
La prima stagione di Russian Doll aveva saputo sfruttare un metodo narrativo non inedito – la ripetizione costante di uno stesso giorno, qui causato dai modi fantasiosi in cui la protagonista muore – unendolo a un ritmo e a uno stile nuovo, cercando per quanto possibile di non complicare le cose più del necessario. Quello che aveva fatto la fortuna sostanziale del racconto, però, era stata da un lato una divertente scrittura e dall’altro l’interpretazione di Natasha Lyonne, che ha retto sulle proprie spalle l’intera stagione e ha creato immediatamente una serie di momenti d’oro (e alcuni meme, what a concept).
Questa seconda stagione utilizza un diverso metodo narrativo, paradossalmente ancora più abusato di quello della prima annata, ovvero i viaggi nel tempo. Nella serialità televisiva (ma non solo) il viaggio nel tempo è sempre stato tra i capisaldi della narrativa fantascientifica, facendo la fortuna di alcuni prodotti (il sottovalutato Fringe, ad esempio), e caratterizzato spesso da una trama cervellotica e da linee narrative complesse da seguire (si pensi a Dark, tra gli altri). In linea generale, infatti, il viaggio nel tempo, con i suoi complessi meccanismi e i tentativi di razionalizzare quanto più possibile la sua efficacia ha rappresentato una sfida non da poco alla coerenza narrativa e ha spesso causato più di un mal di testa agli autori. Ecco, quindi, che la scelta di Russian Doll di abbracciare questo pilastro fantascientifico poteva certamente destare qualche preoccupazione: al termine di questa seconda stagione si può tranquillamente affermare che queste paure erano infondate.

Per Nadia il viaggio nel tempo rappresenta un modo per riconnettere con quella madre di cui ricorda l’instabilità e le difficoltà mentali, una trappola da cui non ha mai saputo liberarsi. Attraverso i due piani temporali alternativi – prima nel corpo della madre, poi della nonna – Nadia deve confrontarsi con il difficile passato e la relazione problematica tra le due donne della propria vita; solo così può capire in modo unico il bagaglio emotivo che si porta con sé da ancor prima di nascere. Parallelamente si costituisce il suo rapporto con Ruth (interpretata da Annie Murphy), l’unica di cui vediamo davvero presente e passato, mentre il futuro si approssima alla fine. Con questo ingegnoso meccanismo narrativo, Russian Doll lavora splendidamente con i suoi personaggi e riesce a parlare in modo universale del peso delle aspettative familiari e di come i sogni e le speranze delle generazioni precedenti possano essere croce e delizia del nostro essere nel presente.
È un po’ un peccato che il tempo dedicato al passato di Alan sia sfruttato poco (e male), perché avrebbe potuto raccontare molto di più di quello che alla fine è riuscito a fare. Non solo per lo sguardo interessantissimo su una giovane donna ghanese nella Berlino degli anni ’60, ma soprattutto per la fluidità emotiva e sentimentale di un uomo nel corpo di una donna, uno splendido inno all’amore aldilà della corporeità e della sua totale presa di coscienza. La cosa si riduce un po’ a un astratto desiderio chiaramente insoddisfatto.

Questo avviene perché la scrittura riesce comunque a trasmettere un senso di compiutezza e la resa visiva dei tre (e più) piani temporali si incastra a volte in modo molto intenso. La serie raggiunge forse il massimo della propria espressività nel penultimo episodio, quando il tempo si ‘rompe’ e ci si ritrova a vivere un loop senza più alcuna logica. Si tratta di un riuscitissimo gioco con il materiale a disposizione e la serie – solo sette episodi di circa mezz’ora – ha il tempo perfetto per quello che vuole dire.
La stagione quindi si sviluppa molto bene, con una prima parte molto divertente – è proprio il tipo di comicità incarnato da Lyonne che rende il viaggio nel tempo spassosissimo – e una seconda all’apice della propria maturità. Ancora una volta il finale di stagione sembra voler chiudere i giochi e lasciarci soddisfatti e desiderosi di altro, ma il racconto di Nadia potrebbe anche concludersi così, in questa serie così atipica da essere un vero gioiello, unico nel suo genere. Russian Doll si dimostra ancor più matura di quanto già non fosse alla sua prima stagione e riesce a scendere nell’intimo dei suoi personaggi senza mai perdere la sua esilarante sfacciataggine.
Voto: 8½

Mah, io sono rimasto abbastanza basito da questa stagione… L’idea non era neanche male, ma nel complesso è venuto fuori un gran casino senza capo né coda… Per me stagione totalmente superflua, salvabile solo dalla protagonista e da qualche avvenimento (oltre alle meravigliose scelte musicali!)