Ciao, mi chiamo xfaith84 e non ho mai visto una serie tv di Sorkin. Sì, mi attendono anni di pestilenza, cavallette e presumibilmente una condanna a due anni di visione forzata di FlashForward in loop, ma a mia discolpa dirò che a) non è mai troppo tardi b) “A Few Good Men” (noto in Italia come “Codice d’Onore”) è uno dei miei film preferiti. Possiamo procedere? 

Ammesse dunque le mie colpe, vorrei utilizzare proprio questa recensione per dare voce a chi no, non è abituato ai dialoghi a velocità supersonica, men che meno ai numerosissimi riferimenti alla cultura e alla politica a stelle e strisce e sicuramente non alla combinazione dei due fattori; ma anche a chi (e son sempre gli stessi), non avendo un termine di paragone, non può nemmeno dire “aaah Sorkin è sempre lui” o “aaah Sorkin questa non me la doveva fare”. Sarà un giudizio puro e semplice sull’episodio e mettetevi l’anima in pace, o detrattori: è decisamente buono.

Questa terza puntata colpisce per il suo essere già profondamente controcorrente rispetto a quanto visto fino ad ora, e trovo che effettuare una virata del genere così presto sia una mossa che si classifica senza toni di grigio: o è geniale o è un’idiozia; ma soprattutto, o la si ama o la si detesta.
La nascita nelle scorse puntate di una nuova redazione lasciava presagire che, tra una notizia e una relazione sentimentale da approfondire, ci fosse tutto lo spazio per vedere come avrebbero fatto personalità così diverse ad integrarsi, e invece questo episodio – che copre un arco di sei mesi fino a giungere alle elezioni di midterm del novembre 2010 – decide di non raccontare per nulla questo aspetto. Inevitabilmente la lente di ingrandimento finisce col mettere in risalto l’esatto opposto di ciò che ci saremmo immaginati: non il voyeurismo del giorno per giorno e nemmeno la – sicuramente istruttiva – nascita delle nuove interazioni all’interno della newsroom; ma l’azzardo del lancio immediato all’interno della partita, l’inserimento del conflitto d’interesse su larga scala, la conoscenza senza filtri del “come stanno davvero le cose”.

Certo, è inutile negare che con il materiale di questo episodio si potessero produrre almeno tre puntate diverse, ma è davvero un male sovvertire le regole? E se siamo tutti qui a chiederci “Beh, ma ora che si sono bruciati sei mesi in un’ora, cosa si inventeranno?” non ne vale forse la pena?
E’ evidentemente un episodio fondamentale nell’economia della serie e lo dimostra una doppia struttura circolare che ne sottolinea l’importanza, facendoci girare in tondo agli argomenti e ai tempi che governano le vicende.

You want to play golf or you want to f*ck around?

Innanzitutto ci sono le tematiche: il discorso iniziale di Will, basato su quel “I failed you” post-11 settembre dell’ex coordinatore dell’antiterrorismo Richard Clarke, parla dell’esigenza di un giornalismo che esuli dalle influenze esterne e dalle decisioni aziendali; ci racconta la necessità di una scelta di trasparenza in nome di una corretta informazione del pubblico. Ora, quanto di idealista e quanto di ingenuo/utopico possiamo vedere in questo discorso? La puntata non svela subito l’arcano, ma lo introduce con una perfetta alternanza tra le vicende dei sei mesi e l’incontro di Charlie con Leona Lansing: ma solo alla fine vedremo quest’ultima parlare; solo in quel momento capiremo che tutto il discorso iniziale di Will si scontra davvero con le esigenze dell’azienda  e che per quanto Charlie possa difenderlo, supportarlo e spingerlo sulla sua strada, la minaccia di Leona è reale e il licenziamento più tre anni di silenzio sono il prezzo da pagare se si vuole essere davvero trasparenti.

