Barry – 1×01/02 Chapter One: Make Your Mark & Chapter Two: Use It


Barry – 1x01/02 Chapter One: Make Your Mark & Chapter Two: Use ItChe la serialità stia cambiando velocemente negli ultimi anni è una cosa ormai assodata, soprattutto con l’ascesa al successo dei canali streaming, primi tra tutti Netflix e Amazon. E se la tendenza è fare serie tv sempre più corte per numero di episodi e puntare ad un’elevata qualità di scrittura, certo la HBO non si tira indietro rispetto a nuove sfide. Ma se fino a qualche anno fa era il canale da tenere d’occhio per novità e sperimentazione, ora invece sembra rincorra le tendenze invece che lanciarle.

Questo non toglie nulla né alle aspettative né al colpo grosso che il canale ha fatto, ingaggiando due autorità della comedy  americana come Bill Hader e Alec Berg, i cui curriculum parlano da soli: il primo ha iniziato la sua carriera grazie alla segnalazione di Megan Mullally ai produttori del Saturday Night Live, dove Hader è rimasto dal 2005 al 2013, periodo in cui ha lavorato anche marginalmente al cinema, soprattutto con Judd Apatow  (Superbad; Forgetting Sarah Marshall; Trainwreck). Per Alec Berg basta fare solo qualche citazione: sceneggiatore per Seinfeld, produttore di Curb Your Enthusiasm e più recentemente di Silicon Valley. Non ci sono dubbi quindi su cosa i due avrebbero lavorato insieme, e il risultato è infatti una dark comedy  prepotentemente all’americana, che strizza l’occhio ad un certo tipo di cinema (impossibile non citare i fratelli Coen) e prende spunto da diverse serie in circolazione.

Barry – 1x01/02 Chapter One: Make Your Mark & Chapter Two: Use It Il primo riferimento che viene in mente è sicuramente Patriot, una tra le novità più interessanti ma sottovalutate dal grande pubblico nella scorsa stagione, in cui il protagonista  John Tavner (Michael Dorman) è un agente sotto copertura non ufficiale, ma che per il mondo è un “semplice” impiegato in un’azienda produttrice di tubature. La creatura scritta, diretta e prodotta per Amazon Video da Steven Conrad si è molto concentrata sulla centralità del suo protagonista attorno a cui costruisce un mondo di surreali ed improbabili imprevisti, citando più o meno implicitamente moltissimo cinema contemporaneo. Qui invece Bill Hader decide di mettere prima di tutto se stesso nel suo personaggio, infarcendolo delle sue ossessioni: in più di un’intervista a proposito della sua decisione di lasciare uno show così importante come il SNL, l’attore ha sempre parlato apertamente del grande stress da cui si sentiva oppresso ogni settimana, tanto da non essere mai riuscito a dormire il giorno prima della diretta. E reggere una tale pressione per ben otto anni non dev’essere stata facile, tanto che riversava in diretta esattamente queste nevrosi, diventando lui stesso il suo primo personaggio di finzione, lasciando così ancora più spazio di manovra e creazione alle sue invenzioni originali.

Per Barry, cioè il protagonista della serie omonima, la psicosi ha un’origine ben precisa: è il tipico broken man tornato dall’Afghanistan che si trova a dover ricostruire un’esistenza partendo solo da se stesso e dalla sua solitudine, alla ricerca di uno scopo che gli possa nuovamente riempire la vita. Questo obiettivo gli viene servito su un piatto d’argento dal personaggio interpretato da Stephen Root, perfetto nei panni di Fuches, che lo convince ad intraprendere la carriera più facile post-esercito: diventare un killer professionista, un mercenario al soldo del miglior offerente. Ed è questo l’assunto da cui parte Barry  già nei primi minuti del pilot, dove non c’è quasi nessun tipo di preambolo, ma un tuffo in un’atmosfera surreale e senza fronzoli; un attacco che sa volontariamente di classico, come a voler tenere un piede nella tradizione per poi spostarsi verso una rilettura che trasforma da dentro la classicità che è solo apparenza.

