[Consigli Estivi #12] Six Feet Under – Everything. Everyone. Everywhere. Ends. 5


[Consigli Estivi #12] Six Feet Under – Everything. Everyone. Everywhere. Ends.Era il 03 giugno del 2001 quando l’HBO mandò in onda il pilot di una nuova serie creata da quell’Alan Ball fresco di Oscar per la sceneggiatura di “American Beauty“, con delle premesse poco confortanti: le (poche) gioie e i dolori (innumerevoli) di una famiglia di becchini ai margini di una Los Angeles che, attraverso le piangenti mura di casa Fisher, ci mostra il suo lato più retrogrado e bigotto.

Rinchiusa in una tristezza di facciata, l’apparente monotonia di casa Fisher viene completamente sconvolta dall’improvvisa morte di Nathaniel Fisher senior, capofamiglia ed elemento unificante di quel magma sotterraneo che scorre nascosto e impetuoso tra le fondamenta di una dimora fondata su un perbenismo commerciale.
Il risultato è però quanto di più diverso ci si potesse aspettare: la morte, argomento tabù per eccellenza, si erge a protagonista del racconto, riuscendo ad amplificare la potenza drammatica delle molteplici vite che s’intrecciano l’una all’altra in un racconto corale armonizzato con un lirismo tale da conferire valore diegetico anche al più insignificante livello d’interazione tra i personaggi.

«You lucky bastard, you’re alive! What’s a little pain compared to that?»
«It can’t be so simple».
«What if it is? ».

[Consigli Estivi #12] Six Feet Under – Everything. Everyone. Everywhere. Ends.Il macrogenere di riferimento è sicuramente il drama convenzionale che fa perno su tematiche universalmente “drammatiche” come i rapporti familiari, le relazioni, il tradimento, le riflessioni mistico-religiose, l’adolescenza e l’instabilità interiore; tuttavia la centralità della tematica della morte, ergendosi a inusuale filtro espositivo, crea una modalità narrativa che riesce ad andare al di là della convenzionale indagine drammatica, raggiungendo uno spessore espositivo che travalica i generi integrandoli armonicamente tra loro e facendoli diventare portatori di senso ulteriore. L’intrecciarsi di humour nero e surrealismo, trasfigurando il dramma in un’aura quasi mistica, fa sì che il tono del racconto riesca da un lato a smorzare la pesantezza della sua portata drammatica, dall’altro a cristallizzare il dramma in senso astratto, quasi paradigmatico.

[Consigli Estivi #12] Six Feet Under – Everything. Everyone. Everywhere. Ends.Attraverso un cospicuo utilizzo della sfera onirica o immaginativa, i vari personaggi danno avvio a una parodia dei generi – romantic comedy, horror, dramma spirituale e metafisico – che fa sprofondare il racconto verso molteplici universi di senso, senza però scadere in un piatto didascalismo: molte delle risposte alle domande più imbarazzanti arrivano non attraverso l’indagine del reale, ma – prendendo in prestito le tecniche del surrealismo – per mezzo di un contatto con qualcosa di superiore, con ciò che vi è “oltre il reale”. Tutto questo diventa ancora più evidente nei numerosi e frequenti dialoghi con i defunti, stilema che viene spesso associato (più che al Surrealismo) a quel Realismo Magico che in arte, come in letteratura, tende a rappresentare il reale come dotato di aspetti “meravigliosi”, mostrati come inerenti ad esso (e non esterni come per il Surrealismo).

[Consigli Estivi #12] Six Feet Under – Everything. Everyone. Everywhere. Ends.Ogni episodio comincia con un decesso: che sia semplice vecchiaia, l’ultima tappa di una malattia o l’esito di una tragedia inspiegabile, la famiglia Fisher è pronta a prendersi carico di quella morte, dalla quale, molto spesso, prende avvio un fluire di riflessioni che di volta in volta stabilisce il tono dell’episodio. A volte i dialoghi avvengono appunto con la persona morta all’inizio della puntata, molto spesso con Nathaniel snr, attuando una sorta di materializzazione scenica dei “pensieri” di ognuno: un monologo interiore realizzato attraverso una conversazione esterna, tesa a sottolineare l’eloquente contrappunto dialettico tra ciò che accade e ciò che il singolo vorrebbe che accadesse. Ciò rende ancora più manifesto lo scarto emozionale tra percepito e mostrato, tra il sentito e il vissuto, che è poi lo scopo drammatico dell’intero show: la morte di Nathaniel è l’elemento scatenante che, demolendo la base su cui si univa l’intera famiglia, dà vita a un complesso percorso di crescita dei vari personaggi, costretti a tirar fuori i propri sentimenti e a mettersi in diretto confronto con ciò che finora avevano sempre cercato di tenere sotto coperta. Six Feet Under è un viaggio alla ricerca della vita minacciata da un memento costante della sua fugacità: la parte verticale del racconto (i morti che arrivano a casa Fisher) funge infatti da amplificatore dei sentimenti, dilatando l’eloquente impressione che la vita non sia capace di restituirci la sua verità se non attraverso la morte.

