American Crime Story: The People v. O. J. Simpson – 1×01 From The Ashes of Tragedy

American Crime Story: The People v. O. J. Simpson - 1x01 From The Ashes of TragedyAmerican Crime Story (insieme a Vinyl e 11.22.63) è senz’altro tra le serie più attese del 2016: un’attesa motivata dal caso che racconta (“il processo del secolo”) e dalle personalità coinvolte, tra cui spicca naturalmente il nome di Ryan Murphy –che, se questa serie dovesse confermare le aspettative, completerebbe un’annata eccezionale dal punto di vista creativo.

Che lo si voglia ammettere o meno, indipendentemente dai gusti di ciascuno, Ryan Murphy è una delle figure più significative della serialità contemporanea (come hanno sottolineato anche illustri osservatori) e non c’è dubbio che il processo di contrazione dei formati narrativi e l’esplosione delle miniserie e delle anthology series negli Stati Uniti sia dovuto soprattutto a lui, attualmente coinvolto nella produzione di tre serie antologiche con American Horror Story (serie da questo punto di vista pionieristica), Scream Queens e appunto American Crime Story. Questa serie, ultimo capitolo della trilogia in ordine di tempo, mette in scena le vicende legate al processo a O. J. Simpson, ex campione di football e star hollywoodiana (Una pallottola spuntata), accusato di aver ucciso la moglie e un suo amico nel 1994. Oltre a Murphy (il quale è anche regista dei primi due episodi) e al fidato compagno di lavoro Brad Falchuk, in testa alla produzione ci sono Scott Alexander e Larry Karaszewski (Ed Wood, The People vs. Larry Flynt), ovvero gli effettivi creatori della serie.

Come on, come on. We can beat this thing together, just… W-We all love you. We all love you. Your kids love you. God… God loves you.

American Crime Story: The People v. O. J. Simpson - 1x01 From The Ashes of TragedyNon c’è dubbio che uno dei (tanti) punti di forza di questo pilota, nonché una tra le principali ragioni di tanto hype, sia rappresentato da un cast di attori che si confermano perfettamente in parte – seppur con diverse precisazioni da fare per ciascuno – e certamente chiamati a prove tutt’altro che semplici, dovendo interpretare persone realmente esistenti ed estremamente connotate nell’immaginario collettivo, vista la notorietà del caso Simpson (un lavoro che se vogliamo è molto simile a quello fatto da 1992, sebbene con ben altri esiti).

Tra i personaggi principali spicca Marcia Clark, eroina tragica e donna tormentata, ossessionata dal lavoro e da un caso che la metterà a dura prova. Per Marcia ci sono ostacoli enormi all’orizzonte, a partire dai poteri forti con i quali si imbatterà nel corso del processo Simpson; scogli quasi insormontabili che vanno elevati al quadrato se si considera la variabile razziale che porterà (il caso è storia) a rivolte e rivendicazioni più o meno strumentali difficili da arginare. Avrà le spalle abbastanza larghe Marcia Clark, interpretata da una splendida e bravissima Sarah Paulson, per fronteggiare tutto questo?
Lo Shapiro di John Travolta, invece, è un personaggio estremamente strano, che a prima vista può sembrare il meno riuscito del lotto – ma potremo dirlo con certezza solo più avanti: tanto la Paulson dà alla Clark un realismo che la avvicina agli eroi del cinema di inchiesta della Nuova Hollywood, quanto questo personaggio sembra lavorare su tutt’altre corde, forse un po’ meno credibili, ma decisamente disturbanti nel rappresentare la maschera del disagio di un avvocato preso alla sprovvista da uno tsunami imprevedibile.

Johnnie Cochran è interpretato da uno strepitoso Courtney B. Vance, che con vibrante intensità porta sullo schermo non solo l’ex campione sportivo ma un’intera comunità, facendosi portatore di istanze sociali sentite ieri come oggi; Cochran è un faro nella notte di istrionica ironia, un uomo/bandiera che non vuole saperne di farsi ammainare. Sebbene avversari, Cochran e Clark rappresentano due facce della stessa medaglia, ovvero quella ricerca spericolata di giustizia che va a scontrarsi con un mondo in cui non sarà mai possibile trovarla fino in fondo.

The Bronco is gone.

American Crime Story: The People v. O. J. Simpson - 1x01 From The Ashes of TragedyTrattandosi di una riflessione sulla natura del prodotto e non di un giudizio di valore sul medesimo, possiamo affermarlo da subito: American Crime Story è già uno show rivoluzionario perché lavora su un genere (il crime) mettendo insieme i due filoni più innovativi degli ultimi anni, i cui esempi più eccellenti sono le serie True Detective e Making a Murderer.
Un genere come questo, che sembrava ormai destinato a spegnersi in una comfort zone fatta di procedurali dagli altissimi ascolti (CSI ne è l’esempio più lampante), negli ultimi anni sta trovando il modo per squarciare il velo della standardizzazione televisiva e oggi, con American Crime Story, raggiunge addirittura una nuova identità.

