Continuano gli episodi speciali di Doctor Who nati per celebrare il 60° anniversario della serie sci-fi dalla lunghissima storia. Il Dottore e la sua compagna Donna si ritrovano catapultati in un’astronave abbandonata ai confini del mondo.
Sin da quando si è saputo del ritorno di Russel T Davies, David Tennant e Catherine Tate in occasione del 60° anniversario della serie, si era molto speculato su che cosa avrebbero fatto insieme. Nonostante l’ottima interpretazione di Jodie Whittaker, le ultime stagioni di Doctor Who a guida Chibnall sono state altalenanti e dai giudizi non sempre positivi; ancor più importante, c’è stata una certa perdita di spettatori, elemento che ha probabilmente preoccupato i piani alti. Si era visto, di conseguenza, nel ritorno di Davies la volontà di tornare a uno stile differente della serie, quello che l’aveva riportata nella nuova era a partire da Eccleston (e con ascolti decisamente più corposi). In effetti, questi episodi speciali si incastrano tra quella che è la conclusione dell’era precedente e la vera stagione del nuovo dottore – Fifteen, interpretato da Ncuti Gatwa e già variamente intravisto nelle anteprime. Sono, questi, tre episodi extra che servono a celebrare la serie e a fare da connessione tra i due momenti della storia di Doctor Who tramite dei volti noti, amati e di conseguenza rassicuranti.
Arrivati al secondo speciale, però, non è ancora chiara quale sia stata l’idea di base all’origine del ritorno di Tennant (e di Tate con lui) se non quella di voler creare un puro momento celebrativo. Sebbene suggerita dal Meep – e fors’anche dal finale di questo secondo speciale –, non c’è una forte trama orizzontale che faccia pensare ad un arco di episodi volutamente coesi tra loro. Anzi, questo secondo episodio speciale è un’avventura molto piccola, una sorta di bottle episode, in cui gli unici attori sono Tennant e Tate, che devono interpretare anche una versione distorta e malvagia di loro stessi. Si tratta, questa, di una soluzione che gioca tra l’assurdo (soprattutto nella prima parte dell’episodio) e lo scaltro, perché permette ai due personaggi di rivelare parti importanti della propria psicologia senza però che il rapporto (nel bene o nel male) ne venga condizionato. Per noi spettatori, poi, rivela e conferma come questi personaggi non siano esattamente quelli che avevamo lasciato più di un decennio fa: Donna ha una famiglia che le impone un senso di responsabilità che non aveva quando era più giovane e libera, mentre il Dottore deve fare i conti con la propria storia, ora passata attraverso tre diverse rigenerazioni.
Partiamo proprio da questo: l’episodio speciale ci rivela qualcosa in più sul Dottore, soprattutto alla luce del cambio di showrunner. La verità è che quanto creato da Chibnall, ossia il Flux e il Timeless Child, non viene ignorato o persino riscritto (come alcuni pensavano/speravano), ma diventa parte attiva della mitologia del Dottore, con cui la serie farà probabilmente i conti in futuro. Questo forse deluderà coloro che speravano in una “correzione” delle scelte autoriali precedenti, ma conferma che la serie e i suoi autori non hanno (fortunatamente) paura di toccare la mitologia della serie, e non si fanno schiacciare dalla sua storia lunga più di mezzo secolo. Sulla questione del Flux, quindi, ci sarà ancora molto da scoprire; ancor più interessante sarà vedere quali effetti avrà sulla psiche del Dottore, le cui incarnazioni numero nove e dieci erano ancora appesantite dalle conseguenze della guerra contro i Dalek. Si ha un assaggio del tormento emotivo in quella breve ma efficace scena nei corridoi della nave spaziale: ma probabilmente toccherà a Gatwa occuparsene quando prenderà le redini della serie.
