
In “Our Raison d’Être” avevamo visto una sorta di ventata se non positiva quantomeno di cambiamento per le strade di New York, con il decentrarsi sempre più progressivo della via che dà il nome alla serie per spostarsi soprattutto nei locali di Vincent, Bobby, Paul, nella parte letteralmente underground della city. A mano a mano questa focalizzazione su altri luoghi a livello spaziale è coincisa anche con la certezza sempre più invadente che si può anche non camminare sulla Deuce, ma sarà lei ad essere onnipresente nella vita degli altri. E ovviamente l’esempio principale sono i pimp che la dirigono e le prostitute con i loro clienti che la popolano.

Vincent vuole ora ciò che aveva già all’inizio: una famiglia, una moglie, dei figli, una casa in campagna e le serate davanti alla tv; una quotidianità da cui era scappato, incontrando così Abby, che a sua volta è scappata dagli obblighi dettati dalle sue radici borghesi, che vorrebbe ora ribaltare il totalitarismo dei papponi e dei criminali che la circondano, ma finendo per accettarne i soldi e quindi il loro gioco. La coppia è sicuramente una delle maggiori protagoniste della stagione, sia per le complesse dinamiche relazionali che hanno accumulato tra loro nel corso degli anni, sia per come queste stesse si siano alimentate grazie e soprattutto a causa del mondo esterno, di cui ora si ritrovano a far parte in modi praticamente opposti.
Vincent è completamente invischiato nei giri della mafia e della prostituzione, trascinato prima da Frankie e poi rimasto perché impossibilitato ad uscirne “vivo”; Abby invece, coerente con la sua indole testarda e incapace di sottostare passivamente alle regole, vorrebbe davvero fare la differenza, essere concreta e incisiva, e trova nel ritorno di Ashley e nella conoscenza con Dave il mezzo migliore per essere pienamente se stessa. Ovviamente il conflitto con Vincent è istantaneo ma soprattutto la scoperta di essere anche lei, in maniera indiretta, parte dello stessa sistema mafioso che sta provando a combattere è l’anticamera per la loro divisione. Se il primo episodio della stagione iniziava con l’immersione di entrambi nel mondo degli anni settanta newyorkese, il finale li vede separati, in due locali diversi, a fare i conti con la realtà della loro vita con due punti di vista totalmente opposti: Vincent nella sua discoteca in mezzo ai lustrini e alla musica, Abby nel “suo” Hi-Hat che conta quei soldi tanto sporchi, quanto necessari.

L’onestà e la schiettezza intellettuale hanno, però, anche il loro rovescio della medaglia, soprattutto perché non è detto che tutto il mondo sia disposto (anzi) a riconoscere i grandi passi in avanti dell’arte e quindi della società; così muovere i primi passi per diventare qualcuno in uno show business così fortemente maschilista coincide per lei con la perdita di suo figlio, o quantomeno con un allontanamento che sa di definitivo. Eppure, in un certo senso, la scena straziante che vede Eileen guardata ancora come Candy da suo padre (sarà un caso che per la prima volta si affacci lui alla porta per scacciare la figlia e non sia la madre a parlare con lei?) potrebbe funzionare come raddoppiata leva per la donna, che immaginiamo già usare il proprio successo per riscattarsi una volta per tutte e riprendersi ciò che ha di più caro – suo figlio – e di conseguenza affermare la propria identità, per cui si può essere (ex) pornostar e madre.

Ad aiutare questa disgregazione c’è il sacrificio di Ashley, la sua rabbia, la sua sconfinata voglia di fare, che la porta a chiudere con Dave e il suo diverso modo di considerare il concetto di aiuto, ma soprattutto che la condanna letteralmente a morte; e non è l’unica, perché dalla parte opposta ci sono le morti di C.C. e di Rodney, i papponi più violenti in assoluto. In pieno stile Simon, non c’è nessuna metafora o allegoria nello scioglimento delle catene della schiavitù: la ritrovata libertà di Lori e di tutte le altre ragazze avviene grazie all’eliminazione fisica di questi soggetti, in circostanze sicuramente strane, ma che ci appaiono allo stesso tempo necessarie. Ashley paga con la vita l’aver ritrovato la sua unicità come persona (“she’s a citizen”, dice C.C. ai suoi compari), così come C.C. e Rodney non hanno mai saggiato la frustrazione dell’aspirazione ad un altro tipo di vita, e non a caso tutti questi personaggi sono morti; e con questo punto di vista, sembra proprio che non potesse essere altrimenti: è la New York del conflitto, questa, e loro non avevano più nulla da dare.

Bobby, invece, diventa sempre più cupo man mano che passa il tempo, molto meno scanzonato rispetto agli inizi e in difficoltà nel fare il genitore – e se poi tuo figlio è in realtà figlio di James Gandolfini, questo non aiuta probabilmente; e Paul è tutto un altro scenario ancora, l’unico che sembra riuscire ad alzare la testa dalla morsa di Pipilo, lo vediamo cadere di nuovo ai suoi piedi ma genuinamente, spinto da un amore in cui adesso è davvero difficile credere. A incorniciare questo mondo c’è il neonato Midtown Enforcement Project, che promette di entrare a pieno regime nella prossima stagione e che aprirà le porte su un’altra New York, passando dai pimp alle forze dell’ordine, mettendo in risalto il personaggio che già sappiamo controverso di Gene Goldman interpretato da Luke Kirby.
The Deuce è un universo immenso, difficile da sintetizzare, magnetico da vivere e alle volte ostico da comprendere, ma la sua bellezza sta ancora una volta in questo conflitto, nella non immediatezza che richiede, perché la passione non è istantanea ma semplicemente irrimediabile, qualcosa che nasce e di cui poi non si può più fare a meno. Simon e Pelecanos firmano quindi una stagione memorabile, senza sbavature, fin troppo piena di dettagli, dal sapore scorsesiano ma senza manierismo o inutile citazionismo; e, se non fosse così, sarebbe davvero una serie di David Simon, ultima certezza della televisione contemporanea?
Voto 2×08: 8
Voto 2×09: 9
Voto Stagione: 9

Bellissima recensione, Sara. Difficile dire più di quanto hai detto tu, aggiungo solo la mia assoluta preferenza su questa stagione che ho veramente adorato.
Bravissima…;)…!…
Sì, davvero tanta roba! Show che si riconferma in tutta la sua grandiosità, nella forma e nella sostanza, ma forse un po’ soffocato dal troppo che se non prevale sul racconto, spesso distrae e rende meno semplice la percezione dei personaggi principali e della loro storia.
Sono curioso di sapere se la terza stagione, come questa, farà un salto temporale in avanti di qualche anno, per mostrandoci le conseguenze del repulisti morale e dell’Aids (se non ricordo male Candy invita qualcuna alla prudenza perché “sta girando qualcosa di strano”) sui personaggi.
Grazie a tutti! Anch’io ho preferito questa stagione, anche se la prima non era certo da meno. Ma l’ho trovata ancora più densa e incisiva della scorsa, in un certo senso più a fuoco. Concordo sulla curiosità per il prossimo anno, non solo a livello di contenuti ma proprio di gestione del materiale, perché Simon sembra stia andando verso una direzione molto thewiriniana con la contrapposizione tra autorità e criminalità, dove i confini sono sempre sbiaditi e le fazioni buoni/cattivi non esistono tout court.
Teniamo le dita incrociate quindi (per quanto, ribadisco, per me Simon è davvero una certezza!)