Ratched – Stagione 1 2


Ratched - Stagione 1Quest’autunno seriale ha visto l’arrivo su Netflix dell’ultimo lavoro di Ryan Murphy, i cui sforzi si sono concentrati stavolta sulla messa in scena delle origini di Mildred Ratched, la subdola infermiera nata dalla penna di Ken Kesey e resa celebre dall’interpretazione di Louise Fletcher nel film Qualcuno volò sul nido del cuculo. Questa prima stagione di Ratched ha dunque l’obiettivo di mostrarci le origini dell’infermiera e della sua particolare e controversa personalità attraverso gli occhi dell’autore americano.

Si tratta di un intento molto affascinante proprio perché la visione delle sadiche caratteristiche della Mildred interpretata da Fletcher può aprire interessi e domande riguardanti il suo passato e tutto ciò che, nel tempo, ha portato alla costruzione della celebre infermiera Ratched; oltretutto, i temi e le ambientazioni che circondano il personaggio sono sicuramente in linea con lo stile e con le scelte che Murphy ha presentato nei suoi lavori passati (in particolare in American Horror Story). La scelta di Sarah Paulson come protagonista dello show non fa che confermare questa direzione e la moderna Ratched si presenta come un personaggio affascinante e controverso, la cui apparenza posata, elegante ed impeccabile nasconde una personalità subdola e oscura, capace di portare la protagonista a compiere atti spietati pur di raggiungere i propri obiettivi.

Ratched - Stagione 1I primi episodi dello show si concentrano proprio sull’esplorazione dei lati più sinistri della personalità di Mildred mostrandoci il suo arrivo nella clinica gestita dal dottor Hanover (Jon Jon Briones) e tutti gli inganni e i sotterfugi che la donna compie per ottenere il posto da infermiera e per assicurarsi, in ultima istanza, la fiducia del direttore. La messa in scena estetica del centro psichiatrico si allinea alle scelte utilizzate per la rappresentazione della protagonista, in quanto anche l’ospedale nasconde dietro la sua apparenza pulita e ordinata un gran numero di orrori derivanti soprattutto dai trattamenti disumani che al tempo erano in voga per la “cura” dei disturbi mentali. La scelta di illuminare Ratched e alcuni corridoi dell’ospedale con un’innaturale luce verde o rossa sembra proprio sottolineare la presenza insistente di questa realtà crudele che si nasconde fra le pareti dell’ospedale e nella mente stessa di Mildred. Tutta la cittadina di Lucia – e le persone che la abitano – paiono conservare questa sorta di dissonanza che dona un certo fascino alla serie: Murphy, come al solito, si è mostrato molto bravo nel rappresentare il passato sotto una luce più moderna, concorrendo ad aumentare il magnetismo dello show.

I primi passi di Mildred in questo piccolo universo dai toni surreali, si diceva, funzionano bene non soltanto per il fascino delle ambientazioni, ma anche per l’ottima interpretazione di Sarah Paulson, che si è mostrata capace di far trasparire i lati più subdoli del suo personaggio anche nelle sue espressioni più posate: il sorriso sinistro e appena accennato dell’infermiera presente alla fine della sigla è l’esempio perfetto di questa sua recitazione tanto sottile quanto efficace, perfettamente in linea con le caratteristiche del personaggio. I lati più ambigui e controversi della donna – quelli che più ricordano la Ratched del film – si concentrano proprio nella prima parte della stagione, portando gli spettatori ad aspettarsi, nel proseguimento della serie, una discesa sempre più ripida di Mildred verso i suoi lati più oscuri e sadici ma, sorprendentemente, così non è stato: una delle scelte più chiare di Murphy è stata proprio quella di umanizzare la protagonista, non solo mostrandoci il passato traumatico che ha condiviso con Edmund Tolleson (Finn Wittrock), ma decidendo di ammorbidirla e di allontanarla dalle caratteristiche del personaggio alla quale è originariamente ispirata.

Ratched - Stagione 1Questo processo di umanizzazione si rafforza a partire dalla relazione con Gwendolyn Briggs (Cynthia Nixon) che costringe Mildred ad accettare e ad abbracciare la sua omosessualità in un contesto in cui quest’ultima veniva considerata come una malattia da debellare. La cura e la qualità che Murphy ha dedicato alla rappresentazione di questa relazione sono molto alte, permettendo la messa in scena di un legame molto potente (valorizzato dalle ottime interpretazioni delle due attrici), la cui costruzione riesce a giustificare quell’inaspettato ed insolito ammorbidirsi della personalità di Mildred.

