
Se dovessimo individuare dei macrotemi che attraversano queste puntate, sarebbero sicuramente i disturbi alimentari e la politica in ambito adolescenziale (ma non solo), con le sue sfumature di impegno e disimpegno da una parte, e le derive fasciste e naziste dall’altra. Entrambi i temi ne fanno emergere altri ancora di carattere morale ed etico, come vedremo, e sono tutti argomenti molto validi, soprattutto se osservati attraverso il target di riferimento – un pubblico che va dall’adolescenza ai giovani adulti. Il problema emerge però sin da subito: c’è troppa carne al fuoco per dieci puntate da meno di mezz’ora l’una, e, per quanto nessuno pensi che la fruizione di questi temi debba essere per forza approfondita come in un TED Talk (anzi), non si può neanche cadere nell’errore opposto, perché le conseguenze sono inevitabili. Troppi argomenti con un tempo scarso per ciascuno riducono le possibilità di trattare adeguatamente questioni così importanti e si finisce, pur con le migliori intenzioni, a compiere errori anche piuttosto grossolani.
Asia, Silvia e i disturbi alimentari

La trasposizione non è stata una mera operazione di copia-incolla perché Asia è caratterialmente molto diversa da Silvia e questo ha evitato di far percepire il nuovo personaggio come un surrogato di quello vecchio: anzi, proprio il carattere di Asia è stato fondamentale per disegnare alcuni tratti del suo disturbo (basti pensare alla gelosia rispetto a Ben e alle amiche, ma anche a quella per la sorella e il conseguente isolamento in famiglia) e per evidenziare maggiormente perché per lei fosse ancora più difficile chiedere aiuto alle sue amiche. Aver poi avuto l’intuizione di rendere Silvia una sorta di guida per lei è stata la ciliegina sulla torta di un percorso che, sebbene sia stato frettoloso in diversi passaggi, ha comunque avuto il merito di dare ad alta voce informazioni fondamentali – per dirne una su tante, sfatare il mito per cui l’anoressia sia legata solamente all’aspetto esteriore, al “voler essere magre/i” per spirito di emulazione: c’è molto di più dietro questa malattia ed è essenziale che il messaggio giusto arrivi alle giovani generazioni. È forse anche per questo che stride l’assenza (all’inizio o alla fine) di contatti da chiamare in caso si condivida un disturbo identico o simile: si fa con tantissimi prodotti audiovisivi che trattano temi di rilevanza sociale, e a maggior ragione in un caso come questo, visto il target del pubblico, si poteva e si doveva pensare anche a questo.
Purtroppo non è l’unico passo falso di SKAM su questo argomento. Quando infatti Asia decide di farsi aiutare, la dottoressa prima le consiglia di rivolgersi a un ambulatorio intensivo dell’ASL, per poi suggerirle subito dopo un posto in cui in genere c’è molta coda, ma per il quale lei potrebbe “metterci una buona parola”; e si tratta dello stesso centro per cui Olly dichiara che di fatto basterebbe il nome di suo padre per farla entrare. Il messaggio comunicato è gravissimo: non basta menzionare il Servizio Sanitario Nazionale se poi quello che trapela è che per avere l’aiuto più adeguato bisogna avere soldi o conoscenze; ed è vero che questa è una serie TV, ma è altrettanto vero che non si può decidere di essere influenti nei temi sollevati solo quando lo si vuole, e invocare per il resto una sospensione di incredulità a convenienza.
Il tema di classe è in effetti un altro problema di questa stagione, che va a colpire proprio la base del “nuovo” gruppo di amiche, le Rebelde: le vediamo sin dall’inizio prendere le distanze da un certo ambiente scolastico, che viene visto da loro come distante perché rappresentazione di una classe sociale più alta e ricca (collegando tra l’altro questo tema al disimpegno politico all’interno della scuola). Peccato però che poi Asia sia quella che può permettersi di “perdere il passaporto” e ottocento euro di biglietto aereo per gli Stati Uniti senza che i genitori facciano una piega: è in questioni simili che la sesta stagione di SKAM cade rovinosamente, perché non basta dichiarare ad alta voce qualcosa e poi comunicare con i dettagli qualcos’altro. E se l’effetto fosse stato voluto (mostrare un gruppo di ragazze inconsapevoli dei loro privilegi), si sarebbe dovuto evidenziare e problematizzare, cosa che invece non è accaduta. C’è un forte problema di classe in questa annata (e c’è anche se si considera l’estrazione sociale dell’unico ragazzo che arriva dal riformatorio), ma non nel senso a cui probabilmente gli autori pensavano.

