Homeland – 6×12 America First 2


Homeland - 6x12 America FirstHomeland giunge al finale di quella che è stata una delle sue stagioni più problematiche dominata da un’alta frammentazione e soprattutto da una scarsa coesione tra le sue parti, e solo verso le ultime puntate ha saputo trovare una convergenza tra intenti e resa espositiva. “America First”, pur con i suoi difetti, rappresenta ciò che di meglio si sarebbe potuto fare con il materiale a disposizione. 

L’inizio di questa stagione è stato caratterizzato da una lentezza inusuale per la serie, che in più occasioni ha messo lo spettatore nelle condizioni di chiedersi dove stesse andando a parare il racconto: questo perché per molte puntate i protagonisti storici (Carrie, Peter, Saul, Dar) si sono trovati separati, isolati nei loro intenti e nei loro ruoli. Questa frammentazione, che solo col senno di poi trova la sua spiegazione, rimane da un punto di vista formale profondamente scollata da quelli che paiono essere stati gli intenti originari: se in uno scenario post 9/11, che è quello in cui Homeland è nato, l’unione interna all’America faceva davvero la sua forza, ad oggi lo scenario – politico, e non solo – è chiaramente mutato, e il tentativo di base è stato con ogni evidenza quello di riprodurre la medesima sensazione di spaesamento e di parcellizzazione delle forze.

Homeland - 6x12 America FirstL’America, ma il mondo in generale, sta attraversando infatti uno stato di profonda crisi, in cui la frammentazione delle posizioni e perfino della verità viene a presentarsi come una dissoluzione quasi inconciliabile, il cui limite estremo è rappresentato da quell’“ognun per sé” che è parso proprio delinearsi all’inizio di questa stagione.
“Ognuno per sé”, certo, ma destinati, come scopriamo in questo episodio, a pervenire ad un intento (più o meno) comune: e proprio quando le forze in gioco trovano un modo per comunicare e per fare ciascuno la propria parte, ma all’interno di un unico sistema, ecco che queste trovano il modo di affrontare la minaccia imminente.

Sulla carta questo ragionamento funziona quasi alla perfezione, ma nella pratica ha attraversato più di un ostacolo, soprattutto perché la situazione di divisione iniziale è stata portata avanti troppo a lungo. I risultati influenzano questo “America First” in modi positivi e negativi: se infatti questo è l’episodio in cui i personaggi principali finalmente svolgono quel ruolo di “separati ma insieme” di cui sopra, ne risulta però anche un eccesso di eventi relegati proprio a questa parte finale, che si dimostra troppo carica e in qualche momento persino inverosimile nel tentativo di far tornare tutto in poco tempo – il tempismo della telefonata di Dar a Carrie, la linea che non prende giusto per permetterle di dire che c’è una bomba nell’hotel e altri piccoli passaggi che svelano in modo troppo esplicito i fili della trama. Buone intenzioni, quindi, ma una messa in pratica che non rende loro giustizia fino in fondo.
C’è un piano, tuttavia, sul quale gran parte di questa stagione, e in particolare questo finale, lavora davvero bene, ed è un argomento difficile proprio perché svela interamente le sue carte solo con l’ultimo episodio, e in questo caso a ragione: un’analisi lucida e profonda del concetto di cospirazionismo.

“Actually, don’t consider this an interrogation at all. It’s a reprimand.”
For what?”
Keeping me in the dark […]”