All we have is this moment, right here, right now. The future is just a fucking concept that we use to avoid being alive today.

[Consigli Estivi #12] Six Feet Under – Everything. Everyone. Everywhere. Ends.Il costante confronto con la morte e con la scia di disperazione che si lascia dietro è anche la causa scatenante del chiuso contegno dietro cui si riparano i protagonisti. L’aria che si respira in casa Fisher è ovattata, pesante, nessuno parla di ciò che prova; è come se avessero paura ad affrontare ogni sentimento che possa fluire in modo debordante, quindi attuano sempre un meccanismo di chiusura per cercare di imprimere un controllo. Su di loro si staglia una patina di perbenismo che, se da un lato è direttamente proporzionale al lavoro che svolgono, dall’altro è diventata una seconda pelle di cui, nel corso della serie, ogni personaggio cerca di liberarsi. In questo senso sono fondamentali le varie figure di intersezione con cui i Fisher entrano in contatto, che diventano elementi di contrasto atti a condurre ogni personaggio verso quel punto di rottura che presuppone una rinascita definitiva. Su tutti si erge a monito e giudice incontrastato Nathaniel snr con quella sua immagine cangiante e ignota che incarna le differenti visioni dei vari personaggi, fungendo spesso da personificazione di quello stato sensoriale inconscio che spesso non si ha il coraggio di ascoltare.

«Claire, are you depressed?»
«I’m not even going to answer that question».
«Well, whatever you’re going through, I hope you don’t blame me».

[Consigli Estivi #12] Six Feet Under – Everything. Everyone. Everywhere. Ends.In Six Feet Under il personaggio viene completamente scardinato attraverso un percorso evolutivo che va oltre la rappresentazione superficiale: se da una parte vengono alla luce tutte le ombre, ovvero l’evoluzione arriva sino al cambiamento della condizione iniziale in senso peggiorativo, dall’altro abbiamo un’evoluzione positiva: per tutti c’è una lotta con la vecchia immagine di se stessi, un percorso che tende a un’autenticità, sempre labile, sempre sfuggente.
Spesso gli episodi terminano con una chiusa lirica, che anziché cercare il cliffhanger tende a enfatizzare un intimo contesto emozionale. Anche la regia si muove in questa direzione: la macchina da presa indugia spesso su lunghi e ripetuti primi piani che mettono in luce espressioni e movenze dei personaggi, eloquenti come se fossero la fisica rappresentazione del loro pensiero.
Tutto ciò è reso ancora più pregnante dalle meravigliose interpretazioni attoriali, su cui emergono senza dubbio Frances Conroy – Ruth Fisher –, che riesce a tradurre divinamente le mille sfaccettature di un personaggio costantemente in bilico tra affezione e fastidio, e un Michael C. Hall (David Fisher), pre Dexter, in assoluto stato di grazia.

[Consigli Estivi #12] Six Feet Under – Everything. Everyone. Everywhere. Ends.Il complesso sistema dei personaggi fa di Six Feet Under uno specchio multi-sfaccettato con cui confrontarsi in maniera non univoca ma molteplice. Il processo d’identificazione può funzionare come un asse paradigmatico attraverso cui confrontare la propria esperienza di vita secondo un criterio diacronico: le angosce, i dolori, le gioie, o i timori con cui entriamo in contatto sono tutti così reali, così autentici e allo stesso tempo così cristallizzati in tipologie fisse che l’identificazione con i personaggi può cambiare di episodio in episodio o da un rewatch all’altro, secondo la particolare fase della vita che si sta vivendo. Basterebbe solo questo per affermare che vedere e rivedere Six Feet Under è un’esperienza imperdibile: è come un continuo e intenso viaggio alla scoperta di se stessi, che ci ricorda in ogni momento quanto il futuro sia solo una scusa per non vivere il presente fino in fondo.

A ragione nell’Olimpo della serialità televisiva di prima generazione, Six Feet Under riesce a costruire un racconto capace di colpire l’assetto emozionale dello spettatore con una potenza drammatica che, a distanza di dieci anni dalla sua conclusione, solo pochi show sono stati capaci di eguagliare, soprattutto per quanto riguarda la sua parabola conclusiva, con uno dei finali più dolorosi della storia della televisione.

