The Americans – 4×04 Chloramphenicol

The Americans - 4x04 ChloramphenicolNel mondo fatto di segreti e false identità in cui vivono i personaggi di The Americans il virus più temibile, in fondo, rimane quello della solitudine. Unico antidoto possibile: la complicità che nasce da un rapporto di affetto reciproco, espressione di un bisogno comune che però, in questo universo narrativo, può avere conseguenze spesso drammatiche.

That’s nice, what you have.

The Americans - 4x04 ChloramphenicolPiù volte nel corso della serie i personaggi hanno dimostrato di ricercare, anche in maniera incosciente, un contatto umano sincero che potesse rendere più sopportabile la propria condizione di spie: dalla scelta di Claudia di condividere il proprio segreto con un nuovo amore alla decisione di raccontare a Paige la verità, passando per la fatale – è proprio il caso di dirlo – debolezza che spinge Nina ad aiutare il suo compagno di prigionia Anton Baklanov. Un senso di “companionship” a cui allude anche Martha durante la sua cena con Aderholt e che si fa aspirazione, desiderio e forse necessità perfino per il gelido e distaccato William. “Chloramphenicol” – ma in fondo un po’ tutta la quarta stagione fino ad ora – racconta proprio di questo disagio e del modo in cui i protagonisti cercano di immunizzarsi contro la solitudine e la perdita di umanità, siano essi spietati agenti segreti o comuni mortali in cerca di una figura genitoriale o qualcuno con cui dividere il proprio letto. E finché l’episodio si concentra sul fronte americano, possiamo dire che il risultato di questa operazione sia senza dubbio positivo: l’alternarsi delle sequenze dentro e fuori l’appartamento di Gabriel, così come i dialoghi che le sorreggono, restituiscono un quadro solido e ben equilibrato, come sempre sofisticato e denso di sfumature. Pur liquidando già dal cold open, almeno temporaneamente, la questione Pastor Tim, la puntata rimane tesissima e attraversata da un senso di imminente disastro: Paige crollerà di fronte a Stan? La visita di quest’ultimo a casa di Martha lo porterà a smascherare Philip? O ancora, ci saranno vittime del virus? Nonostante la lentezza che la contraddistingue, ancora una volta The Americans riesce quindi a creare un’atmosfera di tensione perfettamente credibile ed efficace, il tutto regalando sequenze di grande finezza come il montaggio in parallelo tra la cena di Martha e l’incursione di Stan.

You’re a good daughter, Nadezhda.

The Americans - 4x04 ChloramphenicolPurtroppo le cose iniziano ad incrinarsi con il ritorno di Nina sulla scena. A prescindere dalla sequenza finale, di cui parleremo più avanti, in questo episodio vengono al pettine tutti i metaforici nodi legati alla storyline della giovane spia, praticamente abbandonata a se stessa non soltanto dal KGB ma anche da Field e Weisberg. Dall’inizio della stagione, ma in realtà in misura variabile già dal suo ritorno nella madre patria, il filone di Nina è stato trattato con inedita sciatteria, come se gli autori si limitassero a tenerla “parcheggiata” in prigione in attesa di nuovi sviluppi ancora da definire. La questione è stata già affrontata, ma in “Chloramphenicol” si fa particolarmente evidente non soltanto perché costituisce l’ultima apparizione del personaggio ma anche perché i difetti della scrittura sono ancora più manifesti. Il confronto con il versante americano è impietoso soprattutto se guardiamo alle due sequenze oniriche della puntata: da un lato il sogno di Elizabeth, funzionale allo sviluppo del personaggio, perfettamente inserito e motivato nel contesto della malattia e realizzato seguendo lo stile consueto della serie, e dall’altro quello di Nina, così distante dal linguaggio di The Americans da apparire fuori posto ed eccessivo. Per quanto cerchi di esprimere un sentimento naturale come il desiderio di libertà e “compagnia” di cui parlavamo più su, risultando quindi in linea con l’approfondimento tematico dell’episodio, le soluzioni scelte per trasmettere questo bisogno sono di una banalità ed approssimazione mai viste nel contesto della serie.
Al contrario, il focus sul rapporto tra Elizabeth e la madre nonché i riferimenti alla morte di quest’ultima anche attraverso l’uso del sogno sono gestiti con molta più grazia e, soprattutto, consapevolezza. C’è un filo conduttore che unisce “Chloramphenicol” alle puntate precedenti: il rimando continuo al passato – prima di Philip ora di Elizabeth – che inizia adesso a dare i suoi frutti, collegandosi con l’altro grande tema della complicità e dell’affetto tanto agognati. Si tratta di un processo che paradossalmente aiuta a ragionare meglio sul presente, cambiare prospettiva, accogliere nuove possibilità; e, soprattutto, creare il distacco necessario per capire che se c’è stato un tempo prima che la “causa” diventasse la loro vita, allora può esserci uno spazio in cui ancora oggi essa non può entrare. Da qui la scelta di risparmiare Tim ed Alice, che emerge in fondo come l’unica possibile per dei personaggi sempre più lontani dalle granitiche certezze su cui si basano i piani, forse proprio per questo fallimentari, del Centro.

You’re being transferred.

