
Decostruiamo subito questa affermazione: la serie di TBS non è The Good Place, ma nemmeno Forever – altra serie recente che si colloca in questo filone. Il livello qualitativo dello show di Simon Rich (creatore e scrittore del romanzo da cui ha direttamente tratto la serie, già noto in tv per Man Seeking Woman) è nettamente inferiore ai due ottimi prodotti appena nominati; è tuttavia innegabile la sua derivazione artistica e commerciale da essi. Questo fa capire come esso non punti minimamente sull’originalità delle proprie premesse per fare breccia nei cuori degli spettatori ma su ben altri elementi. Miracle Workers è ambientato in una società fittizia ultraterrena gestita dal Creatore in persona, interpretato da uno Steve Buscemi impacciato e fuori controllo (il ruolo in origine avrebbe dovuto essere di Owen Wilson), dove ogni processo naturale e religioso è re-immaginato in un sistema burocratico composto da uffici e impiegati super stressati. Più precisamente la Terra è un’azienda in profonda crisi, nella quale l’essere umano – il prodotto più imperfetto che ha realizzato – è stato il fallimento più grande, capace di portare il pianeta alla deriva con il suo comportamento dissoluto. Questo problema porterà Dio ad optare per lo smantellamento definitivo del pianeta e la fine dell’umanità.

Uno dei punti critici più importanti sui quali si può discutere è la brevità della serie: Miracle Workers, infatti, consta di soli sette episodi che, considerata la loro lunghezza, corrispondono a poco più di due ore complessive di visione. Una compattezza che può essere vista come un pregio, se si considera la tendenza dei drama contemporanei più blasonati ad estendere oltremodo e ingiustificatamente la durata dei loro episodi di punta, ma che potrebbe rivelarsi un difetto non indifferente se questo dovesse tradursi nella mancanza di tempo effettivo per sviluppare al meglio la narrazione. Da questo punto di vista la serie di Rich si pone nel mezzo: da un lato la storia è perfettamente sviluppata nell’arco delle sette puntate e ne giovano il ritmo forsennato e la rapida successione di momenti comici; dall’altro al termine della visione si ha la sensazione che i personaggi escano leggermente indeboliti da questo format, che non ha lasciato loro il tempo per esprimersi al meglio. Tenendo da parte il personaggio di Dio, il meno interessante di tutto il pacchetto nonostante la buona interpretazione di Buscemi, sarebbe difatti stato stimolante vedere per più tempo il team completo in azione, quello formato da Craig, Eliza, Rosie e Sanjay, che però non dura più di due puntate.

Accertato il buon livello dei personaggi, però, non si può essere del tutto positivi sugli altri elementi cardine di Miracle Workers.
La mitologia della serie, costruita perlopiù intorno alla religione cristiana, è decisamente povera di idee davvero originali; gli ambienti e le situazioni che si creano all’interno degli uffici non sono altro che riedizioni di parodie simili presenti in grande quantità nella cultura cinematografica e televisiva (da Una settimana da Dio in avanti) e dal punto di vista puramente creativo aggiungono davvero poco. C’è qualche spunto che funziona bene dal punto di vista comico – il rapporto tra Dio e un profeta gestito come una relazione amorosa per esempio – ma sempre brevi acuti in una sinfonia che regala al massimo qualche sorriso. Il mix calcolato di grottesco e assurdo che ben aveva funzionato in Man Seeking Woman risulta qui appannato e sempre, in qualche modo, costretto entro binari troppo rigidi.

L’obiettivo dei protagonisti è quello di convincere Dio a risparmiare l’umanità a fronte di una scommessa secondo la quale devono riuscire ad esaudire una preghiera catalogata come “impossibile”, che in questo caso si traduce nella missione di far innamorare due persone e far sì che si scambino il loro primo bacio. Il sottotesto piuttosto esplicito di Simon Rich è quello di destrutturare il mito romantico dell’amore a prima vista e dell’illusione del destino che porta due persone a trovarsi attraverso chiari segni dell’universo: la vita umana è in realtà un grande gioco virtuale nel quale impiegati di basso livello scelgono arbitrariamente come intervenire sul mondo per perseguire i propri fini. Critica aperta a tutti i tipi di credenze – non solo religiose – che viene portata avanti in modo un po’ didascalico ma funzionante almeno fino agli ultimi episodi, quando si decide di chiudere con un lieto fine antitetico che riporta una grande ventata di fiducia nell’umanità e nella possibilità di essere migliori, lasciando più di un dubbio sulla coerenza del discorso generale.
Miracle Workers si chiude con uno strano senso di insoddisfazione, come se si avesse avuto tra le mani un prodotto sì derivativo fino alla nausea, ma con delle potenzialità intrinseche evidenti non sfruttate a pieno. La nuova serie di Simon Rich mette in scena un intrattenimento molto leggero che si rischia di dimenticare fin troppo facilmente nella ricchezza della produzione contemporanea dove, soprattutto nell’universo delle comedy, la concorrenza è spietata .
Voto stagione: 6+