Barry – 1x01/02 Chapter One: Make Your Mark & Chapter Two: Use ItSoprattutto nel primo episodio, “Chapter One: Make Your Mark”, la sensazione è quella di trovarsi davanti all’evoluzione o comunque l’aggiornamento del personaggio di Dexter Morgan. Pensandoci il percorso è lineare: quando uscì, la serie di Showtime rivoluzionò l’assunto dell’eroe, mettendo al centro dell’equazione l’antieroe per eccellenza, portandoci a tifare senza alcuna vergogna per l’assassino. Ed è stato, per il pubblico della Golden Age seriale, uno dei momenti di più alta sperimentazione televisiva: con Dexter, o Tony Soprano, o Vic Mackey, ma ancora di più con Walter White, lo spettatore ha assistito all’inversione di marcia rispetto al tipico eroe stereotipato, che se al massimo poteva essere infarcito di problemi o particolari paranoie, potevamo essere pur certi che fosse dalla parte dei buoni. Ora, invece, gli stessi personaggi appena citati risultano a loro volta lontani e stereotipati: la grande differenza con i protagonisti di Barry o Patriot o con i cattivi di Fargo, ma anche con le ragazze di Girls su tutt’altro versante, sta in come si sia drasticamente azzerato lo spazio per i cosiddetti “buoni sentimenti”. O ancora meglio: quel confine sottile tra “giusto” e “sbagliato” che sopravviveva nei drama di qualche anno fa ora non ha più ragione d’essere, perché è tutto immerso in una profondissima e lacerante ironia, che ha preso il posto dell’approfondimento a tutto tondo del personaggio principale. Non è più importante capire perché qualcosa accade, ma l’interesse si è spostato sul fatto stesso e sul registro sottile, intelligente, caustico che lo racconta, dove a colpire è l’aria naif con cui il personaggio affronta, ad esempio, l’omicidio di uno sconosciuto.

Se prima il conflitto interiore del protagonista faceva da padrone, ovvero, se l’oscillazione continua tra quello che è necessario fare per salvarsi la pelle e quello che invece sarebbe giusto a livello sociale era la riflessione da fare, ad oggi non è più così valida. L’asticella si è spostata quindi dalla narrazione, dalla costruzione della storia, alla scrittura, alla raffinatezza del dialogo, dello scambio, attraverso il quale il personaggio e il suo mondo si raccontano, senza necessità di digressioni o particolari e cervellotici voli pindarici da teorici. Il grande pregio diventa quindi l’immediatezza della conoscenza, il riconoscimento delle varie parti, che creano non tanto un’attesa su come proseguirà la storia, appunto, ma in quale situazione paradossale riuscirà a cacciarsi e come si comporterà in questo caso Barry. E questo non significa avere personaggi bidimensionali (altro concetto che sa di stantio), ma semplicemente che ci sono altri modi per scriverlo e realizzarlo, cioè passando per l’esterno e non costruendolo dall’interno.

Barry – 1x01/02 Chapter One: Make Your Mark & Chapter Two: Use ItAltro punto forte della serie è sicuramente il registro pop ma ricercato che riesce ad ottenere, che viene infarcito volontariamente di citazioni esplicitissime di gran parte del cinema contemporaneo, esattamente quello conosciuto dal pubblico,  veicolato soprattutto dal personaggio di Gene Cousineau, che ha volto e fattezze dell’indimenticabile Fonzie di Happy Days, un Henry Winkler in stato di grazia (ed è dire poco). Sicuramente anche il personaggio di Sarah Goldberg sarà una punta di diamante nel resto degli episodi, così come delle gioie sono attese dal gruppo di ceceni che dovrebbero impersonare i cattivi e che conosciamo meglio nel secondo episodio, “Chapter Two: Use It”, dove l’azione è maggiore. Ma se è corretta l’equazione per cui non esiste più confine tra giusto e sbagliato e non ci sono più i buoni tout court, allora anche gli antagonisti ovviamente si trasformano – anche se questa parte, diciamo pure, è sì divertente ma già data per scontata.

Insomma, non ci sono molti modi per concludere, se non spingere chi non l’avesse già fatto a recuperare immediatamente questi due episodi, per sperare che tutti gli altri siano quantomeno dello stesso livello. Ma con Hader e Berg, non c’è dubbio che si possa puntare ancora più in alto.

Voto 1×01: 8,5
Voto 1×02: 8,5

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Informazioni su Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

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