Homeland - 6x12 America FirstUna serie come Homeland fa dei piani nascosti del potere una delle sue caratteristiche precipue: e certo, in molti si sono ritrovati a criticare alcuni stilemi tipici di questa narrazione, senza considerare che andare a toccare quei punti critici significa danneggiare l’assetto della serie stessa – così come è impensabile chiedere a 24 di far sì che il presidente di turno creda a Jack Bauer, allo stesso modo un personaggio come Carrie deve potersi trovare in una condizione di difficoltà o di verità nascosta per poter avere un certo margine d’azione.
Il lavoro che questa stagione ha però sottilmente portato avanti è stato proprio quello di far credere che la sua struttura potesse essere in qualche modo prevedibile: al di là del coinvolgimento (nuovo a questi livelli, ma pur sempre immaginabile) di Dar Adal, l’idea di dover convincere la presidente eletta ad assecondare i piani già stabiliti prima di lei risulta infatti una trama piuttosto regolare. È l’eterna lotta del singolo contro l’establishment, insomma, il sogno tipico di qualunque complottista che voglia cercare “nel sistema” il capro espiatorio dei problemi del mondo (come dimostra la trasmissione di O’Keefe), arrivando anche al punto di manipolare la realtà (come il filmato del figlio della Keane) pur di dimostrare di avere in mano l’unica ragione possibile, l’unica e incontrovertibile verità sul campo. Dopo un’intera stagione passata ad individuare gli estremi di questo complotto e i fili che collegavano da una parte all’altra la presidente eletta e l’establishment, “America First” decide di far saltare il banco, presentando la conferma di un sospetto che già aleggiava sulle scorse puntate: la presenza di un secondo livello, di un ulteriore complotto ai danni di Elizabeth Keane che esulava persino dalle trame di Dar Adal. Questo nuovo fattore, lungi dal dare ragione ai complottisti di tutto il mondo, fa invece l’esatto opposto.

Homeland - 6x12 America FirstChi crede di vivere all’interno di una costante cospirazione, sotto minaccia dei “poteri forti”, intende abbattere il muro delle bugie non credendo a nulla, tranne che (in modo cieco e assoluto) alla propria unica verità; un criterio “due pesi, due misure”, che sfugge a qualunque logica – o se non altro a quella della dialettica. Mostrare solo all’ultimo come in realtà anche quel complotto, quello di Dar Adal, sia solo una parte della realtà, non fa che smontare l’idea che esista una sola versione della verità: nel mostrare la molteplice natura di questo sistema, si contesta dunque non solo qualunque visione di “giustezza inequivocabile” del potere, ma anche dell’anti-potere stesso.
La verità, nella sua interezza, non esiste: ed ecco che torna il concetto di frammentazione, ma anche di molteplicità dei punti di vista, che trova nella seconda parte dell’episodio una più completa realizzazione.

“Am I that scary? Me? Elizabeth Keane? Gold Star mom?”
You are. You’re a bad dream.”

Homeland - 6x12 America FirstSe c’è qualcuno di cui non abbiamo particolarmente dubitato nel corso delle puntate è stata proprio Elizabeth Keane, una donna che, anzi, proprio per la sua volontà di procedere usando la sua testa e le sue considerazioni è stata volutamente messa al centro di un’attenzione tutta particolare, e quanto più le minacce intorno a lei si facevano stringenti, tanto più aumentava una certa adesione del racconto al suo punto di vista. È così che, dopo la conclusione della prima parte e il suo salvataggio da parte di Carrie e Peter (di cui riparleremo), il “ritorno alla normalità” coincide con una situazione in cui tutto sembra più o meno tornato al suo posto: O’Keefe continua a lanciare invettive dal suo programma, lo staff della neo-presidente è comprensibilmente preoccupato ma tenuto a bada da una Carrie ormai parte integrante della Casa Bianca, Dar Adal è in prigione per quanto commesso. Una sorta di lieto fine, quindi, in cui quasi tutti sono tornati al loro alveo naturale.

Homeland - 6x12 America FirstSono due i momenti in cui capiamo che qualcosa invece è davvero cambiato, che forse una nuova, ulteriore verità si paleserà ai nostri occhi in modo inaspettato. Il primo è la riflessione di Dar con Saul, una dichiarazione profondamente sincera (“What I did was unforgivable, Saul, but I’m not sure it was wrong”) conclusa da un affondo che, inserendosi in un momento di così alta onestà, comincia a suonare quantomeno strano: “There’s something dogmatic and dangerous, something distinctly un-American.” E se l’accusa che la presidente sia pericolosa può sembrarci esagerata, di sicuro quel “dogmatico” accende una lampadina nella visione dello spettatore, che di quella rigidità ha scorto qualche indizio nel corso delle puntate.
È poi un altro momento a confermarci che la minaccia fino ad ora perseguita è davvero conclusa e che c’è ben altro di cui preoccuparsi. La scena della visita dell’assistente sociale a casa di Carrie è volutamente costruita per farci trattenere il fiato, per farci pensare che le diramazioni del comportamento di Dar Adal – dunque le conseguenze di quel piano – saranno dure a morire: e invece no, nonostante la presenza di un Max ubriaco nella stanza di Peter, tutto fila liscio.
Ma perché allora tutta quella tensione? Perché il problema c’è ancora, è solo diverso.

