
La serie di Sarah Treem e Hagai Levi, anche se il ricordo è ormai sbiadito, è stata addirittura una serie capace di vincere – meritatamente – un Golden Globe come miglior serie drammatica grazie alla sua prima stagione, che sfoggiava vistosamente il meccanismo narrativo dei diversi punti di vista che l’ha resa celebre; le stesse situazioni, la stessa relazione extra-coniugale, vista attraverso gli occhi di Noah e di Alison, con le differenze che rendevano particolarmente innovativo e profondo il discorso sullo sguardo e sulla diversa percezione della realtà. Un giocattolone che gli autori non hanno saputo sfruttare a pieno nelle stagioni successive, attraversando una seconda annata problematica, una terza mediocre – che si riprende solo quando sceglie di cambiare totalmente stile e direzione – e una quarta che, nonostante renda ben chiaro il non essere più la serie brillante di una volta, riesce a puntare su alcune tematiche forti in grado di risollevare l’interesse sopito per lo show. Intendiamoci, lungo tutta la sua storia seriale, The Affair è stata anche capace di offrire momenti totalmente sopra le righe e ingiustificati, passaggi in cui la scrittura si rivela tanto superficiale quanto inconsapevolmente divertente, figlia non si sa bene se di mancanza di idee o di una precisa scelta stilistica che porta inevitabilmente gli spettatori a chiedersi come possa essere venuta in mente agli autori una cosa del genere.

I don’t think I’m who you’re looking for.
A livello di trama è il tema della morte a farvi da innesco: le dipartite di Alison e Vic sono, difatti, propulsori della prima parte di stagione, da un lato un Noah sempre meno in controllo della sua vita e delle sue relazioni e dall’altro Helen, che deve riprendersi dopo aver perso il marito – il migliore tra i due, verrebbe da dire – ma del quale si ritrova a gestire il figlio illegittimo e la sua amante. Una situazione totalmente fuori dagli schemi, come solo The Affair è capace di imbastire senza cadere del tutto nella grande voragine del trash, mantenendosi su un precario equilibrio che sconfina solo talvolta nell’incredulità più totale. A questo proposito, bisogna anche citare il tentativo di provare a rispondere alle accuse di essere una serie che si concentra su personaggi appartenenti ad una certa estrazione sociale, nei quali è difficile immedesimarsi, un problema non da poco in una serie che parla, appunto, di diversi tipi di sguardi e modi di percepire e vivere le relazioni – amorose e sociali. Sempre nella prima parte di stagione, infatti, uno dei POV è dedicato al personaggio di Janelle, l’ultima compagna di Noah, e attraverso di lei vorrebbe mettere in luce tutte le contraddizioni e le ipocrisie del mondo rappresentato dai protagonisti dello show: la donna si identifica, per la prima volta, come un occhio esterno in grado di smascherare l’elitismo di una parte di privilegiati che sembra vivere in una bolla, incapace di riconoscere il razzismo e il settorialismo che li caratterizza. Purtroppo questa sezione del racconto rimane fine a se stessa e confinata in meno di mezz’ora di screentime, perdendo la sua efficacia e facendo capire come gli autori non siano davvero interessati a portare a galla totalmente il problema.
Ask yourself, do you really want to fuck them, or do you want to be them?

Why don’t you tell me, Noah? You seem to know a lot.

– Well, I think certain couples have hurt each other less than we have.
– I think certain couples have loved each other less than we have, too
Per questo sarebbe stato meglio concludere la serie in un altro modo, e la scrittura offre numerose altre vie: c’è da dire infatti che The Affair presenta tanti, troppi finali. Dalla fine del decimo episodio in avanti ogni sequenza potrebbe essere la naturale conclusione dello show, ma gli autori continuano a procrastinare con l’intenzione di aumentare il carico di pathos ma finendo per annacquare oltremisura un bicchiere già colmo. È un finale pieno di sentimentalismo, con la riconciliazione definitiva tra Noah e Helen, la riunificazione felice della disfunzionale famiglia Solloway e l’idea che Joanie prenda in carico l’eredità della madre e riesca a superare i suoi traumi per vivere una vita felice con suo marito e i suoi figli. Di fronte a questo lieto fine per tutti forse si storcerà il naso ma, in fondo, se si è arrivati fin qui, alla serie e ai suoi personaggi un po’ si è voluto bene e sicuramente si sarà in grado di perdonare loro anche questo.
Voto stagione: 6 ½
Voto serie: 6/7

Recensione magnifica, se gli autori avessero scritto queste ultime 2 stagioni come tu hai scritto quest’analisi avremmo assistito a un capolavoro!
Grazie! 😀