Please Like Me – Yeah, I’ll be fine!

Please Like Me - Yeah, I'll be fine!Se vivi in un paese occidentale e sei nata/o tra gli anni ‘80 e la fine dei ‘90, per la scienza sociale sei un millennial: in altre parole appartieni alla cosiddetta “generazione del millennio”, e ti trovi ad affrontare problemi nuovi e specifici di questo momento storico.

Tra questi c’è ovviamente la precarietà lavorativa ma anche e soprattutto la difficoltà a trovare e seguire la propria strada, nonché le ansie ed insicurezze causate dall’eccesso di informazione ed offerta tipico dell’era di Internet e del mondo globalizzato.
Si tratta di una generazione, insomma, che sulla carta dovrebbe guidare il mondo verso un futuro il più possibile “magnifico e progressivo”, ma che rimane spesso impantanata in una melma fatta di dubbi e possibilità. Provare a raccontarla in tv è una sfida che sempre più (giovani) autori hanno deciso di intraprendere negli ultimi anni, offrendo quindi una prospettiva personalissima che si sviluppa spesso attraverso storie e personaggi al limite dell’autobiografico.

Ovviamente quando si parla di serie di e per millennial, il pensiero non può che andare subito a Girls, la controversa creatura di Lena Dunham che ha incarnato e guidato questo movimento creativo meglio (e prima) di qualunque altra. Con gli anni, tuttavia, la serie HBO ha iniziato ad essere circondata da rivali, per altro di crescente qualità: show, anch’essi ormai affermati, che hanno proposto una versione riveduta e corretta del paradigma “venti/trentenne indolente e privilegiato” – titoli quali Broad City, Master of None, You’re The Worst, che oggi un po’ tutti conosciamo ed apprezziamo. Il piccolo gioiello australiano di cui vi parliamo in questo consiglio, invece, ha riscontrato qualche difficoltà in più nel farsi conoscere, ed è per questo che, cogliendo l’occasione del lancio della sua quarta stagione (in onda dal 9 novembre su ABC2 e dal 10 novembre su Pivot), ci teniamo a presentarvelo a partire proprio da questa cornice.

I think I love him, but also I don’t know what love is… you know?

Please Like Me - Yeah, I'll be fine!Please Like Me viene definita una coming-of age comedy, ovvero un racconto di formazione leggero e divertente che si sviluppa intorno all’insopportabile Josh, la sua famiglia allargata e il suo piccolo gruppo di amici. Il protagonista, interpretato dall’omonimo creatore della serie Josh Thomas, ha una voce sgradevole e una faccia da schiaffi, vive insieme al suo migliore amico Tom in una casa di proprietà del padre, studia all’università da più di quanto sarebbe normalmente accettabile e ha una fidanzata che lo lascia nei primi minuti del pilot con una motivazione più che sensata: Josh è gay, anche se non se n’è ancora reso conto. Questa rivelazione – che in realtà giunge come una sorpresa soltanto per lui – avvia un processo di crescita fluido e soprattutto molto realistico, sviluppato a partire da momenti di ordinaria quotidianità in cui il “dramma” (che si affaccia più volte sulla scena) è comunque sempre stemperato da uno humour sofisticatissimo, annacquato – ma non per questo affrontato in maniera superficiale – nella routine di rapporti affettivi semplici e normali.

I punti di forza del progetto sono tre: la leggerezza, l’uso particolare dell’autoironia e una sua personale poetica dell’ordinarietà o, se vogliamo, “delle piccole cose”. Per capire un po’ meglio cosa intendiamo può essere utile fare un confronto con un prodotto di cui abbiamo già parlato, e a cui viene spesso paragonato: Girls.
Innanzitutto, Please Like Me è fin da subito una comedy drama-free, molto meno fredda e asfissiante dello show di Lena Dunham: i credits in apertura di ogni episodio, accompagnati dalle note di “I’ll Be Fine” di Clairy Browne & the Bangin’ Rackettes, sono già praticamente una dichiarazione d’intenti, un manifesto della leggerezza della serie a cui contribuisce anche una fotografia dai toni caldi e un po’ “pastellosi”. Lo spirito è quindi quello del “che sarà mai”, che permette alla serie di affrontare anche i temi più pesanti (in apertura scopriamo ad esempio che la madre di Josh ha tentato il suicidio a causa di una forte depressione) senza prendersi troppo sul serio.