The Americans - 4x04 ChloramphenicolMa torniamo per un attimo a Nina. Qualunque fine diversa dalla morte per esecuzione sarebbe stata, a questo punto della storia, un tradimento dello spirito della serie: la sua dipartita era inevitabile dal punto di vista della credibilità e necessaria da quello della costruzione narrativa. Da troppo tempo, infatti, la sua storyline girava a vuoto, annoiando in più di un’occasione e lasciando lo spettatore perplesso sulla reale utilità del personaggio negli intrecci d’oltreoceano. Tutto questo ha portato ad una perdita d’interesse che, almeno parzialmente, ha indebolito l’esperienza dell’addio, ma che per fortuna non è riuscita a scalfire l’impatto comunque fortissimo del colpo di scena e, più in generale, della bellissima sequenza finale. Qui The Americans ritorna ad essere la serie che conosciamo: senza orpelli, spietata, diretta ma intensa. C’è qualcosa di poetico e terribile nell’ordinarietà ed immediatezza con cui finisce la vita di Nina Sergeevna, un momento (perché di pochi minuti si tratta) che nessun altro show avrebbe saputo rappresentare con altrettanta delicatezza. Sebbene il personaggio avesse ormai perso lo status di vero protagonista, sia in termini di minutaggio che di percezione (e quindi di attaccamento da parte del pubblico) questa morte gli ha quindi ridato giustizia e, forse, una nuova funzione all’interno della storia (come lasciano intendere Field e Weiseberg in un’intervista per Tv Line).

In conclusione, si può dire che la scomparsa di Nina fosse “l’antibiotico” di cui The Americans aveva bisogno per rimettersi di nuovo in forze. Un rito di passaggio, se vogliamo utilizzare un’altra metafora, che gli autori continuavano a rimandare da troppo tempo ma che, in definitiva, è stato portato a termine nel migliore dei modi. Fatta eccezione per alcuni passi falsi, quindi, “Chloramphenicol” è un’altra ottima prova ed un eccellente apripista per questa nuova fase del racconto, che si fa sempre più teso ma, contemporaneamente, autentico.

Voto: 8

 

Francesca Anelli

Galeotto fu How I Met Your Mother (e il solito ritardo della distribuzione italiana): scoperto il mondo del fansubbing, il passo da fruitrice a traduttrice, e infine a malata seriale è stato fin troppo breve. Adesso guardo una quantità spropositata di serie tv, e nei momenti liberi studio comunicazione all'università. Ancora porto il lutto per la fine di Breaking Bad, ma nel mio cuore c'è sempre spazio per una serie nuova, specie se british. Non a caso sono una fan sfegatata del Dottore e considero i tempi di attesa tra una stagione di Sherlock e l'altra un grave crimine contro l'umanità. Ah, mettiamo subito le cose in chiaro: se non vi piace Community non abbiamo più niente da dirci.

4 Risposte

  1. Travolta scrive:

    “C’è qualcosa di poetico e terribile nell’ordinarietà ed immediatezza con cui finisce la vita di Nina Sergeevna, un momento (perché di pochi minuti si tratta) che nessun altro show avrebbe saputo rappresentare con altrettanta delicatezza. Sebbene il personaggio avesse ormai perso lo status di vero protagonista, sia in termini di minutaggio che di percezione (e quindi di attaccamento da parte del pubblico) questa morte gli ha quindi ridato giustizia e, forse, una nuova funzione all’interno della storia ”

    Perfetta :-)

     
  2. Iaia scrive:

    Sono rimasta due minuti buoni a bocca aperta dopo la frase “la condanna a morte è confermata e verrà eseguita..a breve”. Come sempre tensione a palate, speriamo che riprenda anche il lato dell’azione.
    Da gustare con gioia i secondi finali di spensieratezza della famiglia Jennings, non se ne vedevano dal pilot della prima stagione!

     
  3. jacob scrive:

    io continuo a seguirla, ma continua a risultarmi assolutamente fastidiosa le modalità con cui sono sviluppati i due protagonisti. Non è proprio realistico conciliare il fatto che di notte siano assassini a sangue freddo (anzi, ormai hanno fatto fuori più gente dei killer della mafia) e il fatto che di giorno si preoccupino del compito di biologia del figlio (tanto per fare un esempio).
    Se la serie non si prendesse così sul serio (tipo Person of interest ad esempio) mi risulterebbe più digeribile.

     
    • Ellis scrive:

      Adoro la serie, ma anche io credo che da questo punto di vista la costruzione psicologica dei personaggi sia poco credibile. Andiamo! Sono genitori incredibili, capaci di ascolto e di non saltare subito alle conclusioni, protettivi e devoti…quale adolescente non li vorrebbe? E quale figlio li ha avuti? :) Non io! E poi si trasformano in kiler senza pietà, giocano con sentimenti, emozioni, valori, uccidono chi non c’entra nulla. Se è vero che possono coesistere parti così dissociate in una persona, è vero che qui lo sono state in passato (diverso ora, con la crisi che i personaggi attraversano ora) con troppo semplicismo, soprattutto per l’accuratezza psicologica della serie. In ogni caso, The Americans è talmente bello, che questa discrepanza non mi disturba.

       

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