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5 commenti su “[Consigli Estivi #12] Six Feet Under – Everything. Everyone. Everywhere. Ends.

  • SerialFiller

    Che piacere leggere un articolo su six feet under, e che gran bell’articolo tra l’altro. Serie tranquillamente nella mia top ten all time con un finale che a mio avviso resta per emozione suscitata inarrivabile, il più bello di sempre con buona pace di “Felina”.
    Gli ultimi 7 minuti di SFU sono leggendari, fanno piangere e soffrire maledettamente e concludono un percorso di 5 stagioni fatto di riflessioni mai banali, sofferenze dell’anima e cure per il proprio spirito critico e non.
    La bellezza di SFU sta in cose complesse come un futuro che pare essere solo una scusa per non vivere il presente e cose smplicissme come appunto una semplice provocazione nello spingere una persona a non abbattersi di fronte alle difficoltà e a pensare positivo, a pensare che forse è davvero cosi smplice essere se stessi, essere felici, essere migliori. Provarci è l’unico limite fra l’ignoto e le certezze che ognuno di noi si costruisce.
    Tutto passa dalla morte, dalle singole morti mostrate in ogni puntata e dalla morte nel suo senso più profondo, quell’unico limite che nessuno di noi potrà mai superare e che per questo fa paura a tutti indistintamente e che per questo più di ogni altra cosa può spingere ogni essere umano a riconsiderare se stesso e la propria umanità.
    Recuperatela se non l’avete fatto perchè è una di quelle poche serie che può cambiarvi la vita.
    Solo se ci credete davvero ovviamente.

     
  • sixfeet

    Grazie Francesca. Aspettavo da tempo una recensione su questa serie favolosa. Posso dire senza la minima ombra di dubbio che non esiste nulla che mi abbia emozionato di più nel panorama seriale cinematografico. E’ possibile inneggiare alla vita parlando di morte? Six Feet Under ha dimostrato di sì. Ma la grande forza di questa serie è probabilmente anche nel fatto che parla di ognuno di noi toccando spesso alcune nostre intime corde, chiunque può trovare tra quegli episodi un suo pensiero, una sensazione vissuta o un proprio atteggiamento come in uno specchio o in un fugace riflesso. Che dire poi dei personaggi? Raramente mi è capitato vi vedere personaggi così straordinariamente delineati (qui lo dico a costo di attirarmi insulti: per me Michael C. Hall sarà sempre David Fisher, altro che Dexter!). Che dire, consiglio vivamente a chiunque non l’abbia vista di recuperarla. Due consigli: 1) Non fatevi spaventare dall’apparente lentezza. Per assurdo è uno dei suoi pregi perché ti permette di entrare in sintonia con ogni personaggio. 2) Non affrettatevi a visionare tutte le puntate, SFU va visionato con calma (massimo due episodi alla volta), sorseggiato lentamente come un buon vino per poter assaporare quelle sensazioni che si depositano dopo ogni episodio. Un ultimo commento sul finale di serie: sicuramente il miglior finale di serie che sia sia mai stato concepito.

     
  • Antonio

    La sto pian piano recuperando (anche se sono fermo da un bel po’!). So che con questo commento provocherò il disappunto generale, ma a me questa serie piaciucchia. Per carità, ci sono momenti molto alti, ma il tutto si perde in una sequela di scene non sempre significative e spesso noiose. Ora, capisco che l’intento è parlare di vita, di vita reale, ma purtroppo non sempre riesce a catturarmi. Non ne interrompo la visione perché voglio guardare il finale, di cui si parla un gran bene.

     
  • Boba Fett

    Alan Ball ha sempre raccontato il morboso con tanto, tanto garbo, nei suoi rari film e nelle sue serie. SFU non fa eccezione e il risultato è innegabile: un capolavoro. Politically correct, ma mai zuccherosa, esplora il tabù dei tabù (per noi occidentali che ci crediamo immortali) toccando però altri temi importanti, ma sempre con occhio laico e quindi lontanissimo dagli archetipi anglosassoni; perciò, chi non l’avesse mai vista, non si aspetti spazi dove terra e cielo si confondono tipo The Tree of Life, The Lovely Bones o [edit]: la morte è morte e, in questo caso, è anche business, visto il mestiere “full service” dei Fisher che organizzano servizi interreligiosi, ricompongono e ricostruiscono se necessario, infiocchettano e tumulano.
    Cosa non darei per veder montati in successione tutti i prologhi, autentici trattati sui decessi!

    Commento editato dalla Redazione: occhio agli spoiler su altre serie!