
Non c’è bisogno di molte puntate per capire che questa stagione di One Day at a Time posiziona la sua asticella ancora più in alto che in passato, arrivando dopo tredici episodi a completare un percorso quasi perfetto: un risultato per nulla scontato visti i temi trattati quest’anno, che scendono ancora più in profondità nel solco tracciato dalle stagioni precedenti e che proprio per questo sarebbero potuti essere un’arma a doppio taglio, soprattutto visto il minutaggio breve che caratterizza lo show. Una preoccupazione del tutto infondata: ciò che ha da sempre costituito la natura della serie – eccellenti analisi della famiglia, della società e dell’attualità portate avanti senza mai dimenticarsi di far ridere – viene elevato all’ennesima potenza, creando un racconto ancor più coeso rispetto al passato, che scava dentro ai personaggi con una delicatezza e al contempo una potenza davvero difficili da trovare altrove.
Mami, you literally told Alex no means yes?
L’utilizzo di una famiglia sui generis con rapporti sia di sangue che creatisi col tempo (Schneider, Leslie e Syd) permette alla serie di affrontare i temi più classici della vita familiare attraverso dinamiche diverse, che viaggiano tra due poli uguali e opposti: i legami tradizionali da una parte e quelli di nuova formazione dall’altra, connessi dal comune denominatore dell’amore e, soprattutto, dello scegliersi costantemente come membri di una famiglia allargata, giorno dopo giorno.
Potendo contare sulla solidità di questi rapporti, e sul fatto che il pubblico sia ormai avvezzo a riconoscerli, non stupisce che questa stagione riesca ancor meglio delle altre a trattare tematiche sociali difficilissime in modo pressoché impeccabile: affidando infatti a ciascuno dei personaggi determinati comportamenti o istanze, la serie riesce, anche in soli venti minuti, a restituire tutta la complessità di un determinato problema, che viene così mostrato attraverso ogni sua sfumatura.

Ma non sono da meno gli altri: Elena è forse quella a cui vengono affidati più contributi condivisibili (“How about ‘Hey guys, don’t rape’?”) ma anche quella attraverso cui si manifesta come il consenso ideale rimanga spesso solo ideale, e come nella realtà le cose possano andare in modi molto diversi. Penelope ha brutte esperienze alle spalle, ma per qualche minuto tende a preoccuparsi di più per le conseguenze su Alex, come fatto notare da Elena; e Alex stesso, come Abuelita, reagisce solo nel momento in cui vede sua sorella come destinataria delle molestie, manifestando persino la volontà di punire il colpevole – atteggiamento inappropriato e immediatamente inquadrato da parte di Penelope come simbolo di un maschilismo tossico. E ce n’è anche per “gli alleati” come Schneider, che tuttavia a volte rimangono persino all’oscuro delle conseguenze dei loro stessi comportamenti.
Insomma, con una puntata che meriterebbe di essere trasmessa in ogni scuola, la serie riesce in soli venti minuti a rappresentare tutti i diversi gradi di confusione e consapevolezza che circolano sulla questione molestie: un obiettivo che non sarebbe mai stato raggiunto senza l’incredibile lavoro di cesello fatto finora sui personaggi e sui loro rapporti.

Don’t quit before the miracle happens.
Andando oltre i temi a largo impatto sociale, è nell’analisi dei rapporti genitori-figli che si trova il nucleo della narrazione, che quest’anno porta il discorso su livelli ancora più alti rispetto al passato toccando tutti i personaggi della serie. Nel caso di Penelope, la prima volta di Elena e la storia del fumo di Alex costituiscono i momenti più riusciti nell’evoluzione del loro rapporto, con una particolare attenzione alle difficoltà intrinseche della genitorialità quando si ha a che fare con degli adolescenti.

L’analisi del rapporto tra Penelope e Alex risulta forse un po’ più complessa, sia per il genere di problema trattato, sia per le conseguenze che ne scaturiscono: “Nip It In The Bud” fa un buon lavoro nel non demonizzare la marijuana in quanto tale, ma nell’evidenziarne comunque la pericolosità sia fisiologica su soggetti in crescita, sia sociale per quanto riguarda il trattamento diverso che la polizia riserva ai non bianchi. Il vero ruolo di questa storyline, tuttavia, diventa più chiaro solo col passare delle puntate, che permettono di capire come una punizione di mesi e un sottile lavoro sul concetto di fiducia siano fondamentali per un problema di dipendenza ben più grave di quello del giovane Papito.