Non è più la minaccia di Dar Adal a rappresentare un pericolo, non lo è più nemmeno quella del generale McClendon, bensì ciò che è nato dagli effetti di entrambe le cose: una nuova minaccia, una terza verità inaspettata, un autentico attacco alla democrazia. La deriva dispotica che sembra così assumere la presidenza Keane non risparmia nessuno proprio perché parte da quell’ottica, da quel “dubitare di tutto e di tutti tranne che della propria verità”, che così tanti danni ha causato e continuerà a causare in chi rifiuta qualunque tipo di confronto (come infatti accade sul finire dell’episodio).
Una coda di questo tipo può voler dire molte cose, e di certo potrebbe dare il la ad una nuova stagione; tuttavia è indubbio che la sua presenza serva a completare un discorso ben più ampio, che ha l’unico enorme difetto di essere stato rappresentato troppo in fretta, ma che trova nella sua concezione di base una delle migliori rappresentazioni dell’asfissiante clima contemporaneo.

“What was his name?”
Peter Quinn.”

Homeland - 6x12 America FirstUn fattore che è stato a più riprese criticato nel corso delle ultime due stagioni è stata la capacità di Peter di sopravvivere più o meno a qualunque cosa; un’abilità quasi supereroistica di scampare a quella che sarebbe stata una morte certa per chiunque, e che su di lui è stata in grado solo di lasciare “dei danni”. Mettendo da parte il “come” si sia deciso di far sopravvivere Quinn nel finale della scorsa stagione, e partendo dalla presa d’atto che è successo, di sicuro la sua costruzione quest’anno è stata un elemento di primaria importanza, come già notato nella scorsa recensione. Da sempre uomo tormentato, dal passato a volte accennato ma mai davvero ricostruito, nella sua disabilità fisica ha trovato una fonte di rabbia costante nei confronti di un mondo che l’ha reso così, e che l’ha modellato in modo tale da fargli trovare la sua vera natura solo se in correlazione a quel determinato modus operandi. Ciò che emerge con più forza in questo finale si trova proprio in quest’ottica di imprigionamento: Peter trova la sua liberazione nella scelta, vera e consapevole, di sacrificarsi in nome di ciò in cui crede. Scampato alla morte in mille rocamboleschi modi, capisce in un’istante che con il suo sacrificio, deciso e non subìto, può davvero liberarsi dalla sua costrizione, da una vita che è diventata meccanica esecuzione di ormai logori schemi mentali (spiare, difendersi, attaccare).

Homeland - 6x12 America FirstLa sua rabbia nell’essere stato messo in secondo piano da Carrie a Berlino, che aveva scelto di rischiare la sua vita pur di salvarne molte altre, diventa sacrificio volontario per salvare non “molti altri”, ma due persone: una presidente attaccata da quello stesso sistema che lo ha creato e, soprattutto, Carrie.
Ed è proprio la protagonista una delle sorprese della stagione: finalmente libera da una caratterizzazione che la voleva massimamente operativa solo sul filo di lana della sua bipolarità, parte dal basso – da un percorso non molto convincente nelle prime puntate, ma del resto il discorso in quel caso vale per tutti – per diventare un personaggio diverso dal solito pur rimanendo fedele alle sue caratteristiche. Carrie è e rimane una donna profondamente emotiva e al contempo capace di altissimi livelli di operatività: evitando accuratamente gli eccessi del passato in entrambe le direzioni (solo accennati con la crisi dopo il distacco da Franny e la parete trovata da Saul), si è riusciti a costruire un individuo più credibile, memore del passato ma proprio per questo capace di comprendere i suoi limiti e le sue possibilità.

Rimane il lutto, quell’area oscura che la lega ancora all’immagine di Brody e che ora la legherà anche a Peter – nello scambio con Saul risulta chiaro come questa sia una parte volutamente lasciata in sospeso, al di là della bellissima scena delle foto. La perdita di Peter si intreccia sul finire dell’episodio alla perdita delle certezze che sembravano acquisite (“You got to talk to her, Carrie. Stop this insanity” le dice un preoccupatissimo Saul durante l’arresto) e lo sguardo finale al Campidoglio, quasi alieno in quelle immagini virate sul grigio, lo attesta in modo inequivocabile.

