Ramy – Stagione 1


Ramy – Stagione 1Nella serialità televisiva contemporanea il punto di vista è una delle cose più importanti, perché in tempi di Peak TV distinguersi tra le centinaia di show prodotti ogni anno è possibile solo se si batte la strada dell’originalità, tentando di adottare una prospettiva nuova, personale, costruita a partire dalla propria esperienza, esattamente come fa Ramy.

La serie è creata, interpretata e in molti casi anche scritta e diretta da Ramy Youssef, comico classe ’91 nato nel New Jersey ma di origine egiziana, e costituisce un fulgido esempio di come le serie TV negli ultimi anni stiano raccontando storie sempre più specifiche ma al contempo capaci di includere anche un respiro universale, sfruttando giovani autrici e autori ricchi di idee da sviluppare. In questo caso la biografia, l’heritage culturale, sociale e familiare di Youssef rappresentano un bacino enorme a cui attingere e di cui la serie si serve con successo per raccontare una storia intelligente e divertente, capace di colpire tutti pur presentando una tipologia di persone non sempre rappresentata sullo schermo.
In occidente il mondo islamico costituisce ancora un grosso tabù, spesso un rimosso, qualcosa su cui non di rado si preferisce evitare di ragionare, come se appartenesse a un’altra dimensione. Il pregiudizio nei confronti delle persone di religione islamica è, infatti, molto forte ovunque – seppur con gradazioni variabili – e spesso va a braccetto con il razzismo, anche in Italia, dove è capitato diverse volte che politici di spicco si dichiarassero terrorizzati dall’idea di “un califfato islamico” sul loro territorio natio. Negli Stati Uniti questa questione è ancora più spinosa e sebbene ci siano zone del paese decisamente più evolute da questo punto di vista (soprattutto in alcune aree metropolitane), la percezione delle persone musulmane dopo l’11 settembre 2001 è cambiata notevolmente e di conseguenza a trasformarsi è stata anche la loro vita.

Ramy – Stagione 1Ramy si inserisce in questo discorso in maniera decisa, consapevole e autoironica, raccontando la storia – la cui ispirazione è fortemente autobiografica, a cominciare dal nome – di un protagonista sui trent’anni che vive a New York, cresciuto in una famiglia egiziana, con la quale tuttora vive.
Offrire nuove prospettive attraverso le quali raccontare gli Stati Uniti e la vita in questo paese, soprattutto tramite il mezzo televisivo, è una delle principali tendenze degli ultimi anni, e possiamo dire con certezza che Ramy non esisterebbe se non ci fosse stato Master of None in passato. La serie di Aziz Ansari ha portato agli occhi di tutto il mondo – anche grazie alla capillare diffusione di Netflix – l’esperienza di un giovane americano di origine asiatica, mettendo in scena nel dettaglio non solo come si viene percepiti da una cultura altra ma anche come si percepisce il mondo esterno.
Ramy si colloca in questo binario ma va ancora più in profondità, chiamando in causa senza paura la questione religiosa, sottolineando costantemente la sua rilevanza e specificando che il suo essere altro rispetto alla norma negli Stati Uniti è relativo più a un’appartenenza confessionale che alle sue origini di tipo geografico. La stessa costruzione identitaria del protagonista, dalle amicizie ai luoghi che frequenta, si concentra più su ciò che riguarda il mondo islamico che sulle sue origini africane.