Please Like Me - Yeah, I'll be fine!Ciò non significa che i problemi dei protagonisti vengano sminuiti, anzi, c’è molto più tatto e sensibilità in Please Like Me che in Girls (soprattutto se pensiamo alle prime stagioni di quest’ultima). La differenza tra i due prodotti sta, infatti, nell’uso che decidono di fare dello stesso identico strumento: mentre la serie HBO è autoironica nella misura in cui espone e prende in giro, alle volte senza pietà, le incoerenze delle sue protagoniste, nel racconto di Thomas sono i personaggi stessi ad essere autoironici, a riconoscere e discutere apertamente delle proprie miserie ed insicurezze. La serie in sé, al contrario, non punta mai a metterli in ridicolo – al massimo “soltanto” in imbarazzo – e lo fa con uno sguardo che potremmo anche definire tenero ed affettuoso. Scegliendo di far partire la critica, o piuttosto la riflessione, direttamente dai protagonisti, Please Like Me ci fornisce quindi un quadro più completo e sincero di cosa significa avere vent’anni oggi. Perché in fondo, forse, i millennial non sono banalmente una generazione di figli di papà pigri ed apatici, ma giovani uomini e donne che fanno fatica a crescere proprio perché si conoscono, e conoscono il mondo, fin troppo bene.

A differenza di Girls, inoltre, le storie che coinvolgono Josh, Tom, i suoi genitori o la sua ex Claire (a cui si aggiungono poi tanti altri personaggi, uno più bello dell’altro) sono soprattutto focalizzate sul breve termine, su un quotidianità fatta di ordinarie incombenze che non vorremmo trovarci a gestire – un po’ per egoismo, un po’ perché non sappiamo come comportarci –, ma anche di abitudini rassicuranti che ci permettono di andare avanti e di persone strampalate da cui non riusciamo o non vogliamo allontanarci. Mentre la Hannah di Girls pensa al suo grande futuro da scrittrice, Josh prepara la cena e inforna dolci; mentre Shoshanna vive una “grande avventura” lontano da casa, Tom continua ad andare tutti i giorni a lavoro senza troppa convinzione (e senza che lo spettatore capisca mai di cosa si occupi veramente). Il loro disagio è vissuto nel qui ed ora, nelle piccole cose, nei momenti all’apparenza insignificanti che compongono il puzzle della propria crescita personale, come un’uscita di gruppo che finisce in ospedale, o una giornata passata a parlare divisi da un muro perché uno dei due ha rubato all’altro la cena e lui per punirlo lo chiude dentro la sua stanza.

Please Like Me - Yeah, I'll be fine!Non è vero che i millennial non vogliono diventare grandi, non è vero nemmeno che non sappiano farlo. Josh cresce tantissimo nel corso delle tre stagioni già andate in onda, ma non è facile accorgersene perché non lo fa con grandi gesti. Ecco, Please Like Me ci insegna a guardare le cose più da vicino, a farci strada tra le pieghe dell’ordinarietà e scoprire cosa nasconde. Lo fa ad esempio attraverso una bellissima e normalissima amicizia tra un ragazzo gay fastidioso e criticone e un ragazzo etero timido e insicuro (ispirata al rapporto che unisce nella vita reale lo stesso Josh Thomas e l’attore che interpreta Tom, Thomas Ward),ì; oppure nello sviluppare un ritratto straordinariamente realistico della malattia mentale, senza per altro mai dimenticare che le esperienze personali sono appunto “personali” e dunque diverse le une dalle altre (se il coming out di Josh è vissuto con relativa serenità, non significa che per altri personaggi le cose vadano allo stesso modo), riuscendo quindi a raccontare una storia che, pur essendo incentrata sul quotidiano, è davvero di largo respiro, non soltanto a livello generazionale.

Senza essere mai politica, Please Like Me è quindi sì la “voce dei millennial”, ma è soprattutto una serie raffinata, acuta, pop e anche divertentissima, che merita senza dubbio la nostra attenzione (e il nostro affetto).

 

Francesca Anelli

Galeotto fu How I Met Your Mother (e il solito ritardo della distribuzione italiana): scoperto il mondo del fansubbing, il passo da fruitrice a traduttrice, e infine a malata seriale è stato fin troppo breve. Adesso guardo una quantità spropositata di serie tv, e nei momenti liberi studio comunicazione all'università. Ancora porto il lutto per la fine di Breaking Bad, ma nel mio cuore c'è sempre spazio per una serie nuova, specie se british. Non a caso sono una fan sfegatata del Dottore e considero i tempi di attesa tra una stagione di Sherlock e l'altra un grave crimine contro l'umanità. Ah, mettiamo subito le cose in chiaro: se non vi piace Community non abbiamo più niente da dirci.

2 Risposte

  1. Genio in bottiglia scrive:

    Bella recensione Francesca per una bella serie, che ha il pregio non da poco di non prendersi mai troppo sul serio e nella quale, come hai fatto notare tu, si possono anche trattare dei temi importanti, ma senza mai alzare la voce, il che tutto sommato a me un pregio non da poco.

     

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