
I dubbi, però, ci hanno messo poco a svanire, e già con il terzo episodio, “Brian Scramblies”, What We Do in the Shadows ha nuovamente sfoggiato l’altissima qualità che ha caratterizzato la passata stagione. La serie non ha perso minimamente la spigliatezza e i tempi comici, sfruttando al meglio il grandissimo cast a disposizione che riesce perfettamente a esprimere l’inadeguatezza sociale di un gruppo di vampiri alle prese con la vita del ventunesimo secolo. Nadja, Laszlo, Nandor e Colin Robinson sono semplicemente meravigliosi mentre provano a fare amicizia con i loro vicini durante uno dei momenti più importanti dell’anno per gli americani, cioè la notte del Super Bowl, che le creature notturne avevano erroneamente capito fosse una serata dedicata a un “Superb Owl”. È anche da piccoli giochi di parole di questo tipo che traspare tutta la genialità della serie e la qualità di scrittura comica dei suoi sceneggiatori, e, sempre restando in tema “Brian Scramblies”, non si può non menzionare la collezione di memorabilia di Ocean’s Twelve del vicino di casa, uno dei momenti più divertenti di quest’anno.
Com’era successo già nella prima stagione, anche questa annata è costellata di guest star d’eccezione. Dopo l’apparizione di Wong nella seconda puntata, in “The Curse” fa il suo ingresso in scena Craig Robinson – una presenza costante nelle grandi comedy americane, dal Darryl Philbin di The Office al Doug Judy di Brooklyn Nine-Nine – nel ruolo di leader del gruppo di ammazzavampiri in versione ovviamente sfigata in cui il nostro Guillermo finisce per caso, a riprova del fatto che il suo legame genetico con Van Helsing lo porti anche inconsciamente a seguire le orme dell’antenato.

Tornando a parlare delle guest star della stagione, non si può non menzionare la presenza del grande Mark Hamill nel sesto episodio “On the Run” nei panni di Jim, un vecchio rivale di Laszlo alla ricerca di vendetta per un pagamento mancato. Con un timbro di voce che ricorda la sua interpretazione di Joker nelle serie animate di Batman e nei recenti videogiochi dell’uomo pipistrello ma rivisto in chiave est europea, Hamill appare perfettamente a suo agio nei panni del vampiro di San Diego e la sua apparizione è indubbiamente uno dei momenti più memorabili. A questo si aggiunge anche il fatto che la puntata in questione offre la versione migliore di Laszlo, costretto alla fuga e che si reinventa come barista in Pennsylvania, nascondendo la sua identità grazie a uno stuzzicadenti.
Jackie Daytona, con la sua passione per la squadra di pallavolo locale e la capacità di farsi amare dai clienti del bar, è quanto di più lontano dal Laszlo che conosciamo, e quindi una fonte infinita per momenti di grandissima comicità. Non manca un piccolo e inevitabile rimando a Star Wars nello scontro finale tra Jim e Laszlo, quando i due impugnano per un attimo delle stecche da biliardo come se fossero delle spade laser, cambiando immediatamente idea e preferendo un approccio più brutale spezzandole in due. È quasi un peccato vedere Laszlo tornare nei suoi vecchi panni, ma forse ci sarà di nuovo spazio per Jackie Daytona nelle prossime stagioni, visto che proprio in questa annata What We Do in the Shadows ha più volte riproposto elementi e personaggi – con ottimi risultati – apparsi nelle dieci puntate d’esordio.

What We Do in the Shadows si conferma per il secondo anno di fila come una delle migliori comedy in circolazione, forte di un cast di altissima qualità e di un gruppo di autori in grado di sfruttare al meglio il potenziale comico di ogni situazione. In un periodo storico in cui abbiamo un grande bisogno di distrarci per un attimo da quello che accade nel mondo, la serie di Jemaine Clement e Taika Waititi è un potenziale antidoto, l’ennesimo gioiello di FX e la dimostrazione che un genere come quello del mockumentary ha ancora molto da offrire.
Voto Stagione: 8 ½

Bell’articolo. E bellissima serie