
Come abbiamo già raccontato, a fronte di numerosi show del passato che hanno messo in scena una coppia sbilanciata, in cui la moglie aveva sempre un ruolo di appendice rispetto al marito, Valerie Armstrong si è rifatta a una sit-com in particolare, Kevin Can Wait, a causa della sua problematica storia. Nel 2016, infatti, il personaggio di Donna Gable (Erinn Hayes), moglie di Kevin, viene ucciso dopo una sola stagione senza una ragione narrativa, ma solo – come dichiarato da Kevin James, autore della serie – per risollevare gli ascolti dello show, riportando in scena un precedente interesse amoroso del protagonista.
Questa scelta ha dimostrato, una volta per tutte e in modo innegabile, quanto il ruolo della moglie in certe narrazioni sia da sempre subordinato a quello del marito: privo di autonomia e quindi dotato di vita solo in quanto funzione del maschio, il personaggio di Donna è stato eliminato senza troppi problemi, come un sacrificio necessario alla costruzione del protagonista.
Il riferimento di Armstrong nella serie AMC (disponibile in Italia su Amazon Prime Video, al momento solo la prima stagione) è stato evidente a partire dal titolo, che manda a quel paese il marito della serie, omonimo dello show di Kevin James, in una volontà di riscatto del ruolo della moglie – qui di nome Allison, interpretata dall’eccezionale Annie Murphy (Schitt’s Creek).

Qui si inserisce una questione delicata, cioè quella di aver sempre visto la sofferenza di Allison solo nel “mondo senza Kevin”, ossia nella parte drama della serie, senza alcuna traccia dei veri abusi del marito. Kevin, infatti, non è mai in scena nella parte drama, quindi tutti i suoi comportamenti volti a denigrare Allison sono stati mostrati come in una qualunque sit-com anni ’90/00: battute fuori luogo di un uomo che non è altro che un bambinone cresciuto, egocentrico ed egoista, e poco altro.
A lungo il pubblico ha richiesto a gran voce di poter vedere Kevin nell’ambientazione più realistica, quella drama: una domanda che esprime un bisogno in realtà molto più significativo di un semplice “coinvolgimento da serie TV” e che ci racconta molto anche della vita reale. Pensiamo a quante volte una donna che subisce abusi ne maschera la portata quando si rivolge all’esterno, quando magari parla delle sue difficoltà familiari senza dire però esattamente come stanno le cose. Ecco, quante volte, quando una donna in questa condizione esplode in quello che al mondo esterno sembra un modo improvviso, la società sembra chiederne le prove, per poter stabilire se lei avesse o meno le ragioni per reagire in quella maniera?

Il caso più evidente è Neil, apparente migliore amico di Kevin e fratello di Patty, che dalla seconda stagione acquisisce una propria autonomia sia come personaggio (attraverso il legame con la sorella e la relazione con Diane), sia come individuo separato dal mondo di Kevin. Quello che ci era apparso come uno sciocco quasi quarantenne, dipendente dall’amico e non dotato di grande personalità, diventa nel mondo reale un uomo che ha sì delle problematiche ma che non è affatto stupido; un uomo che dal rapporto di dipendenza con Kevin non riesce a separarsi nonostante lui lo tratti malissimo, che reagisce agli insulti dell’amico ridendo insieme a lui di se stesso, salvo poi smettere di ridere appena uscito di casa – e dalla sit-com.
Un comportamento che quindi ricalca quello di Allison, che ha per anni sopportato gli insulti del marito stemperandoli con un sorriso in pubblico, ma accumulandoli nel privato fino a non poterne più.
Se dalla parte maschile il legame tra Kevin e Neil comincia a disgregarsi, il rapporto tra Allison e Patty invece continua a consolidarsi, soprattutto considerando che partiva da presupposti molto flebili, in cui Patty per anni era stata al gioco di Kevin più per necessità che per reali affinità. Le due nuove amiche, pur attraversando diversi momenti difficili dati da caratteri introversi, sviluppano un legame inossidabile, che porterà entrambe a preoccuparsi per il benessere dell’altra: se Patty, che all’inizio aveva aiutato Allison con una certa riluttanza, si ritroverà a fare di tutto – anche mettere in pericolo la sua relazione con Tammy – pur di aiutarla a evadere dalla sua prigione, Allison stessa si sacrificherà per l’amica, mettendo in atto il piano della sua finta morte proprio dopo aver deciso di non volerlo più fare, e solo per tutelare Patty dai sospetti di Tammy.

