
A settembre 2020, infatti, su Deadline apparve la notizia che Alan Arkin non sarebbe tornato per la terza stagione di The Kominsky Method e che questa decisione non aveva nulla a che spartire con la pandemia: semplicemente, Arkin aveva dato la disponibilità per solo due stagioni, e la sua uscita di scena non era stata organizzata perché non si sapeva se la serie sarebbe proseguita o meno.
Con il rinnovo per un’ultima stagione, gli autori della serie si sono ritrovati a dover gestire una conclusione senza l’elemento fondamentale dell’amicizia tra i due; di più, senza quelle interazioni che – grazie alla scrittura, ma anche alla forte chimica tra Douglas e Arkin – hanno fatto la fortuna di questa comedy.
È da questa necessità che nasce l’idea di far partire l’ultima stagione proprio con il funerale di Norman: se non c’è stata alcuna possibilità di strutturare una sua uscita di scena in un modo che fosse narrativamente soddisfacente, allora diventa quasi obbligatorio far sì che il suo funerale – anzi, la sua morte – si trasformi in motore propulsivo degli eventi.
Come integrare quindi questa perdita nella vita di Sandy a livello diegetico e nella costruzione della serie? Principalmente Lorre ha lavorato su due fronti: da una parte mantenere la presenza di Norman all’interno dello show, dall’altra sostituire la sua presenza (e la relazione affettuosa e caustica al tempo stesso che aveva con Sandy) con quella di un’altra persona.
Thank you, Norman.

Quel “Thank You, Norman” pronunciato più volte da Sandy ne è un simbolo: da rimbrotto ironico per la questione dell’eredità, che arriva ad ogni nuova follia di Phoebe e Robby, diventerà un vero e proprio ringraziamento quando la sua vita prenderà una spiega inaspettata proprio grazie alle azioni (fino a quel momento sconosciute) di Norman. La trasformazione dei suoi “Thank You, Norman” alla fine non è altro che l’evoluzione stessa dell’elaborazione del lutto, quella che passa dalla rabbia all’accettazione, e a sua volta è anche la rappresentazione di una presa di coscienza tutt’altro che scontata all’interno della serie e che ha a che fare proprio con l’amicizia storica tra Sandy e Norman.
Si è spesso parlato di questa serie come di uno show che sì, aveva indubbiamente qualcosa da dire, ma che finiva col raccontare ciò che, tra cinema e TV, è stato rappresentato fin troppo spesso, ossia il punto di vista sul mondo e in particolare sull’ambiente dello spettacolo di uomini bianchi, privilegiati e di una certa età. Ed è vero, è difficile dire che non sia così; eppure c’è sempre stato qualcosa di più, che emergeva a tratti nelle prime due stagioni e che con questa terza arriva a completa maturazione, cioè l’analisi di un’amicizia complessa tra due uomini figli del loro tempo – e dunque piuttosto restii a manifestare affetto reciproco – e al contempo lo sguardo disincantato di due uomini di età avanzata che riflettono (ora in modo diretto, ora in modo più nascosto) non tanto sul significato della loro esistenza quanto su cosa voglia dire avvicinarsi alla morte. La riflessione sulla fine della vita, sulla malattia e su come questa cambi completamente la mente umana, e i pensieri di una persona anziana che inevitabilmente ha davanti a sé molta meno vita di quella che ha vissuto, sono ad oggi ancora un tabù, anche se spesso fingiamo che non lo siano: eppure quante volte, davanti alle persone anziane delle nostre vite che esprimono pensieri sulla morte, ci ritroviamo a dire “Dai, non pensiamoci ora!”, a cambiare discorso per non dover affrontare la vulnerabilità di quello che comporta una domanda come “Ci stai pensando? Vuoi che ne parliamo?”.

