
Visto e considerato questo tema, unito al lungo periodo di pausa che si è presa la produzione prima di far uscire dei nuovi episodi, il dubbio e la curiosità sorti prima dell’uscita della sesta stagione erano relativi a come Brooker (creatore e sceneggiatore di tutti gli episodi) avrebbe interpretato attraverso le nuove storie il presente – un presente molto diverso e profondamente cambiato rispetto a quello che faceva da sfondo alle prime annate dello show. Il risultato è presto detto: la sesta stagione di Black Mirror è, quasi per definizione esplicita dello stesso autore, un modo per lanciare una nuova tipologia di storie che rompano la tradizione con il passato della serie. Almeno due episodi su tre, infatti, erano stati pensati in origine per essere lanciati sotto una nuova etichetta chiamata “Red Mirror” che dovrebbe contenere storie e racconti ispirati alla tradizione horror e fantasy piuttosto che a quella fantascientifica o distopica.

Come per tutte le stagioni di Black Mirror – e per tutte le serie antologiche per episodi in generale – al fine di analizzarne al meglio la riuscita o meno è necessario visualizzare singolarmente gli episodi, considerandoli non un’unica installazione ma come storie a sé stanti che sono messe in ordine solo per esigenze produttive e non narrative. Come si diceva, infatti, gli episodi non sono stati scritti e girati necessariamente nell’ordine in cui li si guarda e questo non è per nulla rilevante rispetto al prodotto in generale né rispetto alle singole puntate. Per convenienza e praticità qui procederemo a parlare degli episodi nell’ordine in cui li propone Netflix.

L’episodio, infatti, è imperniato – volutamente – di ironia e momenti molto weird che gettano alle ortiche tutta la credibilità e il reale pericolo caratterizzato da un super computer in grado di creare autonomamente e digitalmente un prodotto audiovisivo senza aver bisogno di attori, registi, sceneggiatori o in generale di esseri umani al lavoro e, soprattutto, di poterlo fare in modo selettivo rispetto alle preferenze di ognuno e ai desideri del pubblico. Intendiamoci, non si sta dicendo che l’ironia sia un fattore che non può essere utilizzato in un episodio di Black Mirror o che, più in generale, non possa essere un ottimo veicolo per lanciare dei messaggi o trattare in modo efficace un certo argomento, anzi: il dubbio è la sua efficacia in questo specifico caso, in un episodio che guardiamo sulla stessa piattaforma dalla quale vorrebbe metterci in guardia. A rinforzare l’idea di occasione sprecata c’è poi la soluzione “a matrioska” con la quale si conclude la storia di Joan/Annie Murphy/Salma Hayek, una svolta di sceneggiatura che non colpisce come vorrebbe e che sa di poco originale rispetto a quelle viste in altri episodi dello show, unita alla scelta di concludere la vicenda con una sorta di lieto fine. Quest’ultimo elemento rafforza l’idea di un episodio che vuole essere venduto idealmente come una “distopia rassicurante”, ovvero uno scenario possibile – forse imminente – ma del quale non dobbiamo preoccuparci perché tanto l’uomo sconfiggerà sempre la macchina, l’individuo prevarrà sempre sull’intelligenza artificiale, la mente umana sconfiggerà l’algoritmo.

Anche il secondo episodio, “Loch Henry”, ragiona sul tema dello spettacolo e su quello che il pubblico vuole, ma lo fa attraverso il genere del true crime. Non si tratta di un episodio sperimentale girato come se fosse un vero e proprio documentario – sarebbe stato forse ancora più efficace – ma della storia di un aspirante regista che viene convinto a raccontare una torbida storia di omicidi e perversioni nella quale si scopre essere coinvolta la sua stessa famiglia. Il tema a cui si faceva accenno viene sviscerato per tutto l’episodio e trova compimento in modo abbastanza lineare nel finale: il paesino scozzese che era stato abbandonato dai turisti dopo lo scandalo del serial killer viene nuovamente preso d’assalto e diventa una meta agognata dopo l’uscita del film. Brooker qui vuole rappresentare la morbosità degli spettatori nei confronti di queste storie tragiche, di come il pubblico contemporaneo sia attirato dal successo di una produzione a discapito di quello che racconta e, anzi, più la storia è drammatica e perversa e più attira l’attenzione. Fa un po’ il verso a quando nell’episodio precedente viene spiegato il motivo per il quale le serie TV create dall’algoritmo abbiano sempre una connotazione negativa (“Joan Is Awful” ovvero “Joan è orribile”): il motivo è sempre quello di soddisfare i desideri del pubblico.