Tuttavia, proprio perché sappiamo bene quanto Murphy ci tenga a rappresentare categorie e/o minoranze spesso discriminate e banalizzate, è difficile non considerare problematico il modo in cui sono stati messi in scena i pazienti che soffrono di disturbi mentali: in uno show che ha fra le sue intenzioni anche quella di denunciare i metodi brutali con cui si era soliti trattare questi pazienti (lobotomia, sedazioni continue, vasche bollenti, ecc.), la rappresentazione dei malati è fin troppo stereotipata e banalizzante, in quanto ognuno di loro è mostrato come potenzialmente violento nei confronti degli altri e/o di se stesso, incappando nel rischio di demonizzare le malattie mentali e di rovinare, conseguentemente, parte dell’intento della serie.

Tralasciando questo grosso difetto, lo show si presenta godibile e ben costruito sia nella prima, magnetica e orrifica metà e sia nella seconda metà, teatro della “rinascita “di Mildred. Sono molte le vicende – anche quelle più surreali o più slegate dalla protagonista – che riescono ad inserirsi bene nell’economia generale della serie e ad appassionare: si pensi alla fuga in stile Bonnie e Clyde di Edmund e Dolly, oppure alla sete di vendetta di Lenore Osgood (interpretata da un’ottima Sharon Stone) e a tutte le sue conseguenze. Anche le storyline di alcuni personaggi secondari brillano nella loro evoluzione, soprattutto per quanto riguarda Betsy Bucket (Judy Davis) nel suo percorso da agguerrita rivale di Mildred ad amica di quest’ultima, e Charlotte Wells che, presentata come un personaggio apparentemente di contorno, è infine diventata funzionale per la svolta drammatica dello show (ed è stata resa ancora più memorabile dall’interpretazione magistrale di Sophie Okonedo).

Ratched - Stagione 1Nonostante i numerosi elementi positivi, Ratched purtroppo fatica a convincere del tutto per una serie di problematiche legate proprio alla sua dichiarata natura di origin story. Vista senza il peso dell’eredità dei prodotti d’origine, la serie non può che brillare per tutto ciò che è stato detto poc’anzi; tuttavia, quando si conclude la visione della stagione, non si può fare a meno di notare che ciò che Murphy e lo show volevano dirci è poco chiaro e, soprattutto, è slegato dal film e dalla Mildred da cui hanno preso ispirazione. Anche se lo show vuole suggerire che le cause che portano la protagonista a diventare la fatidica infermiera Ratched sono nascoste nel suo passato doloroso e tormentato, non c’è nient’altro che riesca a dare l’idea di un vero e proprio processo di costruzione del personaggio in chiave prequel: se non fosse per la scritta che appare all’inizio di ogni episodio a ricordarci che il personaggio di Sarah Paulson è basato su quello dell’infermiera di Qualcuno volò sul nido del cuculo, ci si dimenticherebbe ben presto che le due storie sono collegate da un vincolo temporale. Il legame con il materiale d’origine, insomma, è forzato e non trova una vera e propria collocazione nella costruzione narrativa degli episodi.

In definitiva, Ratched è un prodotto ben fatto, ma che fallisce nei suoi intenti e nella sua stessa natura di prequel. Questo, certo, non impedisce agli spettatori di apprezzare le numerose caratteristiche positive dello show – che riescono a toccare gran parte degli elementi messi in scena, a partire dalla resa tecnica ed estetica fino alla sceneggiatura e alle prove attoriali –, ma non si può che restare vagamente dubbiosi riguardo il legame con il personaggio di Kesey e Forman: un collegamento tanto urlato nelle intenzioni quanto debole nella sua rappresentazione.

Voto: 7½

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2 commenti su “Ratched – Stagione 1

  • Boba Fett

    Progetto tutto sommato gradevole, con una storia leggera, ma come sempre per un’opera firmata Murphy, non priva di aspetti interessanti; esteticamente perfetto, anche se non riesce a mantenere lo stesso livello fino alla fine e con un bel cast molto glamour. Peccato solo per quel link con un film completamente diverso anche se, mi rendo conto che raccontare il precedente di un personaggio iconico va moltissimo, penso ad Hannibal o all’annunciato progetto sul giovane Tony Soprano e soprattutto a Joker (a tale proposito vedrei volentieri la “nascita” dell’altra famosa infermiera del cinema, quella di Misery!). Comunque mi sembra uno show con un buon potenziale per eventuali, prossime stagioni.

     
    • Denise Ursita L'autore dell'articolo

      Ciao Boba Fett,
      sono d’accordo con te: ho trovato la serie in generale molto godibile e con molti spunti positivi, ma ritengo davvero un peccato la lontananza dall’iconico personaggio d’origine. Concordo anche con la potenzialità di nuove stagioni che, forse, potrebbero rimediare a questo difetto. Staremo a vedere 🙂