Con il Tardis fuggito via e queste bizzarre creature impegnate nell’assumere la forma (e i pensieri) dei due protagonisti, l’episodio scorre via piacevolmente, sfiorando in alcuni momenti un tono quasi orrorifico e costruendo con efficacia la tensione in vari passaggi, ma soprattutto con lo scambio errato tra le due Donna. Come episodio in sé, quindi, funziona, anche se non entusiasma: si lascia guardare ma è difficile che diventi un episodio significativo nella memoria degli spettatori. Inoltre, non ci si può non sentire tutto sommato delusi dal fatto che si tratti di una puntata riempitiva, da giudicare con indulgenza (ma senza calore) qualora si fosse trattato di un episodio tra molti all’interno di una stagione regolare. Ma se è il perno centrale di un arco di soli tre episodi, non si capisce allora perché si sia deciso di creare un’avventura contenuta e senza apparenti legami con gli altri, se non per il finale. Nel prossimo episodio, il Dottore di Tennant andrà via di nuovo, rigenerandosi nel suo nuovo (e tanto atteso) volto. Arrivati a questo punto, sembra piuttosto che Davies abbia voluto celebrare il Dottore con degli episodi ‘classici’, senza fuochi pirotecnici ma ancora capace di esaltare l’essenza della serie, ora più che mai. È una versione un po’ aggiornata – c’è molta più attenzione ai temi contemporanei, in questa puntata Fourteen sembra alludere a una possibile bisessualità – ma gioca e sottolinea l’importanza di riavere Doctor Who nella sua forma più genuina. I richiami interni alla serie sono costanti (qui c’è l’eco di “Midnight” tra gli altri) e la chimica traTennant e Tate è la colonna portante del ritorno del Dottore.
Forse il tono più dimesso di questi speciali era quello che ci voleva: solo il tempo potrà dircelo. Quando l’arco degli episodi speciali si sarà concluso, saremo davvero in grado di giudicare il ritorno di Doctor Who che per ora si presenta in una veste più classica e con un grande cuore, e senza quella complessità cerebrale che era il marchio di fabbrica dell’era Moffat e (in parte) di Chibnall. Questi episodi restano piacevoli, ma è difficile nascondere che si sarebbe voluto qualcosina in più. Almeno, però, abbiamo fatto in tempo a dare l’ultimo saluto a Bernard Cribbins, il cui Wilf appare in una scena finale: un bell’omaggio a un pezzo importante del New Who.
Il dottore è un eroe anticonvenzionale, un pazzo qualunque con una cabina che scappa via dal governo di cui è vittima (come il maestro). Ponendo invece il dottore come l’essere da cui sono nati i Signori del Tempo viene banalizzata totalmente la sua figura. L’intera storia diventa “dotto-centrica”. Il dottore diventa il fulcro di tutto, apparendo molto più simile agli eroi convenzionali, alla figura del “prescelto”, del Superman da cui dipende la propria razza.
Scelta trattata malissimo tra l’altro, non ha portato a nulla di interessante sul piano del personaggio e sulle tematiche della serie. Sembra sia stata fatta solo perché doveva essere smosso qualcosa per farsi notare, essendo, le stagioni di Chibnall, fondamentalmente anonime. Scialbe nei dialoghi, semplicistiche nelle risoluzioni delle trame, con personaggi insipidi.
Recensione ineccepibile come sempre.
Puntata entusiasmante però, per il semplice fatto che Doctor Who, dopo circa dieci anni bui, grazie a ritorni inaspettati, è tornato ad essere Doctor Who.
Cosa chiedere di più.
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Il dottore è un eroe anticonvenzionale, un pazzo qualunque con una cabina che scappa via dal governo di cui è vittima (come il maestro). Ponendo invece il dottore come l’essere da cui sono nati i Signori del Tempo viene banalizzata totalmente la sua figura. L’intera storia diventa “dotto-centrica”. Il dottore diventa il fulcro di tutto, apparendo molto più simile agli eroi convenzionali, alla figura del “prescelto”, del Superman da cui dipende la propria razza.
Scelta trattata malissimo tra l’altro, non ha portato a nulla di interessante sul piano del personaggio e sulle tematiche della serie. Sembra sia stata fatta solo perché doveva essere smosso qualcosa per farsi notare, essendo, le stagioni di Chibnall, fondamentalmente anonime. Scialbe nei dialoghi, semplicistiche nelle risoluzioni delle trame, con personaggi insipidi.
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