
Come spesso accade nelle produzioni Disney+ legate ai grandi franchise di Star Wars e dell’MCU, una delle sensazioni predominanti non appena si arriva alla conclusione è il fatto che il numero di episodi sia sempre troppo limitato per dare sufficiente spazio ai vari elementi di svilupparsi come dovrebbero. Pensiamo, per esempio, al rapporto tra Ahsoka e Sabine, messo sin dall’inizio della stagione su binari che avrebbero potuto portare a un percorso decisamente più complesso e riuscito; la risoluzione tra le due è sicuramente toccante, ma arriva dopo che non gli è stato dedicato sufficiente spazio, complice anche il fatto che le due, dopo quattro puntate, vengono separate dagli eventi.

Il tutto viene inoltre penalizzato da due aspetti: il primo è la sua collocazione all’interno del racconto, che porta la protagonista a raggiungere la sua catarsi troppo presto sulla tabella di marcia; il secondo è la scelta di dare così tanto spazio all’interno della puntata ai momenti in cui Jacen e Hera cercano di trovare la Togruta. Per quanto bello sia vedere il figlio di Kanan usare la Forza e sentire lo scontro che avviene nel “World between worlds” tra maestro ed ex apprendista, quelle scene si muovono troppo lentamente, senza mai dare realmente quel senso di urgenza nel ritrovare Ahsoka, e tolgono spazio vitale alla protagonista che rivive alcuni momenti cardine del passato.
Tolto tutto questo, la nuova Ahsoka è indubbiamente uno degli elementi più riusciti della serie, e qui bisogna ancora una volta lodare Rosario Dawson per la sua interpretazione. L’attrice si cala perfettamente nella parte del personaggio, riprendendo tanto dalla controparte animata e dando una nuova maturità che però non perde nulla della gioia e della spensieratezza che, giustamente, date le circostanze e gli eventi, si era persa nel periodo successivo all’abbandono dell’Ordine Jedi.

Merita poi un grandissimo riconoscimento Eman Esfandi, incaricato di dare vita al cuore pulsante di Rebels, Ezra Bridger, e che, lenti azzurre a parte, riesce a trasmettere in pieno lo spirito del personaggio e ad aggiungere quel tocco di maturità necessario, visti i dieci anni che lo separano dall’ultima apparizione, senza però snaturarlo. Chi invece non riesce a dare il meglio di sé in live-action è, purtroppo, Chopper: per chi non lo conoscesse prima di Ahsoka, in Rebels è uno dei personaggi più amati, un degno candidato a miglior droide della saga, un misto di impertinenza – che si vede brevemente all’inizio della settima puntata, quando il senatore Xiono chiama C-3PO “un banale droide” – e una certa propensione a far fuori stormtrooper. Forse il motivo principale sono i limiti di mobilità dettati dalle costrizioni di un droide “reale”, limiti che si notano soprattutto in un momento di “Shadow Warrior”, è possibile vederlo scendere da una rampa e fermarsi poco prima della fine, una situazione in cui il montaggio avrebbe giovato di un taglio alcuni fotogrammi prima.

C’è però anche spazio per i nuovi arrivati, e soprattutto uno di loro mette d’accordo tutti su chi sia il personaggio più riuscito, merito dell’alone di mistero che lo circonda, delle sue vedute filosofiche sulla Forza e sui Jedi decisamente nuove rispetto a quanto affrontato finora, ma soprattutto per l’ipnotica interpretazione di Ray Stevenson. Si parla ovviamente di Baylan Skoll, il mercenario ex Jedi che porta una ventata di aria fresca in un panorama narrativo dove c’era grande bisogno di affrontare gli aspetti più mistici del racconto da un punto di vista diverso, un po’ come era stato fatto in Gli Ultimi Jedi. È quindi un vero peccato che non si sia concesso un po’ di spazio alla separazione da Shin Hati – Ivanna Sakhno, anche lei ottima nel ruolo – in “Dreams and Madness”; il loro era sicuramente uno dei rapporti più interessanti in una stagione in cui la dinamica maestro/apprendista la fa da padrona.