Se “Loch Henry” era un episodio dallo stile molto lontano da quello a cui ci ha abituato la serie, “Beyond The Sea” è esattamente l’opposto; l’ambientazione, tuttavia, è una novità, in quanto la storia si svolge nel passato, in un 1969 ucronico nel quale due astronauti in missione nello spazio profondo hanno la possibilità di vivere la maggior parte delle loro vite sulla Terra collegandosi a distanza con delle loro copie robotiche. Nessun futuro alternativo, quindi, bensì un passato fantascientifico, sebbene questa scelta temporale non trovi una vera giustificazione nella trama dell’episodio se non per poter citare l’omicidio di Sharon Tate ad opera della setta di Charles Manson in quello stesso anno. Per il resto la sceneggiatura ci parla della nascita di una sorta di triangolo amoroso a migliaia di chilometri di distanza, nel quale ha un ruolo importante il sentimento della gelosia.

Sul quarto, intitolato “Mazey Day”, si passerà più rapidamente: l’episodio più breve della storia dello show – solo quarantadue minuti – si iscrive in quel cambio di passo voluto da Brooker che, come si diceva, si vuole allontanare dai temi legati alla tecnologia e alla fantascienza in virtù dell’esplorazione di altri generi, soprattutto l’horror e il soprannaturale sotto il nome della nuova etichetta Red Mirror. Anche in questo caso l’ambientazione è il passato, nello specifico i primi anni 2000, e racconta la storia di una paparazza – interpretata da Zazie Beetz – alla ricerca di una diva che si nasconde dopo aver commesso un omicidio. La trama è piuttosto debole e non ci sono grandi sussulti fino al colpo di scena della trasformazione della donna in licantropo, una svolta piuttosto casuale e la cui allegoria – i fotografi si gettano come un branco di lupi sul debole corpo della donna, lei diventa un lupo mannaro e li uccide tutti – è decisamente poco appagante. Inutile dire che è l’episodio meno riuscito di questa stagione e forse dell’intera storia di Black Mirror finora.

Questo mix di generi e di toni del racconto si amalgamano bene e trovano nella paura e nella rabbia della protagonista Nida (Anjana Vasan) un ottimo catalizzatore; la condizione della ragazza, infatti, è quella di un’immigrata nel nord dell’Inghilterra durante una feroce campagna del partito conservatore nel 1979. Il senso di oppressione sociale e di emarginazione rispetto al contesto rendono sempre più realistica la sua discesa verso l’oscurità, propiziata dai consigli del demone ma anche e soprattutto da un’umanità dipinta al suo peggio. La storia narrata è coinvolgente e lo sviluppo procede a un ritmo sostenuto fino al catastrofico finale – anche in questo caso la lunghezza eccessiva dell’episodio si fa sentire, sebbene si adatti meglio al tipo di racconto rispetto a “Beyond The Sea”.

Quel che è certo, al di là di tutto, è che ancora una volta Charlie Brooker è riuscito a creare un oggetto audiovisivo in grado di far parlare di sé e creare disparità di giudizio enormi. Le valutazioni che si trovano sulle riviste specializzate e nei discorsi del pubblico, infatti, sono tra le più polarizzate degli ultimi tempi, da chi ha apprezzato tantissimo questi episodi a chi li ha odiati profondamente, e la cosa bella è che nessuno può permettersi di dire che qualcuno abbia ragione e qualcun altro torto.
Voto 6×01: 6
Voto 6×02: 7½
Voto 6×03: 5½
Voto 6×04: 4
Voto 6×05: 8
Voto Stagione: 6

Gli episodi, la stagione, possono piacere o meno. Ma non dovrebbero più sfruttare il nome Black Mirror. Ci.e dicevi, ormai si è intrapresa un’altra strada che non è più quella che era l’essenza di Black Mirror.
Questa stagione possiede episodi di qualità, ma solo se presi al di fuori dall’idea dello “schermo nero”, dell’uso sbagliato dell’avanguardia tecnologica.
Si continua a usare il nome Black Mirror perché porta audience, però davvero oramai siamo al di là.