
Nonostante dal punto di vista qualitativo sia uno show altalenante, American Horror Story è forse la serie per cui ricorderemo maggiormente Ryan Murphy. Non solo perché è stata quella che più ha portato avanti il formato antologico stagionale ma anche perché, dimostrando di saper arrivare sia al pubblico generalista che a quello più di nicchia, ha conquistato una longevità che dà anno dopo anno più forza al progetto.
C’è chi le preferisce la miniserie su O.J. Simpson, chi Pose e chi Feud – tutte serie sicuramente con meno difetti di American Horror Story – ma allargando un po’ l’obiettivo è evidente che il lascito di uno show che ogni anno riesce a parlare degli Stati Uniti attraverso l’orrore, passando dal folklore ai sottogeneri, dalla fantascienza alla politica contemporanea, sia superiore agli altri.

In effetti la stagione comincia in modo molto convincente e prosegue in maniera altrettanto solida ragionando sul ruolo tossico del successo nella nostra società, sulla gloria come obiettivo bramato a qualsiasi prezzo, sulla zombificazione del mondo dell’arte, sulla dipendenza da farmaci e sulla scrittura creativa come forma vampirizzazione delle vite degli altri (oltre che della propria).
Tra le critiche più ricorrenti ricevute da American Horror Story in questi anni, c’è il fatto che in alcuni casi all’eccitazione per l’originalità dell’idea di partenza seguono uno sviluppo e soprattutto una conclusione non all’altezza delle aspettative iniziali. Tante bellissime idee spesso sviluppate – secondo alcuni – in un modo un po’ raffazzonato e portate a termine avendo il punto d’arrivo decisamente meno chiaro rispetto a quello di partenza.
Ed è forse anche alla luce di questo che i creatori hanno voluto sperimentare ancora nella struttura narrativa, dando alla stagione una dimensione antologica interna, così da circoscrivere ancora di più i racconti, quasi a volerli proteggere. “Double Feature” ha infatti una prima parte (episodi 1-6) intitolata “Red Tide”, ambientata nella cittadina marittima del Massachusetts Provincetown e incentrata sul vampirismo, a cui segue una seconda storia (episodi 7-10) chiamata “Death Valley”, collocata geograficamente nell’omonimo deserto e in cui vengono raccontati tutti i cliché della fantascienza da Guerra Fredda, in cui gli alieni erano soprattutto la paura dell’ignoto, del diverso, del nemico.

Quali sono i danni collaterali di questo meccanismo? Murphy e Falchuk ci raccontano non solo la celebrità e la performance come forme di dipendenza, ma anche cosa succede a chi viene triturato dagli ingranaggi dell’ideologia della meritocrazia, mettendo in luce tutta la tossicità di quest’ultima. Attraverso i trope più ricorrente del genere, utilizzando in questo caso i cliché delle storie di vampiri, la serie ci racconta quanto la celebrazione del talento possa avere risvolti escludenti e pericolosi, producendo un odio sociale dovuto a una società basata sull’invidia e la competizione sfrenata.
È infatti impossibile godersi il successo in un mondo del genere, persino per le persone più dotate, perché si è stritolati da meccanismi di superbia e rapacità che escludono la gratificazione e il piacere in favore della tensione ad accumulare sempre più gloria, con cui viene stabilito un rapporto a tutti gli effetti di dipendenza.

La riflessione di “Death Valley”, infatti, è prima di tutto concettuale, perché nel fare con gli alieni ciò che “Red Tide” fa con i vampiri ci riporta a un’estetica ben precisa, che ha radici tra gli anni nel misterioso splendore midcentury degli Stati Uniti di metà Novecento, in cui si celano paure mai davvero comprese e l’ignoto rappresenta al contempo una fonte di terrore e di fascino.
In questa pazza seconda metà di stagione per buona parte sembra di assistere a un omaggio all’episodio 8 di Twin Peaks: The Return, sia per le scelte di messa in scena che per il tono che costeggia l’assurdo e il grottesco. Allo stesso tempo, però tutti i discorsi che incrociano il complottismo politico con il paranormale rimandano in maniera diretta a The Twilight Zone e alla fantascienza degli anni Cinquanta e Sessanta, a cominciare da L’invasione degli Ultracorpi.

Qui Murphy e Falchuk si divertono tantissimo a mostrarci tutti i lati dell’assurdo, costruendo nella sezione ambientata nel presente una specie di satira sociale nella quale però costruire il loro solito quadretto in cui la rappresentazione spinge la realtà sempre un po’ più in là, mostrando non solo relazioni romantico-sessuali fluide, ma anche uomini gravidi e che partoriscono, ricordandoci che non tutte le persone che danno alla luce dei figli si identificano come donne, cosa troppo spesso dimenticata.
Complessivamente il comparto attoriale è di alto livello e in particolare Frances Conroy e Evan Peters sono in stato di grazia, esaltati da una storia che con i suoi momenti di karaoke e crossdressing si confà alla perfezione alle loro doti interpretative.
È sempre difficile dare una valutazione delle annate di American Horror Story, perché il ventaglio narrativo è così ampio che ciascuno le percepisce a proprio modo, rendendo il tutto molto soggettivo. Su un piano puramente critico, però, e valutando le scelte narrative e formali compiute dal team creativo, questa è stata una delle storie più intriganti, divertenti, spaventose e ambiziose portate in scena da Ryan Murphy e Brad Falchuk in questi dieci anni.
Voto: 8