Se serie come The Killing e True Detective hanno dato agli investigatori un nuovo spessore, portando il noir televisivo a livelli di introspezione prima sconosciuti, altre come The Jinx e Making a Murderer hanno dimostrato di saper fare qualcosa di ancora più nuovo ma da un altro punto di vista: in maniera ambiziosa hanno scosso il panorama della serialità televisiva dando agli spettatori qualcosa di assolutamente reale (ancor prima che realistico) ma in cui fosse possibile immedesimarsi e a cui ci si potesse affezionare – grazie anche al formato seriale – proprio come ad una fiction.

Il geniale Ryan Murphy, insieme ai suoi più fidati collaboratori (perché sarebbe ingiusto conferire a una sola persona tutto il merito) questa volta non si accontenta e mentre tutti guardano il dito lui va sulla luna innovando ancora e fondendo insieme le due nuove identità del crime in una true crime anthology TV series: la finzionalizzazione di un docu-drama, ma anche una serie antologica (è già noto che la seconda stagione ruoterà attorno alle conseguenze dell’uragano Katrina), che mette in scena uno dei reali casi giudiziari più discussi del secolo scorso.

I’m not black! I’m O. J.!

American Crime Story: The People v. O. J. Simpson - 1x01 From The Ashes of TragedyAlcuni sostengono che la grandezza di questo episodio pilota e più in generale di questa serie risieda nel ruolo defilato di Ryan Murphy, il cui impegno nella scrittura è senza dubbio secondario rispetto ad altre produzioni. La sua presenza è però fondamentale già da questo esordio, non solo perché ricopre (benissimo) un ruolo di primo piano come quello del regista, ma anche a un livello più sottile: è impossibile infatti ignorare alcune tematiche tipicamente murphyane che, proprio come il ruolo di Murphy nella produzione, possono sembrare defilate ma si insinuano in realtà da subito sottotraccia nel tessuto della serie.
Prima di tutto il discorso sulla celebrità. Cosa vuol dire essere famosi? Cosa succede quando i privilegi si scontrano con gli scandali? Qual è l’impatto sui media? Cosa significa essere un normale cittadino accanto a una celebrità bersagliata dalla stampa? Murphy, dopo aver lavorato quest’anno sul tema dell’icona con Lady Gaga in AHS: Hotel, si spinge qui in un contesto più realistico, mettendo in secondo piano il citazionismo pop e abbracciando una riflessione capillare sul sistema dei media.

The People v. O. J. Simpson inizia esattamente dove finisce Gone Girl di David Fincher, riprendendo il discorso sulla medialità contemporanea che domina la parte conclusiva del film e legandolo alla particolare condizione di una celebrità sotto assedio, come già fatto da Abel Ferrara in Welcome To New York, film ispirato all’arresto di Dominique Strauss-Kahn.
Al cuore di questa riflessione c’è la famiglia Kardashian, rappresentata soprattutto da Robert – interpretato da un ottimo David Schwimmer –, personaggio interessantissimo che Emily Nussbaum definisce “a gloomy Sancho Panza with Christian faith”. Il coinvolgimento dei Kardashian, sottolineato da inside joke disseminati dagli autori sull’intera famiglia (tra cui soprattutto la giovane Kim, oggi celebrità quasi inavvicinabile seppur senza apparenti ragioni), sembra alludere all’ipotesi crudele che, come sostiene Alan Sepinwall, l’attuale sistema divistico possa aver avuto origine anche da un brutale crimine.

The world needs more black men willing to make a difference.

American Crime Story: The People v. O. J. Simpson - 1x01 From The Ashes of TragedyIn una serie del genere, dalla continuity narrativa tanto esasperata da rendere ciascun episodio subordinato rispetto all’organicità del tutto, il pilot non può che rivestire un’importanza capitale, in quanto incipit che pone le basi del racconto e soprattutto imposta la direzione della narrazione. E come inizia “From The Ashes of Tragedy”? Sorprendentemente non con qualcosa che riguarda il caso Simpson, bensì con un evento accaduto due anni prima, a prima vista slegato dal tema principale. Le prime immagini infatti sono un montaggio di sequenze di repertorio, prevalentemente televisive, del brutale pestaggio di Rodney King da parte della polizia di Los Angeles e della conseguente rivolta che mise a ferro e fuoco la città.

