
L’eccessiva chiarezza del simbolo è il pericolo corso da Lovecraft Country, la nuova serie HBO (prodotta da Jordan Peele e da J.J. Abrams) tratta dall’omonimo romanzo fantasy di Matt Ruff. Non si tratta per questa produzione di un pericolo collaterale o marginale: fin dalla visione del pilot si evince che l’idea portante dello show è proprio quella di costruire il racconto su un simbolismo disambiguo, chiaro e impattante. Il racconto è incentrato su Atticus Freeman, giovane afroamericano tornato dal suo impiego nell’esercito, che decide di attraversare l’America segregazionista degli anni ’50 per cercare suo padre, scomparso misteriosamente; l’idea portante è invece quella di mettere in relazione gli individui e le istituzioni violentemente razziste e xenofobe che costellano il percorso di Atticus con i mostri xenomorfi di H.P. Lovecraft, scrittore di fantascienza americano nato a Providence, noto tanto per l’importanza e l’influenza rivestita nel genere horror (le sue opere sono riconosciute come le progenitrici del genere new weird) quanto per le dichiarate posizioni razziste e per la sua simpatia nei confronti del regime nazista.
Il simbolismo della serie, nella forma di questa relazione metaforica tra mostri razzisti e mostri fantastici, è quindi frutto di un’intuizione segnica che muove i passi da un fatto storico. Considerata la posizione di Lovecraft in materia, è difficile pensare a una soluzione diversa da quella presa dallo show, in qualità di adattamento finzionale legato ai prodotti dell’immaginazione dello scrittore ma allo stesso tempo interessato a rappresentare il fenomeno del razzismo degli anni ’50: la produzione immaginativa lovecraftiana, indirizzata nei suoi romanzi da un’ideologia razzista, è qui ribaltata di segno per mobilitare una narrazione sulle violenze del razzismo. Questa è già di per sé un’acrobazia virtuosa. Perché allora Lovecraft Country deve guardarsi dall’accentuazione troppo insistita di questo simbolismo?

Gli scrittori dello show creano un mondo dove le persone hanno lo stesso grado di realtà dei mostri: per i personaggi non c’è dislivello di realtà, essi scoprono l’esistenza dei mostri e li ritengono reali; per gli spettatori il dislivello di realtà invece c’è perché sanno che i personaggi sono credibili, possono esistere, mentre i mostri sono esseri finzionali. La coscienza simbolica è solo degli spettatori che riconoscono nel mostro un livello di realtà in meno, e non dei personaggi che pensano di vivere una realtà abitata da mostri. Negando la coscienza simbolica – che i razzisti sono mostruosi quanto gli esseri lovecraftiani o che i mostri sono epifenomeni del razzismo – ad Atticus, a George, a Leti, il pilot lascia uno spazio di ambiguità alla metafora, uno spiraglio di non chiarezza, perché innesta un percorso di possibile consapevolezza per i personaggi: questi ultimi possono arrivare alla coscienza simbolica sul mostruoso, perché per loro ancora non è una nozione evidente.
A questo punto gli spettatori partecipano al percorso di risveglio (potenziale ancora ovviamente, dato che non si conoscono le future direzioni della serie) dei personaggi, perché si mettono sul loro stesso piano emotivo di risposta nel confronto con le vicende extra-ordinarie: la consapevolezza della didascalia è quindi ridimensionata dall’investimento emotivo, che avvolge ben più della concentrazione analitica per ogni ponte metaforico. In più gli spettatori, da individui già consapevoli del simbolo, possono posare l’attenzione su altre modalità metaforiche che ricamano sul simbolismo principale. Allo stesso tempo questa inconsapevolezza dei personaggi permette allo show di smentire la metafora, di ridirezionare e ridimensionare il discorso senza intaccare i loro percorsi e le loro psicologie: per loro quello che avviene è reale, non simbolico.

“Sundown” è un episodio che, pur nel raggio di un’azione introduttiva e quindi limitata, gestisce bene il suo vasto materiale narrativo e tematico: offre una buona introduzione per i personaggi, perché presenta i loro caratteri e le loro motivazioni, innescando un istantaneo stato di investimento emotivo; una buona introduzione per le atmosfere, per ora divise tra le foreste spettrali, le autostrade bollenti, gli angoli colorati dei quartieri afroamericani e le mura ammaccate delle case; una buona introduzione per gli archi drammatici, legati a una missione, a un mistero, a uno stato di coscienza. Tutto è al punto giusto, ora deve solo procedere in avanti.
Voto: 8
