
In questo senso, Big Mouth si aggiunge all’elenco di novità da tenere assolutamente d’occhio, sia come prodotto seriale tout court sia in quanto uso intelligentissimo del mezzo in questione. Si tratta di una freschissima ed esilarante coming-of-age story (con particolare enfasi sul coming) co-creata dagli sceneggiatori e registi Mark Levin e Jennifer Flackett insieme ai comici Nick Kroll ed Andrew Goldberg, incentrata sulle vite di due tredicenni – alter ego degli stessi Kroll e Goldberg – e dei loro amici Jessi, Jay e Missy in un momento di particolari sconvolgimenti fisico-emotivi. La serie si fa notare innanzitutto per la capacità di sfruttare al massimo il suo format in modo da costruire una storia altrimenti impossibile da sviluppare con altrettanta onestà, riuscendo quindi a raccontare il passaggio dall’infanzia alla pubertà per quello che effettivamente è: una sequela di momenti imbarazzanti e spesso disgustosi in cui si impara (o almeno ci si prova) a fare i conti con un corpo che scopriamo davvero per la prima volta.
Nel corso dei dieci episodi di questa prima stagione, i piccoli protagonisti si fanno strada tra aspettative da soddisfare, sbalzi ormonali molesti e l’emergere di un desiderio sessuale difficile da definire e controllare – il tutto senza alcun filtro. Sentirsi a disagio è inevitabile, e fa parte del gioco: in quale altro modo sarebbe stato possibile catturare così bene il mood di questo specifico momento nella vita di un (pre)adolescente se non mettendo i protagonisti e lo spettatore costantemente in imbarazzo?

Tra le intuizioni brillanti degli autori va citata innanzitutto l’introduzione dell’hormone monster, una creatura che incarna – letteralmente – gli ormoni in subbuglio dei preadolescenti, spingendoli a dare sfogo agli impulsi più beceri nei momenti meno opportuni. Depravato e sboccato, il mostro che tormenta il povero Andrew non ha soltanto un potenziale comico enorme ma svolge anche una funzione fondamentale all’interno del racconto: permettere allo spettatore di cogliere, visualizzandolo con chiarezza, il disallineamento tra le identità/personalità dei ragazzi e gli istinti che tengono sotto assedio i loro corpi. Mantenere separate queste due “entità” è la soluzione perfetta per esplorarle entrambe nel modo più onesto, efficace e divertente possibile, giocando in maniera creativa e molto matura con i concetti di (a)normalità, innocenza e crescita.

Non tutto fila sempre liscio – ci sono a tratti delle forzature che provocano uno straniamento forse eccessivo, e almeno un personaggio (se non altro secondario) semplicemente non funziona – ma nel complesso non si può che definire Big Mouth una delle serie imperdibili di questo ricchissimo 2017. Una scrittura senza alcuna inibizione ma allo stesso tempo incredibilmente discreta dà vita, grazie anche ad un gruppo di doppiatori eccezionali, a dei personaggi così belli e verosimili da permettere un’identificazione praticamente immediata e ci consegna uno show che fa da intrattenimento, esperienza catartica e anche un po’ servizio di pubblica utilità.

Quale personaggio secondario non funziona?
Oltre i protagonisti, che hai giustamente citato, direi che un elemento comico, all’interno di una serie già comica, sia coach Steve: “I don’t know how to read, I go by pictures” 🙂