Allison infatti non decide di lasciare il marito perché si innamora di qualcun altro che “la aiuta a vedere il mondo” o “le fa capire come può essere amata” – un tipo di narrazione che vede di nuovo la donna relegata a mera funzione, seguendo la legge non scritta per cui per liberarsi di un partner abusante non si può che trovare salvezza in un altro uomo. Nonostante la breve relazione, infatti, Sam le sarà d’aiuto solo come amico e come osservatore esterno del comportamento di Kevin (nella puntata “The Unreliable Narrator”, quella del black-out, ammette di aver finalmente capito perché la donna sia arrivata a ideare la sua morte pur di allontanarsi da Kevin). Non solo: Sam è un uomo che dal confronto con Kevin tocca con mano anche i suoi difetti, riconsiderando il suo comportamento come marito e anche come amico.
Insomma, per un’intera stagione accumuliamo dettagli su dettagli che ci avvicinano al comportamento di Kevin senza dover per forza vederlo – e quindi renderlo degno di attenzioni –, ma assistendo alle conseguenze delle sue azioni e a come il mondo esterno reagisce alla sua presenza. È significativo come tutti quelli che vengono a conoscenza del piano di Allison non si dimostrino più di tanto stupiti dal fatto che lei sia disposta a questo pur di allontanarsi dal marito: è un segno molto chiaro del fatto che ci si trovi davanti a una persona palesemente manipolatrice e violenta. La stessa Tammy, pur essendo una detective che non ha di certo Allison in simpatia, manifesta in modo chiaro il suo non essere dalla parte di Kevin “né di quelli come lui”, come le dirà quando andrà a comunicarle della morte di Nick.

L’ultimo tassello che manca per condurci al finale è la risposta a un’altra domanda tipica in questi casi: come ha fatto Allison a ritrovarsi in questa situazione?
Innanzitutto bisogna chiarire che questa, come le precedenti, non è una domanda posta dall’autrice, bensì una fedele riproduzione di ciò che la società ha da dire quando si trova davanti a questi casi. Il victim blaming riservato alle donne che per anni rimangono sposate a uomini simili è sempre la strada più battuta – del resto ne abbiamo ampia dimostrazione quando, ogni 25 novembre che si rispetti, i messaggi rivolti alle donne affinché chiedano aiuto o imparino a riconoscere i segnali di violenza sono sempre di più di quelli volti a proporre una diversa educazione per gli uomini.
Armstrong, nel rispondere a questa domanda che inevitabilmente il pubblico si sarebbe posto, cede a un passo falso ma recupera sotto un altro profilo. L’idea di mostrarci il primo incontro tra Allison e Kevin subito dopo la morte del padre di lei è un esempio di scrittura un po’ pigra e stereotipata, che sembra andare ad avallare tutto un mondo di daddy issues usate come spiegazione per qualsiasi cosa; tuttavia la narrazione viene recuperata dallo spostamento di focus dal padre alla madre.

Arriviamo quindi al series finale, “Allison’s House”, in cui assistiamo alla distruzione di quella stessa casa, ma non prima che la donna vi abbia rimesso piede e reclamato le sue volontà.
Ci sono diversi elementi degni di nota in questa puntata, ma quello che più colpisce è la soluzione meta-narrativa di chiamare a interpretare la nuova compagna di Kevin proprio Erinn Hayes, l’interprete di Donna Gable, cioè la moglie uccisa in Kevin Can Wait. Se in quella serie Kevin James decise di farla fuori per futili motivi, qui è come se la stessa Donna tornasse a reclamare la sua esistenza. Hayes interpreta infatti Molly, che si presenta come un’altra donna alla mercé di Kevin, salvo poi riuscire a lasciarlo dopo aver parlato con Allison. Anche qui, le parti reticenti sono dense di significato: non abbiamo bisogno di assistere alla conversazione tra le due donne perché ci basta sapere che parlano la stessa lingua; che Molly capirà esattamente a quali comportamenti Allison farà riferimento, che li riconoscerà ma che soprattutto si sentirà validata da qualcun altro (cosa che ad Allison non era mai successa in maniera esplicita) per poter andarsene prima che sia troppo tardi.

Qui Eric Petersen ci regala una performance ottima e spaventosa, proprio per i modi con cui cerca di sminuire la volontà di Allison: prima mellifluo (“Honey, you’re not serious about this”) poi denigratorio (“You leave me, and you will be back, begging for help or money or attention before you know it”) fino al punto di mostrarci a che livelli fosse arrivato negli anni il gaslighting nei confronti della moglie, quando le rinfaccia di non aver mai avuto il coraggio di andarsene a Parigi o di proseguire i suoi studi perché “poi alla fine tornava in sé”, e noi capiamo che invece era stato sempre lui a manipolarla.