Lo stesso realistico impegno si riscontra nella rappresentazione del gruppo di amiche che non riesce a vedere la sofferenza di Asia, pur essendo tutte molto legate e pronte a esserci se una di loro manifesta un problema o un disagio: l’adolescenza è un’età in cui fare gruppo a livello relazionale è fondamentale, ma allo stesso tempo non si hanno davvero gli strumenti per vedere l’Altro da sé, proprio perché ciò che si vive internamente si esprime a volumi altissimi. È quindi molto realistico che le amiche si siano scusate con Asia per non averla vista, che quest’ultima abbia ammesso che non si fosse accorta nemmeno lei di quanto la situazione fosse grave e che comunque si fosse impegnata molto a nascondere ciò che le accadeva, ed è infine un ottimo segno che non sia finita “a tarallucci e vino” ma che sia stata sollevata la questione di essere troppo prese dai propri problemi per vedere quelli delle altre: è infatti attraverso momenti come questi che le persone crescono, che le relazioni si evolvono e che si fa, da soli e insieme, quel pezzo in più verso l’età adulta.
A chiudere gli aspetti positivi legati a questa vicenda troviamo l’interpretazione di Nicole Rossi nei panni di Asia: l’attrice ventitreenne, proveniente da “Il Collegio” e “Pechino Express”, ha portato sullo schermo un personaggio complesso, e non solo per il suo disturbo alimentare. Asia non è una ragazza con cui sia facile entrare in comunicazione: sa essere respingente e giudicante, ha necessità di controllo nelle sue relazioni e di queste è molto gelosa. Nicole Rossi è riuscita a far passare gli aspetti più spigolosi di Asia ma anche quelli più vulnerabili, che col passare delle puntate sono aumentati fino al crollo. Forse non in ogni occasione è stata perfettamente a fuoco, ma ha fatto un buon lavoro con un ruolo decisamente non facile, visto anche il senso di responsabilità di parlare a un pubblico di giovani e giovanissimi.
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E infatti durante la visione di questa stagione di SKAM si ha l’impressione di essere sempre sulle montagne russe, in un percorso che va da momenti scritti benissimo ad altri che lasciano a bocca aperta, e non per i motivi giusti. L’ultima puntata è poi estremamente significativa in questo senso: è l’unico momento in cui c’è un focus sugli altri personaggi, per i quali si cerca in pochissimi minuti di esaurire un tema personale che va dall’essere molto noto (quello di Elia e Viola, e infatti è l’unico approfondimento che funziona) al non essere mai stato menzionato prima, come nel caso di Munny. Non è un problema di poco conto: nel suo caso si è scelto un argomento importantissimo e di cui si parla molto poco, ossia di come persone con nomi considerati “difficili” da pronunciare in italiano si ritrovino a cambiare nome, o a non protestare quando questo viene pronunciato male, fino al punto di accettare di essere chiamati con un nome non proprio per la pigrizia di una società che, anche quando non apertamente razzista, ha diversi conti in sospeso col proprio razzismo interiorizzato. Un tema così enorme trattato in una manciata di minuti non fa che produrre l’effetto opposto, perché viene semplificato al punto da non farne passare il vero significato – che in questo caso sarebbe stato di grande rilevanza, dato che al nome è legato un discorso sull’identità, rimasto purtroppo solo accennato.

Voto: 6/7
Se tu o qualcuno che conosci soffre di un disturbo del comportamento alimentare (DCA), potete chiamare il numero verde nazionale 800 180 969, raggiungibile in modo gratuito e anonimo.
