
Blood does not family make. Those are relatives. Family are those with whom you share your good, bad, and ugly, and still one another in the end. Those are the ones you select.
La morte come presenza costante e la famiglia, non quella di sangue ma il concetto di famiglia che ci si sceglie sono due topic ricorrenti nelle storie che raccontano la comunità LGBT+ negli anni Ottanta/Novanta che Pose ha saputo abilmente utilizzare, aggiornandoli e trasformandoli in una narrativa avvincente che unisce gli aspetti più colorati e scintillanti a quelli più oscuri in un legame sotterraneo e indissolubile che ha plasmato un’epoca e il futuro di tutta la comunità.
In questi giorni di Pride che coincidono con il cinquantenario di Stonewall è impossibile limitarsi a celebrare il passato senza capirlo, e Pose esiste per questo: non soltanto per dare spazio alle storie e al talento di persone come Janet Mock, Indya Moore, MJ Rodriguez, Dominique Jackson e Our Lady J, ma per raccontare il passato della comunità in un modo in cui non è mai stato fatto prima, dandogli dignità di dramma storico e mettendo in primo piano chi è sempre stato ai margini del racconto.
Il mondo delle House rappresentava una famiglia “alternativa” che ci si sceglieva una volta esclusi dalla società eteropatriarcale bianca, ma da questa alternativa non nasceva una copia di quella società, nascevano invece legami e regole di vita alternativi che hanno plasmato le esistenze e la cultura di un decennio, da cui la pop culture ha attinto senza sosta senza mai riconoscere il proprio debito verso quel mondo sotterraneo dalla cui creatività sgorgavano in continuazione idee, nuovi modi di parlare, fare musica, pensare. La cultura delle ballroom ha dato tantissimo al mainstream senza ricevere mai in cambio più di una occasionale citazione, una copertina, un documentario, senza mai arrivare davvero a essere “vista”, noticed, dalla cultura ufficiale che pure, senza rendersene conto, ballava e parlava in un modo che proprio nelle ballroom era stato inventato: Pose nasce per rimediare a questa ingiustizia decennale e raccontare la storia col punto di vista giusto.

New York stessa sta cambiando e la gentrificazione inizia un percorso che in meno di 20 anni avrebbe trasformato il centro della città da uno dei posti più pericolosi del mondo a quello con gli affitti più alti, e il futuro ce lo racconta una favolosa Patti Lupone, icona storica di Broadway, che prende il ruolo lungamente annunciato di Frederica Norman, ricca proprietaria immobiliare che affiitta a Blanca il tanto sospirato negozio di manicure.
By the year 2000, there won’t be a neighborhood in this city where a normal person feels uncomfortable walking. When you make a neighborhood safe and desirable, good people move in and make it too expensive for the troublemakers, so they move out. Property values go up. Everybody wins.
A vincere, ovviamente, sono i ricchi bianchi in ogni caso, come Madonna che scala le classifiche con il suo singolo e un video che lancerà la carriera di un maschio bianco eterosessuale, David Fincher (peraltro con un’estetica copiata a Tamara De Lempicka): a discolpa di Madonna c’è da dire che nel 1990 nessuno avrebbe mai neppure immaginato si potesse affidare a un membro della comunità che l’aveva inventato il controllo finale sul video che lanciava il vogueing a livello internazionale, ed era normale pensare che la cantante stesse facendo un favore alla comunità LGBT+ – oggi invece parleremmo più propriamente di appropriazione culturale – proponendo una versione edulcorata per bianchi della sua creazione, mettendoci la propria faccia e ricavandone soldi.
È qui che entra in gioco il ruolo necessario di Pose, che rimettendo in ordine le prospettive ci racconta questo momento dalla prospettiva dei derubati e non del white savior che crede di essere utile, mostrandoci come la diffusione di Vogue apra la porte dello spettacolo “ufficiale” a tantissimi artisti e artiste ma non cambi sostanzialmente nulla nella quotidiana lotta per la sopravvivenza. Perché soltanto oggi, a quasi trent’anni di distanza da quel video, ci troviamo a parlare della cultura ballroom in televisione? Diffondere un passo di danza senza parlare del suo profondo significato identitario, dei bisogni a cui rispondevano e del retroterra culturale cui attingeva non significava promuovere il ballroom ma solo cannibalizzare ciò che di esso era commerciabile, lasciando chi l’aveva creato nel buio del quasi totale anonimato. La stessa cosa accadeva con l’HIV, perché le morti di alto profilo e le grandi raccolte fondi servivano a ben poco a chi viveva per strada e in entrambi i casi l’unico rifugio e l’unica vera soluzione era la famiglia, l’attivismo – nel primo episodio incontriamo per la prima volta gli attivisti di Act Up, il cui ruolo è stato cruciale per lotta all’AIDS – il restare fedeli a sé stessi e alla propria cultura.

L’aura di magia del melodramma costruito intorno a loro dalla sapiente mano della scrittura li rende iconici e dunque, invulnerabili alla crudezza del reale, forse anche perché è con i loro occhi che vediamo la realtà. E se il modo in cui sei nato ti ha costretto a guadagnarti il diritto di esistere, probabilmente l’unico modo di sopravvivere è fare come Blanca, vedere il mondo come una fantastica avventura in cui ogni ostacolo ti porta più vicino alla persona che hai scelto di diventare.
Voto 2×01: 8
Voto 2×02: 8

Ma gli articoli vengono revisionati prima di essere pubblicati?
Ciao, non essendoci nessun refuso (siccome la revisione viene fatta eccome, come si può ben evincere dalla qualità dei nostri articoli), mi chiedo cosa tu intenda buttando lì questa frase aggressiva e non argomentata.