
La serie racconta la storia vera del viaggio di Newton verso Cuba a seguito dell’accusa di omicidio di una prostituta da parte dell’FBI e del coinvolgimento nella fuga dell’amico produttore cinematografico Bert Schneider – noto per aver prodotto alcuni film cult tra cui “Easy Rider”. La storia narrata in The Big Cigar è basata sull’articolo omonimo del 2012 scritto da Joshuah Bearman, giornalista molto noto e già autore dell’articolo sul quale è stato basato il film premio Oscar di Ben Affleck “Argo” che, casualmente, raccontava una vicenda molto simile – un’operazione di salvataggio complessa eseguita grazie alla copertura di una finta produzione cinematografica.
Al timone della serie Apple troviamo Jim Hecht (Winning Time) come creatore e sceneggiatore – insieme a un team che comprende lo stesso giornalista Bearman – mentre alla regia spicca il nome di Don Cheadle (noto al grande pubblico per interpretare War Machine nell’Universo Cinematografico Marvel ma in realtà un attore con una grande esperienza cinematografica e televisiva), anche produttore dello show.

L’idea alla base dello show è ambiziosa e, a giudicare da questi primi due episodi, forse anche troppo; sembrano infatti troppo poche sei puntate della durata di quaranta minuti per sviscerare al meglio tematiche complesse e fenomeni culturali che si legano alla stagione dei grandi movimenti per i diritti degli afroamericani, alla nascita di organizzazioni radicali e spesso violente come le Black Panthers e collegare tutto questo alla vita e alle vicende personali di una delle persone che sono state protagoniste in quei tempi difficili e tumultuosi. Se questa prima parte della miniserie ha anche e soprattutto l’onere di essere introduttiva rispetto al resto della storia, si spera che per il tempo che rimane gli autori scelgano di concentrarsi su alcuni concetti e temi particolari e non divaghino cercando di individuare alcune verità assolute o di prendere posizioni specifiche perché potrebbe essere un’arma a doppio taglio e il rischio di essere superficiali è sempre dietro l’angolo.
Uno degli aspetti più interessanti di The Big Cigar è certamente lo stile con il quale sceglie di raccontare questa storia: non siamo infatti di fronte ad una serie drammatica tout court ma ad un oggetto ibrido – certamente molto contemporaneo – che mescola dramma e commedia in modo intelligente senza dimenticare ovviamente di star parlando di situazioni reali e dolorose, senza insomma farlo scadere in una farsa. Questa leggerezza di fondo si esplica anche nella regia e nella fotografia adottata: le immagini dello show richiamano immediatamente gli anni in cui sono ambientate le vicende e di frequente vediamo adottata la pratica dello split screen che dona vivacità e ritmo al racconto, cercando anche di dargli un’identità definita e meno convenzionale rispetto al solito.

Al suo fianco si muovono i personaggi di Bert, interpretato da Alessandro Nivola (“The Many Saints of Newark”), al momento quello meno approfondito e un po’ più anonimo ma con grandi potenzialità di essere rappresentato a dovere; quello di Stephen Blauner, interpretato da un sempre caratteristico P.J. Byrne (“The Wolf of Wall Street”); quello dell’agente dell’FBI Sydney Clark, interpretato da Marc Menchaca (Ozark); e quello della moglie di Newton Gwen Fontaine interpretato da Tiffany Boone (Nine Perfect Strangers).
In definitiva siamo di fronte ad una miniserie che oscilla tra un biopic classico che cerca di individuare lo spirito sostanziale di un personaggio storico e la rilevanza che ha avuto nella cultura del suo tempo e un heist movie con toni da commedia in cui i protagonisti hanno un obiettivo e ideano un piano per raggiungerlo. The Big Cigar funziona abbastanza bene in relazione a questo secondo aspetto ma – almeno a giudicare da questa partenza – risulta un po’ limitata rispetto al primo; davvero uno scorcio così limitato sulla vita di un personaggio stratificato e complesso come Newton può creare un discorso esaustivo sulla sua visione del mondo e sull’impatto che la fondazione e l’evoluzione del partito delle Black Panthers ha avuto nella lotta per i diritti degli afroamericani? Lo si potrà dire per certo solo al termine di tutti e sei gli episodi della miniserie ma ad ora sembra un’operazione un po’ troppo ambiziosa, nonostante l’ottimo cast e gli alti valori produttivi che ci sono dietro.
Voto 1×01: 7½
Voto 1×02: 7
