Abbandonata, finalmente, la deriva filler che aveva preso la serie dopo la premiere e dovendo preparare il terreno per il finale di midseason incombente, The Walking Dead riporta al centro dell’azione quasi tutti i suoi personaggi principali: da Negan e i Salvatori, a Rick e Alexandria, lasciando però fuori incomprensibilmente Ezekiel e il suo regno.
Non si spiega, infatti, la scelta di costruire una sequela di realtà molto promettenti al di fuori di Alexandria, che fino all’anno scorso era stata la protagonista indiscussa, senza però sfruttarle a dovere. Il primo episodio in cui Ezekiel e Shiva sono apparsi è stato anche l’ultimo e lo stesso vale per la comunità femminile scoperta da Tara nello scorso; tutti elementi che potrebbero convergere e dare uno sprint quanto mai necessario alla narrazione, sempre più stanca e sempre meno ispirata.
Il calo di ascolti della scorsa settimana deve aver generato una piccolissima crepa nelle convinzioni sulla solidità indiscussa dello show, che comincia a sentire l’affanno – parliamo pur sempre di una serie alla sua settima stagione – di una gestione disastrosa che, nel corso degli ultimi anni, l’ha allontanata sempre di più dall’etichetta di “serie di qualità”. È difatti ormai chiaro che The Walking Dead sia più simile ad una lunghissima telenovela con gli zombie: sempre alla ricerca dell’approfondimento tematico o dell’introspezione dei suoi risibili personaggi, ma il cui destino è quello di girare in tondo senza avere successo né nell’una né nell’altra.
“Sing Me A Song” è l’esempio lampante di queste difficoltà; l’episodio ha come fulcro l’incontro-scontro tra Carl e Negan, che richiama e si pone in opposizione a quelli a cui abbiamo assistito precedentemente tra il villain e Rick. Anche in questo caso si poteva gestire tutto in modo molto diverso: la – poca – tensione accumulata dalla missione in solitaria del ragazzo per tentare di vendicarsi di Negan viene dissipata nei primissimi minuti, con il fallimento annunciato di un piano molto stupido e la sua cattura prevedibile e scontata da parte dei Saviors. Il problema qui è ancora più ampio: riguarda l’assoluta certezza dello spettatore che un personaggio chiave, come lo sono Carl e Negan, non uscirà mai di scena in un episodio di transizione, lasciando alla “paura” di una loro dipartita prematura il tempo che trova. Come è già stato detto tante volte, The Walking Dead è una serie schiava del proprio pubblico e, per questo motivo, ingabbiata dal fan service e praticamente costretta a muoversi su binari predefiniti senza potersi prendere il rischio di grandi deviazioni.
È questa la ragione per cui nel confronto tra i due personaggi è un po’ più interessante tutto quello che fa da contorno: facciamo un’altra visita alla base dei Saviors, scopriamo qualcosa in più sulle regole che la governano e sui personaggi che la abitano prima di ritornare ad Alexandria. Negan continua ad essere un personaggio magnetico e un cattivo convincente su cui si può costruire un carattere originale, nonostante in alcuni punti dell’episodio cominci ad accusare segni di stanchezza e di ripetitività. Il suo eterno sorriso e la sua follia trovano in “Sing Me A Song” il disvelamento di un’umanità celata, sommersa dalla crudeltà e dall’inebriamento del potere che lo contraddistinguono. Simbolica in tal senso è la scena finale in cui si appropria della casa di Rick e prende Judith con sé, ricreando un distorto quadro familiare dalle sfumature decisamente inquietanti.
Se questo segmento narrativo a tratti funziona, non si può dire lo stesso di tutte le altre storyline, riempitive e decisamente poco interessanti. A partire dalla ricerca delle provviste che interessa da un lato Rick e Aron, dall’altro Spencer e Padre Gabriel, fino ad un altro piano totalmente improvvisato – al pari di quello di Carl – per andare a cercare vendetta contro il personaggio interpretato da Jeffrey Dean Morgan. Niente di tutto questo è davvero appassionante e la sensazione è che i personaggi si stiano muovendo per essere al posto giusto all’inizio del prossimo episodio, prendendo decisioni senza senso e facendo scelte poco coerenti.
“Sing Me A Song” è sicuramente un episodio migliore del precedente – sarebbe stato difficile fare peggio – che, tuttavia, continua a risentire di una pesantezza generale di cui è sempre più difficile liberarsi. È davvero così arduo riuscire a costruire una storia che possa intrattenere senza pretese e non annoiare? Agli autori il compito di fornire una risposta.
Ottima recensione! Riassume alla perfezione tutto quello che ho pensato dell’episodio!
Tra l’altro, all’episodio scorso i “grandi critici” americani di Rotten Tomatoes hanno dato una percentuale di recensioni positive pari al 56%, addirittura! ahah! incredibile quanto siano scemi
non faranno sparire uno dei personaggi principali, concordo…
quindi ovviamente, prossima vittima… la bambina…
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