Fleabag – Ritratto di una londinese a pezzi

Fleabag – Ritratto di una londinese a pezziFleabag nasceva da una sfida: mettere in piedi uno stand-up moment comico che parlasse, senza troppi fronzoli, del bisogno di sesso ed affermazione da parte della donna. E questi dieci minuti di monologo all’interno di una serata comica ad Edimburgo erano solo l’embrione di quello che poi Phoebe Waller-Bridge, grazie ad Amazon, ha trasformato in una delle novità più belle del 2016.

Partendo da quell’idea infatti, la protagonista e creatrice dello show è riuscita a plasmare e dare una forma più articolata al racconto, mantenendo sempre al centro il suo personaggio, di cui non conosciamo il nome, ma solo il soprannome – Fleabag, appunto.

Fleabag – Ritratto di una londinese a pezzi In sei episodi da meno di mezz’ora ciascuno, Phoebe Waller-Bridge dà corpo al più pragmatico e triste ritratto di una greedy, perverted, selfish, apathetic, cynical, depraved, morally bankrupt woman, who can’t even call herself a feminist. Con questo personaggio invade interamente la scena, mettendone in primo piano la vita, divisa tra la gestione di un caffè a tema porcellino d’india sempre più vicino alla chiusura definitiva, una vita sessuale vorace e da cui è sostanzialmente dipendente, una famiglia con cui condivide incontri istituzionalizzati e mai di piacere. La vita di Fleabag sembra avere tutti i caratteri della tristezza, della disperazione e della depressione, perché in fondo è la storia di una donna sola, che vive i suoi drammi interiori e giornalieri senza poterli confessare a nessuno, perché non c’è una singola persona che la possa capire fino in fondo. Ed è così, infatti; eppure in Fleabag si ride molto, si ride insieme ad una protagonista scanzonata, distratta e sopra le righe. Il punto forte della serie sta proprio nel vedere come si legano strettamente queste due anime, che possono sembrare molto distanti tra loro, ma che invece, come nella vita reale di ciascuno di noi, sono profondamente inscindibili.

Fleabag – Ritratto di una londinese a pezziPer rendere il passaggio da one-woman play a one woman-show, la Waller-Bridge usa infatti l’espediente della rottura totale della quarta parete, scegliendo come suo “confessore” e migliore amico proprio lo spettatore, l’unico con cui è capace di condividere ogni pensiero e quindi il proprio punto di vista su tutto quello che le accade. In questo modo lo spettatore diventa parte integrante dello show ed entra pienamente nella vita di Fleabag, ne capisce le difficoltà nel chiedere soldi alla sorella o al padre per portare avanti la sua attività, diventa partecipe della sua visione sul sesso e sulle relazioni, fino ad empatizzare sempre e in qualsiasi occasione con lei. La connessione quasi totalizzante con la prospettiva di Fleabag è controbilanciata da elementi altrettanto fondamentali: i personaggi che le ruotano intorno e l’uso improvviso di flashback che lasciano intravedere momenti di un passato recente. Nell’arco degli episodi infatti vediamo come la perdita della madre in giovane età e della migliore amica Boo abbiano segnato Fleabag nel profondo, e questa tristezza non solo passa tramite le parole riservate allo spettatore, ma pervade l’intera atmosfera sapientemente costruita dalla protagonista, rendendo ancora più evidente l’enorme vuoto che si porta dentro.

Fleabag – Ritratto di una londinese a pezzi Nel corso degli episodi infatti capiamo come la sua solitudine si sia ormai trasformata in nichilismo, in una chiusura verso la sua famiglia e il fidanzato troppo buono e troppo succube, per ribaltarsi in cleptomania di bassa lega e nella ricerca costante del piacere sessuale, che diventa prima una sorta di sfida, poi una distrazione dalla solitudine ed infine solo qualcuno da usare in eventuali sceneggiate con la famiglia. Ed è questo l’altro punto forte di Fleabag: se da un lato è una riflessione tutta interiore di come l’esterno naif si possa conciliare con un’intimità fatta di tristezza, all’esterno si ribalta nella descrizione di come quegli stessi sentimenti si scontrino con l’indifferenza, l’incomprensione e gli egoismi di chi la circonda, partendo appunto dalla sua stessa famiglia. Proprio perché la prospettiva costante è quella della protagonista, come si diceva prima, per noi il suo punto di vista diventa quello vero, e gli altri di conseguenza ci appaiono come persone degne del nostro disprezzo – con cui Fleabag non può che avere rapporti di pura facciata. E in questo senso, l’interpretazione di Olivia Colman nei panni della matrigna, l’artista impegnata e concettuale, dai modi manipolativi e passivo-aggressivi che cerca di allontanare le figlie dal padre e dal fantasma della madre, è il concentrato perfetto di come Fleabag meriti tutta la nostra empatia: siamo noi, ovvero spettatore e protagonista, contro il mondo.

Fleabag – Ritratto di una londinese a pezzi Il rapporto più controverso ma allo stesso tempo più vero è quello con la sorella Claire, che ha le sembianze della brava Sian Clifford: le due donne condividono ovviamente lo stesso lutto, soffrono la presenza di una matrigna asfissiante e l’incapacità del padre di prendere le loro parti invece che quelle della compagna. Eppure nessuna delle due riesce fino in fondo a fargliene una colpa e quindi accettano di assecondare i suoi modi buffi e un po’ pasticciati per rivelare la propria vicinanza e il proprio affetto; in Fleabag, i personaggi maschili sono quasi tutti accomunati dall’incapacità di comunicare e dal perenne imbarazzo nel guardare in faccia la realtà, cui segue la scelta più o meno consapevole di essere ormai figure sbiadite nella vita dell’altra. Nonostante tutto, però, gli uomini non vengono mai demonizzati, non c’è alcuna sensazione di rivalsa uterina nei loro confronti: uomini e donne possono essere ugualmente vittime l’uno dell’altro, magari in modi o forme che l’altro non percepisce. La forza di Phoebe Waller-Bridge sta anche nella sua capacità da un lato di mettere alla berlina il femminismo coerente a tutti i costi e dall’altro di dare un senso personale e senza finti idealismi alla voglia di essere sessualmente attraenti ed attive. Allo stesso tempo però – con un colpo di coda magistrale – rappresenta perfettamente come qualsiasi azione ha sempre una conseguenza, nel bene e nel male.

Questa enorme girandola di meschinità e dolore a cui Fleabag non riesce a reagire, la sua scelta di chiudersi verso il mondo e di vivere egoisticamente tutto ciò che la fa stare bene nell’immediato, sembrano alle volte delle reazioni – o non reazioni – fin troppo estreme, al limite della condizione di martire. Ed è proprio in questo momento che lucidamente vediamo in tutto e per tutto la grandezza di questa piccola serie, annidata in quel colpo di scena finale cui si accennava prima, che riesce allo stesso tempo a dare ragione di quello che abbiamo visto e contemporaneamente a far rivedere ogni singola scena sotto una luce totalmente diversa.
Fleabag è il ritratto di una vita alla deriva più bello e potente che il piccolo schermo attuale ci abbia mai regalato. Solo per questo e per la bravura di Phoebe Waller-Bridge, il miglior regalo di Natale che possiamo farci è dedicare poco meno di centottanta minuti delle nostre vacanze a questa serie imperdibile.

 

Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

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