Solo apparentemente azzardato, il prologo rappresenta invece una fortissima dichiarazione di intenti, che risulta evidente alla luce di ciò che accade successivamente e dopo aver visto il taglio che gli autori hanno deciso di dare alla serie: la scelta di Scott Alexander and Larry Karaszewski di intavolare un dialogo tra realtà e finzione è esplicitata proprio dal footage iniziale, composto da immagini di repertorio che testimoniano senza ambiguità l’aberrante abuso di potere a sfondo razziale commesso dalle forze dell’ordine; immagini reali, volte a innescare un sentimento di empatia nello spettatore e a validare un racconto che vuole essere verosimile ma che è in realtà totalmente narrativo e non documentaristico.
L’aspetto investigativo viene quindi piegato fin da subito in questa direzione per ritrarre O. J. Simpson come un afroamericano perseguitato dalla giustizia bianca, anche chiamando in causa il personaggio di Johnnie Cochran, esuberante paladino di una battaglia a cui il processo fa estremamente comodo. The People v. O. J. Simpson pianta le radici del proprio discorso su un tema fondativo degli Stati Uniti d’America, quella questione razziale che è ancora oggi protagonista di tensioni sociali e politiche.

They say everything can be replaced,
Yet every distance is not near.
So I remember every face
Of every man who put me here.
I see my light come shining
From the west onto the east.
Any day now, any day how,
I shall be released.”

(I Shall Be Released – Bob Dylan)

American Crime Story: The People v. O. J. Simpson - 1x01 From The Ashes of TragedyMurphy e Falchuck sono degli artisti a tutto tondo, capaci di rielaborare all’interno del mezzo televisivo anche altre forme espressive come la musica e la performance, spesso attraverso il richiamo al videoclip – come in AHS e prima ancora in Glee e non stupisce che il pilot di American Crime Story dimostri un’attenzione particolare alla selezione musicale.

Un’attenzione così evidente da dover essere menzionata, in particolare nella canzone scelta per accompagnare un fondamentale montaggio musicale, di cui ovviamente non riveliamo nulla: I Shall Be Released – qui nella versione di Nina Simone – scritta da Bob Dylan durante le sessioni dei Basement Tapes e che rappresenta una sorta di manifesto di redenzione spirituale e artistica per il songwriter di Duluth, che dopo il terribile incidente motociclistico del 1966 decise di ritirarsi insieme al gruppo che poi avrebbe preso il nome di “The Band” e operare una riflessione profonda sulle radici della musica americana.

I Shall Be Released dà un’impronta marcatissima a questo episodio, non solo per l’affinità tematica tra il testo della canzone e la storia narrata, ma perché unisce alla natura già intimamente americana e “ri-fondativa” della canzone la componente black della splendida voce di Nina Simone, artista la cui biografia è legata a doppio filo alle tematiche di cui si occupa le serie.

“Without ever mentioning the links, the creators evoke the Cosby scandal and Black Lives Matter, the debate about Hillary’s “likability” and Obama’s legacy, the rise of reality TV and the expansion of cable news. It’s a tasty Proustian cronut that makes you remember the events of not only 1995 but 2015”.* Come sottolineato anche da Emily Nussbaum sul New Yorker, la fotografia che From The Ashes of Tragedy” ci regala sull’America di ieri e di oggi rende l’episodio un esordio folgorante per American Crime Story, che supera anche le pur alte aspettative che lo hanno preceduto, non solo per ciò che sceglie di raccontare ma anche e soprattutto per il linguaggio con cui decide di raccontarlo.

Voto: 9

*Trad. “Senza nemmeno menzionare i collegamenti, gli autori hanno evocato lo scandalo Cosby e [il movimento attivista, ndr] Black Lives Matter, il dibattito sul grado di apprezzamento di Hillary e l’eredità di Obama, l’ascesa della TV dei reality e l’espansione delle televisioni dedicate esclusivamente alle news. È come una gustosa madeleine proustiana che ti fa ricordare non solo gli eventi del 1995 ma anche quelli del 2015.”

 

Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

3 Risposte

  1. Prusso scrive:

    92 minuti di applausi.

    Naturalmente al pilot ed alla bellissima recensione.

    Vorrei anche sottolineare la straordinaria somiglianza tra i protagonisti della vicenda originale e le loro controparti televisive.

     
  2. Attilio Palmieri scrive:

    Grazie Prusso.
    In effetti la scelta degli attori è stata perfetta, così come la direzione e qui va dato un grandissimo merito a Ryan Murphy.
    Sarà molto dura ma spero proprio che si mantenga su questi livelli. I critici americani che hanno potuto vederne più di metà ne parlano in toni entusiastici.

     
  3. Svinzo scrive:

    Pilot riuscito, avvincete bravi gli attori. Stile alla american horror story senza i difetti però!!

     

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