
Nell’introdurre il complesso e delicato mosaico di esistenze delle tre donne protagoniste dello show (Margaret, Hilary e Mercy), la serie ha mostrato – in particolare nella sua prima metà – diversi problemi a gestire il ritmo della sua narrazione. L’interessante intuizione di rendere gli ambienti interni ed esterni di Hong Kong non soltanto lo sfondo, ma un elemento squisitamente vivo e capace di farsi metafora degli stati d’animo narrati è uno dei punti di maggior fascinazione e, al contempo, di debolezza dell’intero show. La metodica attenzione nel donare prestigio e profondi significati ad ogni singola scena e ad ogni ambiente – a partire dai lussuosi appartamenti di Margaret e Hilary fino alle retrovie più degradate e dimenticate della città – si è dimostrata un’arma a doppio taglio proprio perché Expats, non riuscendo sempre a gestire al meglio il ritmo della propria narrazione, si è persa spesso in una cura ossessiva della sua forma, dimenticando talvolta che la potenza espressiva dei suoi contenuti, proprio perché così drammatici, si manifesta con più potenza nell’immediatezza e nella semplicità.
Questo è un peccato perché lo show porta alla luce temi estremamente interessanti attraverso una lente per nulla banale. La tragedia della perdita del piccolo Gus – collante che unisce inesorabilmente i destini di tre donne tanto diverse in un mosaico di intenso dolore esistenziale – è soltanto il trampolino di lancio attraverso cui Expats amplia il proprio sguardo spingendosi verso l’analisi di innumerevoli tematiche, tutte declinate squisitamente al femminile. Il tema del dolore e della perdita è centrale ed abbraccia in particolar modo il personaggio interpretato da Nicole Kidman, spezzato da una sofferenza così tanto devastante che porta Margaret a diventare tristemente una sorta di buco nero di disperazione che rischia di inglobare e ferire, suo malgrado, tutti coloro che la circondano, danneggiando anche i suoi figli.

Vivere con il dolore, farsi plasmare da esso e, nonostante ciò, trovare un appiglio per continuare ad andare avanti è il tema principale di tutto lo show. E se Margaret è colei che ha dovuto subire la portata di un destino tanto crudele, dall’altro lato abbiamo Mercy, che di questo destino crede di essere la crudele artefice. La giovane interpretata da Ji-young Yoo viene rappresentata come una mina vagante e disfunzionale che fatica a trovare la propria dimensione senza danneggiare chi la circonda e, soprattutto, se stessa. A differenza di Margaret e Hilary che, nonostante tutto, sono circondate da una bolla di benessere e privilegio che permette loro di tutti gli appoggi possibili per affrontare le loro difficoltà, Mercy non è abbiente e subisce più di loro quella sensazione di alienazione che chi vive da espatriato prova costantemente sulla sua pelle. Si tratta di una particolare esperienza di solitudine esistenziale che trascende la quantità di contatti umani che si ha nella quotidianità: per Mercy c’è sempre una sorta di velo invisibile che la separa dal resto delle persone. Non a caso, la giovane è convinta di essere maledetta e tale convinzione non fa che accrescere dopo la tragica scomparsa di Gus, di cui avverte tutto lo straziante senso di colpa. Da qui la convinzione di non poter mai essere felice, perché di base lei sente che non sarà mai in grado di meritare quella serenità.

Si diceva prima che è un vero peccato che la serie abbia ossessivamente concentrato la maggior parte dei suoi sforzi nella ricerca costante di una forma che potesse sottolineare con fin troppa insistenza l’intensità dei temi trattati. Nel caso di Margaret e, soprattutto, di Mercy lo show ha, infatti, speso fin troppo tempo nell’insistere sul tratteggiare, attraverso ogni vezzo, i loro dilemmi esistenziali, e questo ha portato Expats a non riuscire a destreggiare al meglio il poco tempo a disposizione, risultando spesso prolissa e ridondante, nonostante la poesia e la cura della sua estetica. La portata di questo errore si rivela proprio verso la fine della serie: qui la necessità di portare il tutto ad una conclusione ci ha donato, infatti, i migliori episodi dello show, e viene proprio da chiedersi perché lo show non sia stato così efficace fin dall’inizio. Spicca in particolar modo il meraviglioso (e lunghissimo) “Central”, che si staglia al di sopra di tutte le altre puntate e rappresenta una vera e propria lezione di sceneggiatura.
Attraverso la crisi esistenziale e matrimoniale di Hilary (interpretata da una bravissima Sarayu Blue), Expats ci dimostra la presa di coscienza e l’emancipazione mentale di una donna a cui è stato insegnato da sempre di identificare il suo valore personale con il suo status e il privilegio da cui è circondata. Ma “Central” si spinge ben oltre nel mettere in primo piano coloro che, fino ad ora, sono sempre viste come figure di contorno, ma che rappresentano nella maniera più autentica l’esperienza di essere expats: le domestiche e le tate che si occupano delle case e delle famiglie delle nostre privilegiate protagoniste. Nello spostare il punto di vista da Hilary e Margaret a quello di Puri (Amelyn Pardenilla) ed Essie (Ruby Ruiz), Expats dona al suo racconto intimista una dimensione di analisi sociale disvelando tutte le ipocrisie – a volte inconsapevoli, a volte no – della classe privilegiata, che adora descrivere queste persone come loro pari ma che, nella realtà dei fatti, non riesce a fare a meno di utilizzarle come strumenti per accrescere il loro benessere (“You are her employer, not her friend”), perché è lo stesso sistema di privilegio in cui sono inserite che impedisce un qualunque altro tipo di rapporto che non sia strumentale.

Voto: 7½
