Dear… – 1×01 Spike Lee


Dear… – 1x01 Spike LeeApple TV+, oltre a serie di maggiore o minore successo come The Morning Show o Servant, ha dedicato parte della propria produzione originale alla creazione di docu-serie con la partecipazione di personaggi rilevanti del mondo dello spettacolo. Visible: Out on Television è stato il primo tentativo, superato con successo. Adesso ci si riprova con Dear…


Dear
…, prodotta da R.J. Cutler, però non intende raccontare una storia che attraversi l’intera stagione – com’era accaduto per Visible, il cui racconto era una evoluzione temporale nella rappresentazione LGBTQ+ in TV. Si tratta invece di una serie di biografie su personaggi di rilievo; invece di estendersi a parlare di tutta la loro esperienza, ci si concentra su alcuni passaggi filtrati attraverso lo sguardo di coloro i quali sono stati direttamente influenzati da tali personaggi. L’idea infatti è di focalizzarsi sulla biografia di queste persone a partire da alcune lettere di altri a cui hanno cambiato la vita. I dieci episodi (di una durata che non supera la mezz’ora) che compongono la stagione sono dedicati a Spike Lee, Lin-Manuel Miranda, Stevie Wonder, Oprah Winfrey, Gloria Steinem, Big Bird (!), Jane Goodall, Aly Raisman, Yara Shahidi e Misty Copeland. Si tratta di persone molto diverse tra loro (c’è anche un pupazzo…) sotto il profilo lavorativo, umano e generazionale, ma tutti con qualcosa da raccontare che vada oltre la mera esperienza personale.

Il pilot della stagione fornisce sufficienti informazioni su quello che sarà il formato degli episodi: al centro un personaggio pubblico, che è presente nel documentario e racconta la propria storia, gli interventi da parte di chi è stato toccato dalla vita del protagonista, la narrazione di alcuni passaggi fondamentali della biografia – non tutto, necessariamente. Alla base, però, c’è anche la voglia di raccontare qualcosa di più specifico: non si tratta, infatti, di semplici biografie, ma di un’analisi sui temi e sui discorsi portati avanti da questi personaggi, valutandone quindi l’impatto sociale.

Nel caso di Spike Lee, che apre la serie, si tratta del racconto quanto mai attuale delle difficoltà americane nel gestire il proprio razzismo interno. Attraverso la voce di Spike Lee, i suoi film, e una ricostruzione storica (molto rapida), la serie trova immediata rilevanza nel discorso di queste settimane, rendendo ancor più palese come ci si ritrovi ancora una volta ciclicamente a dover parlare di certi argomenti, mai nemmeno scalfiti. Spike Lee, quindi, viene celebrato nel suo essere diventato una voce di coloro i quali una voce al cinema non ce l’avevano, partendo dalla propria esperienza personale. A questo, però, si aggiunge la presenza di persone che raccontano la propria esperienza, un loro momento di difficoltà legato in qualche modo alla produzione di Lee: ecco, ad esempio, il racconto di come il regista abbia avuto un impatto su un uomo cresciuto a Charleston che, dopo la visione di School Daze, decise di studiare in un’università storicamente afroamericana, come quella del film, e da lì rivoluzionare la propria esistenza. Il racconto biografico, dunque, non si limita a una narrazione teorica, ma mostra immediatamente il modo in cui certe persone, con il loro lavoro o il proprio attivismo, hanno aiutato a cambiare la vita di altri, se non addirittura intere società.

Dear… – 1x01 Spike LeeC’è però un fattore da non dimenticare e che risulterà particolarmente decisivo nell’apprezzare o meno Dear… La docu-serie, infatti, è sfacciatamente di parte, non nel senso che si schieri su certe posizioni – e ci mancherebbe che non lo facesse – ma non scrive vere biografie dei personaggi raccontati, quanto piuttosto degli omaggi. Prima di tutto, perché chi viene raccontato è direttamente coinvolto nella narrazione, prende anzi il posto centrale in scena e fa da narratore di ciò che accade, eliminando di conseguenza ogni possibile nuance o sfaccettatura ulteriore in certi racconti. C’è anche poi da aggiungere che il senso di artificiosità è altissimo: le musiche sono ricattatorie, le vicende seguono un certo tipo di andamento, la lettura delle lettere viene fatta in set con numerose comparse, dando al tutto un senso di pura finzione – all’inizio può sembrare che i lettori siano attori, non coloro i quali avevano davvero scritto quelle lettere. Raccontare certe storie in questo modo non è dissimile da quanto avvenuto in Visible, ma lì si raccontava una storia che non si concentrava su uno o sull’altro personaggio, quanto su un’evoluzione storica; di conseguenza, anche l’omaggio a personaggi come Oprah o Ellen erano comunque limitati nel tempo.

Il risultato è dunque mezz’ora di esaltazione di Spike Lee, in cui il racconto della società viene filtrato attraverso l’impatto che il regista americano ha avuto sul mondo circostante. Bisogna dunque accettare che questo sia il linguaggio utilizzato per raccontare queste storie: non è necessariamente un male – d’altronde che tipo di approfondimento si potrà mai fare in mezz’ora? – ma la sensazione di artificialità potrebbe far storcere il naso a chi preferisce docu-serie che non siano così visibilmente retoriche. Di questo pilot, dunque, si valuta con favore in particolare la rilevanza del tema e il modo originale di approcciarsi alla biografia, ma allo stesso tempo è difficile apprezzare tutto questo fino in fondo a causa di una artificiosità narrativa soffocante.

Voto: 6

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Informazioni su Mario Sassi

Un po' romano un po' napoletano, ha preparato la sua valigia di cartone e se n'è andato a Philadelphia, nella speranza di incrociare Rocky alle prese con un nuovo allenamento. Tra letteratura, cinema e serie TV si domanda ancora come faccia a trovare tempo per respirare.

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