Inserire anche questa storia nel filone genitori-figli poteva sembrare una scelta scontata, ma la raffinata scrittura della serie, volta sempre ad amplificare la rete dei legami costituiti, impedisce qualunque scivolone grazie ad una preparazione ottimale. Ecco che quindi i tantissimi elementi sparsi nella serie e in questa stagione (l’approvazione paterna da parte di Leslie; il ruolo di Schneider nella storia del fumo di Alex, come supporto fermo ma comprensivo a Penelope; il loro rapporto di mutuo aiuto) vanno ad unirsi rendendo ancor più potente una rivelazione tutto sommato prevedibile.
Non solo: la scelta di non far vedere nemmeno allo spettatore se Schneider abbia effettivamente bevuto lo mette nella stessa posizione di Penelope e Lydia, che vivono il dubbio lacerante provocato dalle bugie dell’amico. Il pubblico assiste quindi in prima persona alle stesse dolorose mezze verità dell’uomo, alla stessa vulnerabilità mostrata ad arte (l’ammissione della volontà di bere dopo l’arrivo di suo padre) solo per tentare di convincere e manipolare le persone che in quel momento vogliono cercare di aiutarlo. Rare volte si è vista in televisione una rappresentazione così precisa dei meccanismi che portano una persona con una dipendenza a trasformarsi sotto gli occhi di chi le è più vicino, ed è nello scontro con Alex che il tutto si eleva all’ennesima potenza: la negazione, l’ammissione e poi le aggressioni, fisiche e verbali, si alternano alla manipolazione, al tentativo di portare il ragazzo dalla propria parte usando qualunque mezzo pur di cavarsela – fosse anche mettere un figlio contro la madre. La maturazione di Alex nel compiere una scelta difficilissima per la sua età va quindi di pari passo alla risalita di Schneider, un fratello/zio/figura paterna che in quel momento diventa semplicemente una persona che ha bisogno di aiuto più che di un segreto da condividere. E la reazione di Penelope non è altro che il riflesso dell’aiuto che Schneider ha saputo dare a lei, suggellato dalla frase sul miracolo, che ritorna al mittente come autentico simbolo di amore fraterno.
I told you, I don’t hate you. I mean, sometimes I wanna kill you, but just like in the normal way.

È forse questa la vera forza della serie: la capacità di individuare dei punti problematici nella vita di ognuno di noi e svelarli senza vergogna, sfogliandone ogni strato per portarlo alla luce e permettere a chiunque di rispecchiarcisi senza dover per forza parteggiare per qualcuno, ma individuando le ragioni e i torti di tutte le parti in un clima di distesa comprensione. Ecco che quindi l’allontanamento di Tito dalla madre in pericolo di vita assume un significato preciso, e questo senza privare Penelope delle sue ragioni.

“No, Mami, it doesn’t go without saying. You have to say it.”
“Okay. Okay. You… are enough. You are more than enough.”

Lupe, in particolare, è in una fase della vita in cui scoprire dove si trovi la felicità è ancora una ricerca in atto: l’idea che la risposta sia obbligatoriamente la tradizionale vita coniugale non è quella giusta, ma non è nemmeno semplice accettare che non lo sia. Ecco perché la donna deve passare attraverso diverse fasi per comprendere che la sua vita potrebbe essere abbastanza anche così, e questo indipendentemente dalla presenza di un uomo al suo fianco: ma per farlo è necessario lasciarsi alle spalle dei pesi, tra i quali spiccano l’accettazione da parte di sua madre e il fare i conti con l’ideale perfezione del matrimonio dei suoi genitori. È per questo che i due punti cruciali della sua crescita si trovano proprio nei confronti con queste due figure: con Lydia in “She drives Me Crazy” e con il fantasma del padre in “Ghosts”.

Ovviamente, visti i risultati, la speranza che la serie venga rinnovata per una quarta stagione rimane alta: non è facile trovare prodotti audiovisivi in grado di essere così contemporanei nei temi, così universali e così aperti a qualunque genere di legame. One Day at a Time ci riesce, con un connubio di commozione e risate continuo, portato avanti con intelligenza ma soprattutto con evidente e grande amore.
Voto: 9