Nonostante non sia sempre impeccabile – i livelli di Andor sono un po’ oltre -, anche a causa del numero ridotto di puntate, la scrittura di Dave Filoni offre finalmente qualcosa di nuovo per quanto riguarda l’approccio ai Jedi e alla Forza. È in linea, come detto prima, con quanto fatto da Rian Johnson, a partire dal già citato Baylan Skoll – se vogliamo, un vero e proprio rivoluzionario della Forza -, fino al percorso che fa Sabine, portando avanti proprio il messaggio che emerge dagli ultimi secondi de Gli Ultimi Jedi in cui si rafforza l’idea che la Forza (scusate il gioco di parole) sia presente in tutte le creature. Peccato soltanto che il momento in cui la connessione con la Forza di Sabine finalmente si sblocca non abbia il pathos necessario per renderlo un momento iconico. Sarebbe stato anche bello approfondire un po’ di più il legame tra la Mandaloriana e Ahsoka agli inizi del loro addestramento; è una storia che però potrebbe prestarsi a uno degli episodi di Tales of the Jedi.

Dove la serie si è imposta sin dalle prime puntate e ha continuato a mostrare il suo valore fino alle fine è l’aspetto visivo. La piattezza di alcune scene di Obi-Wan Kenobi sembra molto lontana, e finalmente ci troviamo di fronte a una regia e un utilizzo degli effetti visivi che fanno emergere l’epicità di quello che sta accadendo, con nuovi scenari estremamente evocativi, da Seatos a Peridea – soprattutto nel caso di quest’ultimo pianeta, spesso e volentieri l’atmosfera ricorda da vicino il Dune di Denis Villeneuve. Inoltre gli scontri con le spade laser sono davvero tra i migliori visti di recente in Star Wars, e le influenze del cinema giapponese, così tanto amato da Lucas, danno un tocco di magia in più alla loro messa in scena.

Alla luce di tutto questo, Ahsoka è una serie con tantissimi meriti, figlia in tutto e per tutto del suo creatore Dave Filoni – sia nei pregi che nei difetti – e che, a conti fatti, soddisfa, emoziona, ci incuriosisce per il futuro del racconto, ma allo stesso tempo lascia un po’ di amaro in bocca perché la sensazione è che sarebbe bastata qualcosina in più sul fronte della scrittura per renderla qualcosa di memorabile. Le delusioni, però, sono altre, e se i vari The Book of Boba Fett o Obi-Wan Kenobi fossero stati come Ahsoka, difficilmente si parlerebbe di un progetto televisivo di Star Wars fatto di poche luci e tante ombre. La seconda stagione non è ancora stata confermata, e l’eventuale annuncio difficilmente arriverà prima della fine dello sciopero degli sceneggiatori e degli attori, ma visto il finale e l’enorme potenziale delle storie aperte, la speranza è che Ahsoka ritorni ancora.
Voto: 7 ½

Fra gli episodi cinematografici VI e VII, c’è una lunga parentesi narrativa di oltre 20 anni; quel che accade fra la fine dell’Impero e la nascita del Primo Ordine è ancora (quasi) un mistero. The Mandalorian prima e Ahsoka poi hanno, fra i tanti pregi, quello di iniziare ad esplorare quella prateria a piccoli, prudenti, ma preziosi passi.
Ho amato questa serie che trovo essere una miscela ben riuscita fra vecchi e nuovi sapori: coinvolgente (non mi svegliavo alle 3 del mattino per vedere gli episodi in contemporanea alla loro disponibilità dai tempi di Game of Thrones!), a tratti epica con quella massiccia dose di fantasy (tanto per ribadire che Star Wars non è mai stata solo fantascienza), visivamente deliziosa e con tanti personaggi riuscitissimi che non ripeto (aggiungo solo il non citato droide millenario Huyang), senza tralasciare la, per certi versi, riabilitazione di Anakin Skywalker. Davvero tanta tanta tanta roba buona che avrà sicuramente un seguito con una seconda stagione o come si mormora, con il film di Filoni dove magari le strade di Din Djarin, Ahsoka Tano e gli amici ribelli (Zeb compreso!!!) si incroceranno.