Sono pochi i minuti in cui vediamo Kevin fuori dalla sit-com, prima che lui stesso, ubriaco, si uccida accidentalmente, dando fuoco alla casa nel tentativo di bruciare tutto ciò che apparteneva alla moglie. Abbiamo potuto vederlo solo per un paio di (terrificanti) minuti, ma c’era davvero bisogno di assistere ad altro? Non poteva che andare così – perché questa non è la storia di Kevin, ma la storia di Allison. Kevin ha preteso il centro dell’attenzione per due stagioni e ora la sua violenza non si merita neanche un minuto in più di rappresentazione.
A meritarsi invece l’attenzione che solo un finale di serie sa dare è il legame tra Allison e Patty, che si ritrovano sedute sulle scale della casa ormai ridotta in cenere, nella stessa posizione in cui sono state tante volte ma questa volta libere – una dal marito violento, l’altra da un fratello incapace di crescere e da una compagna che voleva decidere tutto per lei.
“Let’s die alone togeher”, propone Patty, impersonata da una superba Mary Hollis Inboden, e Allison risponde allo stesso modo. Non è più tempo di scappare, e forse i loro traumi le porteranno davvero a stare da sole per il resto delle loro vite, ma almeno lo faranno insieme.

Il lavoro di Valerie Armstrong è sperimentale e in quanto tale non sempre ha centrato i suoi obiettivi, soprattutto a livello di gestione dei tempi; ma è un difetto che si accetta ben volentieri in cambio di un lavoro come questo, che ha portato avanti la riflessione sul ruolo della donna nella società in un’ottica femminista e molteplice, riguardante la scrittura, la rielaborazione dei generi e il loro rimescolamento, la riflessione critica e la rivincita simbolica di personaggi e attrici.
Poteva forse durare di più, e approfondire anche altri personaggi come è stato fatto ad esempio con Neil (Alex Bonifer in questa seconda stagione è stato ottimo); ma allo stesso tempo non è da tutti poter chiudere uno show alle proprie condizioni, e non si può che essere contenti di vedere il risultato del duro lavoro di Valerie Armstrong e del suo cast.
Voto Stagione: 8
Voto Serie: 7/8

Seconda stagione recuperata in ritardo. Ottima serie, bravi gli interpreti e, soprattutto, che bello potersi chiedere una volta tanto se la serie non sia durata troppo poco. La sit-com perde di consistenza in queste otto puntate, ma immagino fosse inevitabile. Come sempre, complimenti per la recensione, Federica.
Grazie mille! ?
Maaa quando arriva la seconda stagione su Prime?
Purtroppo non ci sono ancora notizie a riguardo… Speriamo presto!
Grazie per questa recensione! Bella serie! Dopo qualche dubbio nelle prime puntate della prima stagione alla fine mi é piaciuta! Volevo darti un riscontro costruttivo, sulla recensione, valuta di tradurre tra parentesi le battute in inglese, anche se nel mio caso ho avuto problemi solo con “Do your worst”, ma anche con certi termini come “gaslight” o “topos” che ho dovuto cercare per capire il discorso!
Ciao Tommaso, sono contenta che la serie, pur mettendoci un po’, ti abbia conquistato!
Sulle specifiche che hai scritto, ti rispondo nel dettaglio:
– da sempre nelle recensioni mettiamo citazioni in inglese (o lingua originale in genere), che traduciamo solo quando la loro comprensione diventa essenziale per capire il concetto – questo per evitare che l’articolo diventi lunghissimo e pesante.
Qui la frase è un di più: la parte importante è che lei se ne vada di casa, ed è scritta in italiano. Quando la frase inglese è essenziale alla comprensione, nelle nostre recensioni troverai sempre una traduzione o quantomeno una riformulazione in italiano del significato.
– per topos e gaslighting, mi dispiace molto ma sono termini entrati nell’uso della lingua italiana, il primo peraltro da un pezzo (li trovi entrambi nel vocabolario italiano della Treccani).
Il primo è un termine frequentissimo utilizzato nella critica letteraria e non ha un corrispondente specifico perché deriva dalla retorica greca antica; il secondo è un termine più recente, che, proprio per la sua mancanza di un corrispondente diretto in italiano (se non con un lungo giro di parole), viene utilizzato ormai riportato così anche in italiano, come può confermarti appunto il vocabolario Treccani.
Grazie del tuo contributo!