
Giunti al termine di questa seconda annata, l’obiettivo non può dirsi raggiunto a pieno: la serie di Ashley Lyle e Bart Nickerson continua infatti a presentare i pregi e i difetti con cui l’abbiamo conosciuta, a cui però si aggiunge la sempre maggiore difficoltà nel portare avanti il racconto sul lungo termine senza svelare troppo dei misteri che la animano. Com’era facilmente prevedibile, anche questa seconda stagione continua a essere caratterizzata dalla struttura in due linee temporali, quella ambientata negli anni Novanta e quella ambientata nel presente: se nella scorsa stagione le due timeline riuscivano a mantenere un certo equilibrio dal punto di vista del ritmo e del livello di coinvolgimento dello spettatore, soprattutto grazie alla ricerca del ricattatore e poi all’omicidio di Adam, in grado di bilanciare il susseguirsi di orrori e misteri che avvenivano nella foresta canadese, lo stesso non può dirsi per questa annata.

Al contrario, nel presente la narrazione patisce la mancanza di una direzione precisa: nonostante il movimento centripeto che porta, ma non prima della fine del sesto episodio, tutte e sei le protagoniste a riunirsi nel centro benessere di Lottie, le singole storyline faticano a decollare e ad amalgamarsi tra loro. Questo vale innazitutto per le indagini sull’omicidio dell’amante di Shauna, spesso il segmento più debole degli episodi, vittima poi di una risoluzione frettolosa e mal congengata, ma anche per Taissa, ancora alle prese con la sua doppia personalità, di cui però non ci viene fornita alcuna informazione in più rispetto alla scorsa stagione. Le cose vanno meglio per quanto riguarda Misty, da sempre uno dei punti forti dello show, anche grazie all’ottima interpretazione di Christina Ricci: l’introduzione di Walter (un esilarante Elijah Wood) dà infatti origine a una serie di momenti comici ben riusciti – pensiamo al momento rom-com con i due personaggi nelle rispettive camere d’albergo, oppure alla sequenza onirica di Misty in pieno stile Twin Peaks –, contribuendo ad arricchire una delle figure più complesse della serie, senza dubbio la più emotiva e al tempo stesso la più spietata del gruppo. L’arco narrativo di Nat risulta invece senza infamia e senza lode: è chiaro il tentativo degli autori di tirare fuori il suo personaggio dalla spirale autodistruttiva in cui si trovava tramite l’incontro con Lisa, ma le loro interazioni raramente colpiscono nel segno, finendo col minare il suo sacrificio nel finale. Vanno poi menzionate le new entry (in questa timeline), Van e Lottie: se alla prima viene dedicato troppo poco spazio per esprimere una valutazione, la seconda assume invece un ruolo centrale, in modo però diverso da quello che si poteva immaginare. Una delle poche rivelazioni che si concede questa stagione riguarda infatti la natura di Charlotte: gli autori si rifiutano di farle interpretare il ruolo di villain, al contrario di come era parso dopo la sua introduzione nella première. Si tratta certamente di una scelta interessante e in linea con gli sviluppi a cui assistiamo nel passato – in cui scopriamo che non è Lottie ad avviare il rituale di caccia e sacrificio, bensì Misty insieme a Taissa –, ma che di fatto lascia il racconto privo di un antagonista tangibile.

Nel complesso, Yellowjackets continua a essere, nonostante i suoi difetti, un più che discreto prodotto di intrattenimento, grazie all’ottimo cast, a una colonna sonora che attinge a piene mani nel rock degli anni 90 e a un registro narrativo che oscilla abilmente tra dark comedy, thriller e horror. La speranza quindi è che nella prossima stagione, già confermata, gli autori riusciranno a imbastire un racconto più coeso, in grado di mantenere alto l’interesse del pubblico a prescindere dalla risoluzione dei misteri della serie.
Voto: 6 ½
