
Quella che sulla carta è la trama principale della serie, la battaglia tra le due fazioni di viaggiatori nel tempo in cui le protagoniste si trovano immischiate, non è difatti l’unica cosa a rendere Paper Girls avvincente. Nell’arco degli otto episodi che compongono la prima stagione – circa 50 minuti ciascuno – sono piuttosto quelle che dovrebbero essere le storie secondarie ad avere maggior spazio, prendendosi tutto il tempo per raccontare i drammi di quattro ragazze preadolescenti che fanno i conti con un presente da cui scappare in direzione di un “futuro radioso”. Non dispiace infatti, durante la visione, assistere a queste lunghe scene di dialoghi tra la versione passata e futura dello stesso personaggio, che hanno come verosimile filo conduttore la delusione di una dodicenne che a partire da uno scorcio sul proprio futuro faccia fatica a capire come, crescendo, le cose cambiano e poco o nulla vada come si aveva pianificato.
Durante i primi minuti dell’episodio pilota “Growing Pains” viene quasi da pensare di trovarsi di fronte a una sorta di remake al femminile di Stranger Things: quattro ragazze degli anni ’80 che a bordo delle loro biciclette si trovano a fare i conti con qualcosa di paranormale. Anche l’idea del personaggio che incontra il sé del futuro non è nulla di nuovo nelle opere di finzione; ma Paper Girls prende presto le distanze dai cliché cinematografici e sfrutta brillantemente il viaggio intertemporale come stratagemma per raccontare la complessità di ogni singola protagonista, addentrandosi nei loro drammi giovanili, nelle vicissitudini del quotidiano e nello scoprire all’improvviso cosa vuol dire davvero crescere.

Nessuna delle trame presentate dalla serie, inoltre, ha una vera e propria chiusura, se non, in parte, quella di Tiffany Quilkin (le cui versioni presente e futura sono discretamente interpretate, rispettivamente, da Camryn Jones e Sekai Abenì). Nonostante la presenza di Ali Wong (American Housewives, Tuca & Bertie), poi, nei primi episodi i tempi della linea comica non appaiono proprio azzeccati e riescono a strappare qualche sorriso solo più avanti nella stagione; grazie soprattutto all’intesa tra le giovanissime attrici protagoniste e alla capacità di prendersi la scena di Jason Mantozoukas (Brooklyn 99, The Good Place, Parks and Recreation).
Considerando, quindi, dei personaggi così ben costruiti (inclusi quelli secondari) e le solide basi gettate per una trama che rimane sempre ferma sul punto di spiccare il volo, era lecito aspettarsi qualcosa in più da quest’ultima. Non manca certo qualche colpo di scena inaspettato, che va oltre al classico de “i buoni che si scopre essere i cattivi e viceversa”, ma l’avvincente crescendo degli ultimi episodi è destinato a terminare in un nulla di fatto.

Ma anche volendo sorvolare su qualche incongruenza temporale e su una trama principale senza velleità di protagonismo (e sui costumi in pacchiano stile vintage-futuristico, sebbene in linea con lo stile fumettistico a cui sono ispirati), è più difficile perdonare l’incompiutezza delle sottotrame tra cui, in primis, quella di Mac (Sofia Rosinsky, Fast Layne). La storia di lei e suo fratello Dylan (Cliff Chamberlain, Homeland) era forse la più coinvolgente di tutte, prima che venisse sacrificata goffamente in nome di un’incomprensione che ci si aspetterebbe in una sitcom – non sarebbe stato più naturale, per Mac, spiegare la situazione al fratello anziché scappare di soppiatto?
In conclusione, Paper Girls è un prodotto televisivo sicuramente piacevole, dal ritmo sostenuto quanto basta per renderlo avvincente e invogliare a proseguire la visione degli episodi, dove la profondità dei personaggi è il principale punto di forza. Rimane, d’altro canto, una serie priva di un’identità precisa, che non è in grado di sfruttare appieno il suo potenziale e di mantenere le promesse fatte dal suo stile narrativo e dalla sua estetica.
Voto: 6½
