuscita perchè è molto coraggiosa: stiamo parlando di una serie dove tutti i personaggi sono più o meno persone talmente ORRIBILI che venga quasi spontaneo abbracciare il punto di vista dell’unico vero psicopatico rappresentato. Mi sembra una cosa abbastanza rivoluzionaria, a livello seriale, dove più o meno tutti contano sulla fidelizzazione ai personaggi.
D’altra parte YOU è un’occasione mancata proprio per la sciatteria con cui viene presentato il personaggio principale: le sue critiche in voice-over a chi lo circonda non sono forse tanto superficiali quanto la stupidità che criticano? Potevano regalarmi un bello psicopatico che nei suoi delirii facesse ragionare sulle storture della società o della vita, mentre mi ritrovo con un sociopatico “polically-correct” dai ragionamenti banalissimi appena sopra il sistema che critica. Peccato.
!!!!!SPOILER!!!!!
Sono convinto che io, un mio amico a caso o proprio tu che stai leggendo saremmo stati capaci di scrivere voice-over molto più centrati, e non credo che nessuno di noi (spero) sia un assassino. Sbaglio?
Ciao Hugo! Ti dirò, in realtà a me i monologhi di Joe son sembrati molto centrati. L’obiettivo era chiaro: mostrare i suoi pensieri paternalisti, lasciarci immedesimare e allo stesso tempo disgustare. Da questo punto di vista credo sia stato fatto un ottimo lavoro!
Primi episodi interessanti, poi piano piano la storia annoia e diventa quasi banale.Attori non all’altezza, specialmente la protagonista.Che dire? Deludente