Ramy – Stagione 1Al centro del racconto, naturalmente, c’è il confronto/scontro culturale di cui lo stesso Ramy è autenticamente portatore in quanto ragazzo americano a tutti gli effetti, che tra le mura di casa è immerso in una cultura molto diversa da quella con la quale si confronta all’esterno. Il suo stesso essere un anello di congiunzione tra i due mondi da una parte lo arricchisce e dall’altra lo fa sentire privo di un’identità riconoscibile, amplificando quella sensazione di spaesamento che già pervade i trentenni contemporanei, sia per via di prospettive di carriera sempre meno floride e neanche più tanto desiderate all’orizzonte, sia perché gli obiettivi tradizionali come costruirsi una famiglia e fare dei figli sono (per fortuna) cambiati e non rappresentano più un imperativo, ma al contempo lasciano anche un vuoto che in un modo o nell’altro va colmato.
La parte finale della stagione è forse il passaggio più coraggioso e atipico, perché attraverso il viaggio in Egitto Ramy cerca di conoscere in profondità le radici della cultura da cui proviene, scontrandosi però con una realtà molto diversa da quella che si aspettava. Le illusioni liberal sui movimenti di piazza Tahrir, che nell’immaginario del protagonista facevano capo soprattutto a gruppi di giovani progressisti vogliosi di riforme e cambiamento, vengono rapidamente polverizzate da un mondo che dall’occidente ha preso soprattutto un sogno americano fatto di benessere economico, grandi marchi e disimpegno, mentre della militanza politica, degli ideali e dell’autodeterminazione sono rimaste solo le macerie.

Ramy – Stagione 1Una delle principali qualità della serie è quella di non accentrare tutto il discorso sul suo protagonista, riuscendo a delineare perfettamente personaggi secondari che ogniqualvolta vengono messi sotto i riflettori dimostrano di avere anch’essi una vasta gamma di storie da raccontare. Un caso emblematico arriva al sesto episodio, in cui Youssef ricopre solo il ruolo di regista, alla sceneggiatura c’è Bridget Bedard (una delle migliori autrici di Transparent) e il punto di vista è quello di Dena, la sorella del protagonista. Anche lei vive ancora in famiglia, è un po’ più giovane del fratello, ma è costantemente soggetta a un’oppressione sconosciuta a Ramy: la sua vita è perennemente controllata, ogni tipo di esperienza sentimentale/sessuale è da sempre inibita (quando non proibita) da una cultura basata sul senso di colpa, sul sacrificio, che vuole le donne “al proprio posto”, ovvero sempre un passo dietro agli uomini ed eterodirette. Dena però non ci sta, perché il mondo lì fuori è molto diverso dalla versione che ha da sempre imparato in casa e anche grazie alla spinta di Ramy (che la incoraggia suggerendole in maniera tenera di fregarsene del giudizio dei genitori, anche perché privilegiato e inconsapevole del double standard tra lui e lei) fa esperienza con un mondo in cui l’oggettificazione femminile è diffusa e trasversale, dove i maschi bianchi che lei credeva migliori di quelli che ha conosciuto in famiglia (in particolare il padre e lo zio) si rivelano essere ugualmente incapaci di ascoltare e di vivere le relazioni in modo non egoistico.
Sempre a proposito dell’aperture ad altre prospettive, a spiccare è anche l’episodio successivo, interamente dedicato Myasa (interpretata dalla straordinaria Hiam Abbass), madre di Ramy e Dena. Dal punto di vista della rappresentazione la serie attraverso questo personaggio fa un lavoro eccellente, posizionando al centro del racconto una donna tra i cinquanta e i sessanta, i suoi desideri e le sue frustrazioni. Gli autori infatti mettono in scena perfettamente il bisogno di gratificazione e d’amore da parte del personaggio, ma al contempo ritraggono anche una società che guarda a una donna musulmana non più giovane come a un essere umano di serie B. Un episodio che oltre a offrire uno sguardo sul mondo da una prospettiva decisamente inedita, si distingue anche per un’ironia caustica e brillante, spesso affiancata a momenti di dramma improvvisi.

Ramy è una serie innovativa e intelligente, che presenta al pubblico un punto di vista nuovo in modo vitale e coraggioso, capace di rappresentare il mondo islamico in tutte le sue contraddizioni e di normalizzarlo rispetto alla percezione collettiva.
Grazie a un’attenzione a tutti i dettagli e alla costruzione di personaggi principali molto accurata e alla costruzione di figure secondarie originali e potenti (come Steve, la cui disabilità obbliga lo spettatore a una riflessione alla quale non è abituato), la serie rappresenta una delle vette del 2019 e raggiunge Shrill e PEN15 nel gruppo di eccellenti sfornate da Hulu quest’anno.

Voto: 8/9

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Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

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