
L’idea originale riguardava in realtà la realizzazione di un film, ma la BBC convinse lo sceneggiatore a trasformare Collateral in una miniserie, sia perché i personaggi principali erano molti e avevano bisogno di più tempo per essere esplorati, sia per il tipo di pubblico a cui si voleva rivolgere. “Le argomentazioni che Christine Langan della BBC mi diede erano molto potenti, e così abbracciai l’idea della serie anche se era una dimensione di cui non sapevo nulla”, ha ammesso Hare. Per introdurlo alle dinamiche seriali gli venne affiancato il producer George Faber, ma alla fine della visione si può affermare che Collateral assomigli più a un film diviso in quattro parti che a un prodotto rispettoso delle regole della dinamica seriale, ed è perfettamente autoconclusivo anche per questo motivo.
Tutte e quattro le puntate sono state dirette da S. J. Clarkson, regista e produttrice esecutiva già nota al mondo della serialità per aver diretto numerose puntate di serie inglesi e americane (Succession, The Defenders, Jessica Jones) e recentemente scelta per dirigere il prequel di Games of Thrones firmato HBO. In un’intervista Hare e Clarkson hanno affermato di venire da due mondi molto diversi ma di trovarsi bene insieme, raccontando di essersi anche cimentati nella recitazione dei loro personaggi durante la fase di revisione della sceneggiatura.

Fin dalla prime sequenze Collateral si presenta come una serie trainata dalla tridimensionalità e dal respiro dei suoi personaggi, che spesso lascia da parte le caratteristiche convenzionali del giallo per aprire le porte all’esplorazione di tematiche molto più ampie. Per la maggior parte dei personaggi, infatti, la difficoltà sta nell’affrontare le conseguenze che il caso mediatico dell’omicidio di Abdullah porta all’interno del loro microsistema, e l’unico personaggio che realmente si interfaccia con il macrotema e con la trama è Kip – il cui personaggio, a dispetto degli altri, risente di un po’ di superficialità nella scrittura, anche se magistralmente mascherata dalla bravura di Carey Mulligan.
Il discorso su come l’Inghilterra stia affrontando le scie migratorie viene trattato cercando di eludere il più possibile la morale e la drammaturgia per concentrarsi sul realismo, e questo movimento risulta perlopiù riuscito anche grazie al personaggio di Fatima Asif (Ahd Kamel), sorella di Abdullah che diventa una fonte di informazione determinante per la ricostruzione dei fatti. Insieme a lei, anche l’esercito e in particolare la capitana Sandrine Shaw saranno coinvolti nelle indagini, contribuendo ad allargare sempre di più il panorama.

Questi ultimi due episodi sono anche, però, quelli che allentano un po’ il ritmo: mentre all’inizio l’andamento della storia è spigliato e molto scorrevole, con l’ampliarsi del numero dei personaggi e del mondo con cui si ha a che fare diventa un po’ dispersivo e più lento. Ciò è dato anche dalla decisione dello sceneggiatore di distaccarsi dai tradizionali snodi presenti in un giallo, privandosi di fatto di alcuni efficaci colpi di scena che, tendenzialmente, mantengono alta la suspense in questa tipologia di racconto. Nonostante sia presente una ricercata colonna sonora, che riesce a calcare i momenti salienti e che si protrae per tutti e quattro gli episodi, è difficile non notare una parabola discendente sotto questo punto di vista.
Nonostante ciò, la serie ideata da David Hare (che si può trovare su Netflix) si può considerare un prodotto elaborato, curato e che va a toccare le corde degli argomenti più spinosi del ventunesimo secolo senza sfociare nella ricerca della sospensione dell’incredulità. Ogni ‘parte’ di Collateral dura circa un’ora e racconta un giorno dell’indagine, per un totale di quattro giorni narrativi e circa quattro ore reali: un investimento di tempo che è meritatissimo e più che doveroso.
