
Fare quello che ha fatto Atlanta nelle prime due stagioni è certamente difficilissimo, perché la serie è riuscita a diventare un fenomeno di costume e al contempo un prodotto dall’unanime consenso critico; ma forse è ancora più difficile ripetere quell’idillio, provando a dimostrare di essere ancora al vertice e avere ancora cose urgenti da raccontare. Basta pochissimo però per ricordarsi della grandezza del team creativo della serie, con il volto di Donald Glover ormai divenuto iconico e il suo personaggio a fare da collante tra gli altri due co-protagonisti, Darius e Paper Boi, due figure uniche e che sembrano ancora avere tanto da raccontare.

Il film nasce da una sorta di parabola, ispirata però a una storia vera, incentrata su un lago infestato che rimanda alla morte di tante persone nere, i cui corpi sono stati per tanto tempo cancellati. La sequenza d’apertura però, come spesso succede ad Atlanta, nel diventare sempre più politica parlando della vera natura della whiteness e della sua storia di sopraffazione si fa anche sempre più onirica, fino a diventare il sogno di Loquareeous, il protagonista dell’episodio.
Vedere il mondo attraverso gli occhi di un pre-adolescente consente alla writers’ room della serie e in particolare a Stephen Glover, autore dell’episodio, di offrirci uno spaccato sul razzismo sistemico filtrato da occhi innocenti e indifesi.
L’educazione alla vita di un ragazzino afroamericano passa anche per la costruzione di difese che si vorrebbe non necessarie, ma che purtroppo molto spesso lo sono e che si traducono verso una diffidenza radicale nei confronti delle persone bianche. La madre glielo ricorda nella maniera più brutale e diretta possibile con queste parole: “If you don’t start using your common sense and start actin’ right, these white people, they gon’ kill you. Yeah, you laughing with them now, but they gon’ be the only ones laughing when you dead or in jail”. Un ammonimento che inizialmente spaventa Loquareeous ma di cui col tempo capirà il senso e che gli servirà non poco.

Glover si ispira a una drammatica vicenda di cronaca del 2018, quella di Devonte Hart e i suoi 5 fratelli adottivi, un gruppo di 6 bambini afroamericani che vennero uccisi dalle loro madri adottive bianche in uno sconcertante suicidio collettivo a Mendocino County, California, dopo anni di abusi continui.
Con il secondo episodio si ritorna da Earn, con Atlanta che mischia come al solito la sua vena realistica con quella onirica, accompagnando il pubblico in una sorta di avventura lisergica in cui lo spaesamento dei personaggi nasce da fatto che sono fuori dalla loro comfort zone geografica e culturale. Siamo infatti in Europa, dove con il pretesto di un evento musicale di Paper Boi la serie ci reintroduce nelle relazioni tra i personaggi, tra cui vediamo anche Vanessa, che pur avendo rotto definitivamente con Earn a fine seconda stagione sembra voler rimanere per qualche misterioso motivo attaccata al gruppo di protagonisti.

Il casual racism impressiona i protagonisti, che cominciano a vedere blackface ovunque, in un paese che rispetto agli Stati Uniti ha una presenza nettamente inferiore di persone afrodiscendenti e soprattutto ha un passato coloniale fatto di violenza e sopraffazione.
Intanto Van e Darius continuano ad errare per Amsterdam e nell’attraversare la città tra un negozio e l’altro si imbattono in un rito di eutanasia privato che sembra venire fuori da una sorta di culto e che li lascia sconvolti, non positivamente. In un’atmosfera un po’ new age, con tanto di filosofia spicciola sulla predestinazione, l’evento si conclude con l’atteso passaggio dalla vita alla morte, inflitto però in modo decisamente violento. L’esecuzione sembra una scena da film dell’orrore, perché la sofferenza dell’uomo non viene mai negata neanche per un secondo e perché il punto di vista è quello di Van, totalmente sconvolta da una società che induce una sofferenza del genere a un uomo nero; o almeno è così che lei percepisce l’accaduto.

Atlanta torna con due episodi diversi e complementari, confermandosi una delle serie televisive più interessanti in circolazione, capace di fare approfondite analisi sociali e culturali senza rinunciare all’intrattenimento, all’ironia e alla volontà di raccontare personaggi a cui affezionarsi.
In questi due episodi d’apertura, in particolare, la serie di Donald Glover mostra quanto il mondo che crediamo essere universale sia solo una faccia di una realtà molto più sfaccettata e plurale, la prospettiva biancocentrica che tendiamo a inquadrare come unica perché apparteniamo alla categoria che detiene il potere, finendo per mettere tutte le altre sotto una condizione di oppressione costante. E per questo, ad Atlanta, non possiamo che dire grazie.
Voto 3×01: 9
Voto 3×02: 8

Diciamolo comunque che la scena dell’eutanasia non solo fa sentire a disagio un bianco (per il retroterra culturale a cui allude, come giustamente sottolineato dalla recensione), ma lo fa anche sbellicare dalle risate. Perché indipendentemente da tutto, per come è costruita, la scena farebbe scompisciare anche se Van fosse stata semplicemente una bianca con una normale dose di concretezza (e se magari fosse stato bianco pure il soggetto dell’eutanasia). Per cui io Atlanta lo voglio ringraziare non solo perché ha dei momenti che mi spingono a riflettere sul mio “background” di uomo bianco, ma anche perché proprio quei momenti sono esilaranti indipendentemente da tutto. Spero di essermi spiegato senza sembrare un suprematista da sottoporre a esorcismo denazificante…