
Già a partire dal pilot, è subito chiaro che ci troviamo davanti a un prodotto molto ambizioso: non passa di certo inosservata la cura dedicata alla messa in scena estetica dello show, che propone una scenografia davvero splendida e una resa estetica dell’enorme palazzo di Elena che non ha tantissimo da invidiare a serie, per esempio, come The Crown e Downton Abbey. Tuttavia, The Regime non potrebbe essere più diversa negli intenti e nella resa dalle serie appena citate: ciò che contraddistingue questa miniserie dal resto è la presenza di uno spiccato spirito grottesco che resta costante ed efficace per tutto lo svolgimento delle sei puntate.
Si tratta di una scelta adattissima alla messa in scena di un personaggio tragicomico come quello di Elena Vernham, dittatrice di un non specificato paese del centro Europa alle prese con crisi politiche ma, soprattutto, personali. Il focus dell’intero show è tutto incentrato sulla pazzia del suo personaggio e sulle tragiche conseguenze che potrebbero presentarsi quando tutto il potere è in mano a figure così squilibrate, egocentriche e fuori contatto con qualunque razionalità e logica che vadano al di là del loro interesse personale. Elena Vernham è, infatti, un capo ipocondriaco, capriccioso, paranoico e incredibilmente crudele nella sua solitudine esistenziale.

In questo modo, dunque, mentre ridiamo o sgraniamo gli occhi di fronte all’ennesima fissazione di Elena, potremmo avvertire una sensazione scomoda che ci ricorda che dietro questi capricci c’è un’intera nazione alle prese con la vita “vera” e con tutti i suoi problemi che Elena ignora, persa nella sua megalomania. The Regime svolge dunque un ottimo lavoro nello smascherare la fragilità intrinseca che si nasconde dietro la facciata di un potere intoccabile e tanto prepotente e coercitivo: è facile pensare che lo show arrivi addirittura a suggerirci che la follia di Elena non sia una pericolosa coincidenza, ma forse una conseguenza ben precisa che affiora quando si ha fra le mani un potere fin troppo grande. Sembra molto improbabile, dopotutto, che un capo totalitario possa essere (o restare) una persona equilibrata ed empatica. Lo show, infatti, svolge un ottimo lavoro nel mostrare quanto i vizi e i privilegi assurdi di Elena siano essenzialmente la causa del suo distaccamento dalla realtà e quanto quel potere tanto gelosamente conservato sia, in ultima istanza, la causa stessa delle sue psicosi. Elena non riesce a guardarsi dentro, né riesce ad accettare una realtà che non preveda la sua esistenza in quanto Cancelliera: è per questo che neanche la folle parentesi amorosa con Herbert riuscirà, nell’ultimo episodio, ad aiutarla ad immaginarsi una vita che non preveda l’eliminazione della libertà del popolo per rinforzare il suo fragile ego.
In questo assurdo contesto, la figura di Herbert – interpretato ottimamente da Matthias Schoenaerts – apre la strada ad una combinazione pericolosa e totalmente fuori da ogni senso logico. Se Elena rappresenta la banalità del male e del potere, Matthias potrebbe forse rappresentare quella parte del popolo che, incapace di lavorare sui propri irrisolti personali, sposa ciecamente una causa o, in questo caso, un leader. La dipendenza e la tensione sessuale fra i due apre la strada a scene così assurde e grottesche da risultare esilaranti (ottima la chimica fra i due attori), ma spinge anche a riflettere su quanto possa essere potenzialmente pericoloso e tossico un rapporto di questo tipo, specialmente se da questo dipende il destino di un intero paese.

La stessa mancanza di coraggio e di incisività la si può trovare nella scrittura generale dello show, specialmente per quanto riguarda tutti i personaggi secondari. Ad esempio, all’inizio dello show il personaggio di Agnes appare molto più promettente di quanto poi si rivela nel corso delle puntate: il suo epilogo sembra essere buttato un po’ lì a caso, mentre sarebbe stato davvero molto interessante indagare il suo dilemma interiore che la divide fra la voglia di ribellione per salvare e curare suo figlio e quell’attaccamento confortevole a una vita dettata dall’alto e dalla propaganda politica. La stessa apparizione di Hugh Grant nei panni di Edward Keplinger non riesce a donare alla serie alcun pathos particolare, proprio perché l’intera sceneggiatura è debole quando si scontra con i fatti più o meno esterni al palazzo (o alla semplice figura di Elena).
Per concludere, The Regime offre un quadro esilarante, grottesco e parodistico della figura del capo totalitario, grazie soprattutto ad una Kate Winslet strepitosa che, fra deliri e ossessioni, delinea il ridicolo mosaico di una mente fragile ed egocentrica alle prese con un potere capace di cambiare i destini di fin troppe vite. Tuttavia, sembra che lo show si regga un po’ troppo sulla resa estetica e sulla resa attoriale della sua protagonista, mettendo in scena una sceneggiatura poco coraggiosa e, a tratti, un po’ debole, inficiando in parte la resa complessiva dello show che, per questo motivo, ci lascia in linea di massima soddisfatti, ma non del tutto: la sensazione è che il potenziale dello show non si sia davvero manifestato nella sua totalità.
Voto: 7
