
Naturalmente bisogna distinguere le riviste specializzate, a volte iper specializzate e composte da persone che studiano la televisione da anni e guardano diverse decine di show a stagione, e la copertura mediatica generalista, ovvero un contesto nel quale uno show come Vida fa particolarmente fatica ad entrare. E purtroppo gli elogi sperticati ricevuti dagli spazi specializzati contano fino a un certo punto perché è attraverso i media di massa che la maggior parte delle persone conosce i prodotti che poi decide di guardare ed è anche per questo che lo show di Tanya Saracho non ha la popolarità che meriterebbe.
C’è anche una questione che non va elusa e che c’entra intimamente con la serie e con le sue straordinarie qualità: Vida non si conforma ai canoni della media della televisione contemporanea e sia dal punto di vista produttivo che da quello creativo rappresenta un passo concreto verso modelli di riferimento differenti, un progetto esplicitamente militante e per certi versi anti-sistema e che in quanto tale viene respinto da parte del sistema. Perché stiamo parlando di una serie che parla direttamente di lotta di classe dal punto di vista di una minoranza etnica e lo fa a partire dalla rappresentazione di un contesto queer che non ha nessuna voglia di adattarsi ai canoni di una cultura bianca ed eteronormata.

Dopo una stagione di altissimo livello, che è riuscita a bissare l’elevata qualità dell’annata d’esordio senza problemi, dimostrando l’enorme fertilità di questo tipo di storie, Vida ha rischiato di essere cancellata prematuramente da Starz, salvo poi accordarsi per una stagione dal budget ridotto e dal formato contratto (sono solo sei episodi); una modalità produttiva che ha messo a dura prova tutta la crew, che però ha reagito dimostrando concretamente l’affiatamento tra tutti i membri e la voglia di raccontare questa storia in maniera così sentita e partecipata.

Se inizialmente era schiava di un certo tipo di conformismo etero, grazie anche a un corpo che non ha scelto ma che tutti i giorni la oggettifica senza scampo, con il procedere degli episodi e in particolare in questa terza stagione Lyn diventa sempre più padrona della propria esistenza e capace di autodeterminarsi, imparando a riconoscere il maschilismo e il paternalismo con cui viene trattata dagli uomini e adottando un atteggiamento sempre meno passivo in tutte le situazioni, da quelle sentimentali a quelle professionali.
Nonostante Tanya Saracho e il resto della squadra siano riusciti a costruire dei personaggi molto complessi, soprattutto in questi sei episodi conclusivi, non risiede nei singoli la forza della serie ma nell’ensemble che viene fuori dalla loro giustapposizione e dal rapporto con il contesto circostante.
Le quattro donne al centro della scena rappresentano altrettante facce di un mosaico sulla femminilità molto complesso e sfaccettato, ma anche una prospettiva poliedrica sul mondo latinx che, a seconda dei singoli percorsi, dimostra quanto non si possa parlare di questi fenomeni per slogan o senza specificare che si tratta di realtà complesse e impossibili da incasellare.

Dopo tre annate meravigliose, emozionanti e impregnate di un fortissimo impegno politico, Vida ci consegna un’autrice, Tanya Saracho, capace di rivoluzionare il mondo della produzione televisiva rappresentando un esempio che magari non si imporrà sul resto dell’industria ma che senza dubbio costituirà un punto di riferimento fondamentale, nonché la dimostrazione concreta che un altro modo di fare le cose è possibile.
Voto Stagione: 8 ½
Voto Serie: 8 ½