C’è, dicevo, anche una struttura circolare per quanto riguarda il tempo, e questo è ciò che ci mette nella condizione di capire subito alcuni dettagli in più. Non è un caso che per tutti i sei mesi Will continui a chiedere se ci siano notizie dai piani alti, perché in effetti queste si fanno sentire solo quando i candidati del Tea Party vengono eletti al Congresso – come a sottolineare l’ipocrisia di certe scelte che sì, salveranno pure un’azienda, ma non hanno certo idee e valori solidi alle spalle.

American voters need a f*cking lawyer

Scopriamo anche che è proprio un repubblicano, che pure ha creduto nell’iniziale Tea Party, a volerne smascherare la nuova veste (e su questo Sorkin non transige: non c’è giudizio politico, bensì uno spirito critico, basti pensare al trattamento rispettoso riservato a Bryce Delaney, repubblicano fino all’osso, ma dotato di raziocinio e di volontà di andare oltre le etichette di “socialista, marxista o keniota”). E’ invece una democratica come Leona ad avere bisogno dei nuovi eletti, e se si pensa alle necessità economiche di un’azienda come la sua, il giudizio nei suoi confronti non può essere troppo crudo (senza contare che Jane Fonda si fa amare anche quando è perfida). Rimane tuttavia discutibile il suo senso storico: è troppo comodo schierarsi contro uno come McCarthy a distanza di 60 anni e non voler vedere il marcio che si ha sotto il naso solo perché è utile ai propri, seppur importantissimi, interessi.

“Gli americani hanno bisogno di uno stramaledetto avvocato”, ci dice Charlie rispondendo all’accusa che la redazione sia diventata un tribunale, ed ironicamente è proprio lo stesso Charlie ad essere avvocato di Will al processo indetto da Leona e dal figlio: sappiamo che è sempre lui a muovere le fila della premiata coppia McAvoy/McHale e che è disposto a qualunque cosa per salvare il nuovo programma, ma certamente non rischierà una morte lavorativa di Will. Non è possibile prevedere cosa accadrà, ma vale davvero la pena di scoprirlo.

Do not laugh. I felt the exact same way about the bar exam

Will ha fatto una battuta per la prima volta, mentre la serie sta cercando sin dall’inizio di inserire un elemento di ironia (a volte evidente, a volte molto sottile) per far sì che, tra questo e gli “allegri” siparietti sentimentali, si possa digerire meglio una parte politica che certo non è tra le più facili da comprendere. Leggo in giro che ci sarebbero accuse di misoginia nei confronti di Sorkin, ma personalmente non ne vedo il motivo. Certo, MacKenzie e Maggie non sono proprio l’esempio più lampante di stabilità (anche se non riesco a non adorare la prima e a non provare profondo rispetto per la seconda e i suoi attacchi di panico), ma non credo che Don, Jim e Will siano messi molto meglio: tutti e tre sono caratterizzati da insicurezze e piccole ossessioni e il fatto che emergano in modo più silenzioso non le rende meno importanti. Forse fa semplicemente parte della natura dell’uomo cercare di nascondere le proprie debolezze, e questa non è certo una qualità, semmai una prova ulteriore delle proprie paure; ecco che quindi il timore di Don di essere messo da parte (“it said “eyes only,” baby” “I’ve got eyes”), la capacità di Jim di “votare contro i propri interessi” e l’immagine ossessiva che Will ha nella sua mente non sono altro che dimostrazioni di quanto anche gli uomini di questa serie abbiano tensioni emotive che nulla hanno da invidiare a quelle delle donne.

La puntata sicuramente non sarà piaciuta a tutti, e del resto la struttura e le scelte prese sono di quelle che dividono. Personalmente l’ho trovata ottima e credo che, se si accetta l’imprevedibilità come valore aggiunto di una serie, non si possa non applaudire ad un episodio di questo genere.
E poi quello scontro finale tra Charlie e Leona, seguito dal forse un po’ retorico flashback del “messaggio delle due che interrompe un brindisi”, vale davvero tutta la puntata.

Voto: 8 ½