Homeland - 6x12 America First“America First” va a chiudere un blocco di episodi che sicuramente ha migliorato una stagione su cui sono aleggiati dubbi per troppe puntate; in particolare questo episodio si configura come un’ottima rappresentazione di quello che si poteva fare e che non è stato fatto se non, appunto, verso la fine. Se gran parte della stagione trova il suo difetto in uno scollamento tra contenuto e resa formale, questo episodio ritrova quella connessione ma con il gravoso compito di mettere in scena troppo materiale tutto insieme; il risultato è un season finale più che godibile, ma che porta con sé le conseguenze del resto dell’annata. Homeland ha dimostrato con questa stagione di avere ancora molto da dire sulla contemporaneità, ma anche di dover cambiare, e al più presto, le sue modalità di presentazione. Se bisogna ripartire da qualche parte, allora è necessario farlo dai pregi e dai difetti di questa stagione, debole per molti versi ma tutt’altro che dimenticabile.

Voto episodio: 8-
Voto stagione: 6/7

Nota:
– Lo scena finale di Carrie che guarda il Campidoglio rimanda in parallelo allo stesso sguardo di Brody, che chiudeva il pilot della serie. Ora sappiamo quello che Brody era chiamato a fare e conosciamo altrettanto bene quanto le cose abbiano preso una piega diversa con il tempo; non cambia però il senso di estraneità e di minaccia, che, indipendentemente dalle ragioni e dai torti, toccava allora Brody così come in questo finale la stessa Carrie.

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Informazioni su Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.


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2 commenti su “Homeland – 6×12 America First

  • domenico

    Sono sostanzialmente d’accordo con la recensione, anche se credo che ci sia qualche aspetto da mettere in evidenza.
    Prima di tutto, sarebbe interessante capire se, a questo punto, la settima stagione avrà una trama in continuità con la sesta (cosa che sembra più probabile, l’arresto di Saul non può passare in cavalleria…) o si ricomincerà da zero con una nuova storia, come è successo nelle ultime stagioni (Homeland è diventata una serie quasi antologica, per certi aspetti).
    Per il resto, nei giorni in cui ho recuperato questa puntata, mi è capitato di leggere alcuni articoli di giornale sui rapporti (non esattamente idilliaci), tra la nuova amministrazione Trump e le tante agenzie di intelligece americane, i rapporti che arriverebbero censurati al nuovo presidente e le volontà di riforma di tutto l’apparato delle agenzie di sicurezza.
    Quello che infatti rende Homeland una serie per me straordinaria, anche nei suoi momenti tecnicamente più deboli, è la sua capacità di analizzare e commentare problematiche di forte attualità mettendole in scena. È una delle funzioni principali, storicamente, della serialità televisiva (noi italiani invece abbiamo avuto il circo politico-giornalistico del talk show) e Homeland la assolve sempre in modo egregio e come poche altre serie (verrebbe da dire Billions, non per niente di casa Showtime).
    Quindi ok tutti i difetti, ma credo che sia molto preziosa una serie che ci fa riflettere sul conflitto (non solo americano) tra la classe politica eletta dai cittadini e le strutture burocratiche che finiscono per essere “opposizione” (spesso rispondendo solo a se stesse).

     
    • Federica Barbera L'autore dell'articolo

      Ciao Domenico, non credo in realtà che stiamo dicendo cose molto diverse e anzi, quello che tu scrivi è qualcosa che nella mia recensione è evidenziato con grande importanza. Non è infatti a livello contenutistico che si trovano i problemi di questa stagione, che anzi nel caso della trama cospirazionista funziona molto bene, e che nella parte più strutturale funziona bene almeno sulla carta.
      Quello che però non può succedere, a mio avviso, è che le pur nobili intenzioni della serie finiscano col far cadere in secondo piano i difetti formali. In fondo stiamo parlando di una serie tv, quindi la forma è altrettanto importante, e questa stagione (che pure ha avuto molto da dire sulla contemporaneità, come diciamo entrambi) è incappata in errori che sarebbe sbagliato non sottolineare. Questo indipendentemente dal suo valore 😉