E la conferma ce l’abbiamo proprio a partire da quel “Thank You, Norman” detto in tono diverso, quando a Sandy arriva la telefonata che gli cambierà la vita. Quando Barry Levinson (nei panni di se stesso) chiama per quella proposta lavorativa che Sandy ha atteso per una vita, è un momento cruciale per lui non solo da un punto di vista lavorativo, ma anche per la consapevolezza della stima che Norman nutriva per lui a livello professionale oltre che umano. “You know, Norman was your biggest fan”, gli dice Barry, e Sandy risponde esattamente come ci aspettiamo, perché Norman non gliel’ha mai detto.
È difficile capire come un’amicizia così importante possa al contempo essere così piena di affetto non dichiarato, e se è difficile capirlo è perché per troppo tempo si è dato per scontato che sullo schermo, come nella vita, le amicizie maschili dovessero essere così.
Ad oggi, grazie a una sempre maggiore consapevolezza sociale di come anche tra uomini l’amicizia possa e debba lasciare spazio all’affetto e alle vulnerabilità, a livello di rappresentazione osserviamo sempre più spesso esempi di amicizia maschile positivi e finalmente aperti; ciò che invece è raro è trovare una riflessione sulle conseguenze a lungo termine di quel genere di amicizie “vecchio stile”, quei legami così simili a quello di Norman e Sandy.
È qui che The Kominsky Method fa quel salto che la rende eccezionalmente attuale: la rilettura di questo legame con un respiro più contemporaneo è incredibilmente importante, a maggior ragione se la si unisce ad una riflessione per nulla scontata sulla morte e sull’importanza di esprimere sentimenti indipendentemente dal proprio genere. Non è infatti causale che durante due sue lezioni Sandy parli esattamente di questi due argomenti: nel primo episodio spiega ai suoi studenti come ci venga insegnato che alcune emozioni che proviamo vadano soppresse – gli uomini non devono mostrare paura o saranno considerati deboli; le donne non devono esprimere rabbia o alzare la voce, se no passeranno per stronze.

È impossibile dunque non vedere anche in questa stagione l’amicizia tra Sandy e Norman come assoluta protagonista: nella parte più comica e irriverente viene sostituita dal peso, lasciato dal secondo al primo, di dover gestire la questione dell’eredità e tutte le sue conseguenze (che ci sono non solo nella parte legata a Phoebe e Robby, che costituiscono il vero comic relief della stagione, ma anche per come va ad influenzare la relazione tra Mindy e Martin); la parte più strettamente affettiva, invece, è una continua scoperta, anche post mortem, del valore della loro amicizia, ma anche di quanto la vita possa riservare ancora grandi sorprese.
“So… Is this the kind of conversation you would’ve had with Norman?”
“Probably, yeah. Although he would’ve ridiculed me more”
“Oh, I can do that!”

È un discorso che permea l’intera stagione, e che sembra volto a dimostrare come certe convinzioni possano essere ribaltate: ad esempio ci aspetteremmo discorsi sull’educazione sentimentale o sul blackface da ragazzi giovani, e non certo da persone più in là con gli anni, che in The Kominsky Method sembrano invece parlarne con una consapevolezza inaspettata – e laddove questa consapevolezza non c’è, come nel caso della madre di Martin e il suo bodyshaming, viene completamente ridicolizzata da un personaggio insopportabile.

Se c’è un difetto in questa stagione si trova certamente in un finale che in mezz’ora vuole raccontare troppo, con ben due salti temporali posizionati strategicamente per farci assistere sia alla morte di Roz che alla vittoria dell’Emmy di Sandy (e anche a quello di Margaret, il cui percorso viene usato in modo parallelo a quello del suo mentore proprio per mostrarne le similitudini e le differenze).
Ma il senso rimane, ed è quello di un uomo che proprio quando pensava di non poter più raggiungere il suo sogno (“I’ve lived my life with a broken heart”, dice a Roz al telefono mentre osserva il cartellone che lo immortala come protagonista di “The Old Man and The Sea”) si ritrova a doverlo gestire senza sapere come fare, abituatosi ormai all’idea di non poter più essere un attore ma solo un insegnante. Ed è forse per questo che alla fine accetta entrambe le parti di sé: ritira orgogliosamente l’Emmy e altrettanto orgogliosamente torna dalla sua classe per portare avanti quella carriera di insegnante che ha segnato tutta la sua vita.

Voto Stagione: 8
Voto Serie: 7½
