Atlanta – Stagione 4 2


Atlanta - Stagione 4La quarta e ultima stagione di Atlanta, pur essendo fortemente legata alla precedente, riesce ad imporsi nel panorama seriale dell’anno corrente in modo più che positivo e a portare a casa un risultato eccezionale, tanto dal punto di vista stilistico che da quello della sceneggiatura. Seguito ideale di una terza stagione più dispersiva, la serie si chiude in un modo pressoché perfetto, riuscendo a dare la giusta importanza ad ogni storyline e con una conclusione degna del percorso finora affrontato.


Che Atlanta fosse un prodotto destinato a influenzare la cultura seriale moderna
lo si poteva immaginare già nel corso della seconda stagione, grazie ad episodi “stand-alone” (primo fra tutti “Teddy Perkins”) che avevano cementato lo status autoriale del binomio Donald Glover/Hiro Murai. 
L’ultimo blocco di episodi spinge ancora di più sulle caratteristiche che l’hanno resa così peculiare, confezionando a tutti gli effetti un’annata conclusiva che rasenta la perfezione. Il team di autori è in grado di imprimere una direzione precisa a un gruppo di episodi che, all’apparenza, potrebbero risultare scollegati tra di loro, lasciando nello spettatore una sensazione di chiusura del cerchio definitiva.

Ma di cosa parla la quarta stagione della serie? La vera protagonista è proprio Atlanta – come luogo e come spirito – e questo ce lo dice proprio il primo episodio, dal titolo “The Most Atlanta”. Il modo in cui gli eventi e il loro ciclico ripetersi viene gestito getta una nuova luce sull’intera produzione, in particolare sul modo in cui si raccorda alla stagione passata.
Atlanta - Stagione 4Espressione di tale tendenza positiva è il percorso intrapreso da Van e Earn, che trova risoluzione in un episodio che pone Atlanta al centro della narrazione – pur ambientandosi ai suoi confini. Si tratta di una coppia e di due personaggi che sono stati sapientemente costruiti nel corso delle stagioni; vederli insieme nel primo episodio, nel conforto di Atlanta come l’hanno sempre conosciuta, non risulta spiazzante per lo spettatore, pur ricordando quanto Van abbia attraversato nella scorsa stagione. Il momento di risoluzione della loro avventura coincide con uno degli episodi più “normali” della serie – e che risulta essere egualmente riuscito, anche per le performance impeccabili che lo caratterizzano. “Snipe Hunt” rappresenta il punto di arrivo di una costruzione iniziata nel pilot della serie, un momento in cui la fragilità di Earn emerge nelle lacrime silenziose ma ben visibili, e in cui la cinematografia di Murai si esprime in tutta la sua delicatezza, consegnandoci un episodio esente da qualunque sbavatura. All’inizio della stagione Van ed Earn riescono ad uscire, a suon di calci e pugni – in un modo tipicamente surreale e in pieno Atlanta-style – da un centro commerciale dall’aura spettrale; pochi episodi dopo, in un contesto diametralmente opposto – quello di una tenda da campeggio fin troppo grande per sole tre persone – si ritrovano ancora insieme, ma forti di una consapevolezza nuova. Nonostante la robbing season, che li aveva derubati della loro giovinezza, è una vita nuova quella che li aspetta al di fuori di Atlanta: una vita da percorrere insieme.

Atlanta - Stagione 4Che la serie sappia esattamente che direzione dare ai propri personaggi è più che evidente anche nel caso di Alfred, il cui percorso ha un approdo per nulla scontato. Andrew Wyeth. Alfred’s World” è la lettera d’addio a un personaggio che è tutto fuorché stereotipato, e la cui evoluzione è in realtà iniziata nella seconda stagione. Se nell’episodio allora dedicatogli Alfred si perdeva nei boschi e ritrovava se stesso (per poi perdersi di nuovo ad Amsterdam, sulla scia del successo sempre più grande), il nono episodio  di questa ultima stagione mostra una vita speculare, e un Alfred che sembra davvero aver trovato il senso delle sue giornate. Come sempre, Atlanta anticipa le vicende dei suoi personaggi, e dissemina di piccoli indizi gli episodi, al punto tale che la scelta di Alfred di provare la vita nei campi non sembra assolutamente così fuori dal normale. Lo stesso Darius aveva sottolineato come Alfred non fosse tipo da fidanzate; ed è un Alfred che, diversamente dal passato, si gode il passare dei momenti, la vita che lentamente scorre, quel picco surreale che sempre la accompagna. Il tocco del regista Hiro Murai è anche in questo caso un segno distintivo, che rappresenta il richiamo della natura, questa volta vissuto a pieno, nella paura quanto nella calma. In un moto centrifugo che sembra caratterizzare tutti i protagonisti – tranne uno -, Alfred ritrova la sua dimensione più intima lontano da Atlanta. Ancora una volta, Atlanta è la città-protagonista, il punto focale delle vite dei personaggi, e al contempo la realtà da cui tutti sembrano allontanarsi. 

Muovendoci verso il finale di serie – che il regista Hiro Murai ha rivelato non essere stato la prima scelta per chiudere lo show, ma quella che poi si è rivelata più vincente – si riconfermano i tratti spiccatamente onirici che hanno caratterizzato la lunga storia di Atlanta. Non è un caso che la serie si concluda con un episodio interamente dedicato a Darius – personaggio iconico e costantemente avvolto da un alone di mistero -, e non è un caso che l’episodio in sé sia rappresentativo di tutta la poetica dello show, tanto dei suoi eccessi quanto della sua innata capacità di disvelare una trama orizzontale in realtà sempre presente, che riverbera in ogni scena.
Atlanta - Stagione 4Nel finale di serie, infatti, Darius vive scenari progressivamente più assurdi, innescando, nello spettatore, il seme del dubbio che un po’ ha pervaso l’intera storia: che si tratti, come il titolo dell’episodio suggerisce, di un sogno – una realtà fabbricata dalla mente di Darius? Nel progredire dell’episodio, Darius affronta situazioni che sembrano sempre meno disancorate dalla realtà, ma ancorate ad Atlanta, ancora fulcro delle vicende. L’ennesima avventura con la gang si chiude con un’espressione di sgomento mista a paura – e il suono delle sirene della polizia -, che riflette quella di chi guarda. Lo spettatore non può veramente sapere se quanto rappresentato in quattro stagioni sia o meno un sogno – tanto vi sono dei validi indizi per suffragare questa tesi, tanto lo stesso Darius potrebbe sognare avventure con gli amici ormai trasferitisi lontano -, ma è la stessa serie a fornici la chiave di lettura del suo finale aperto. Non importa stabilire se quanto mostrato sia vero solo in parte, o completamente: ciò che importa è che la serie ha avuto fin da subito il coraggio di osare e di imporsi con coerenza sempre maggiore sulla scena seriale di questi anni, reinventandosi nel modo migliore possibile dopo uno hiatus lungo quattro anni.

Quanto visto da Darius è simbolo di quanto di bello gli spettatori hanno visto in questi anni: una serie-tv che è un piccolo gioiellino di creatività e sperimentazione, di performance ottime e di scrittura che non ha mai perso il suo obiettivo principale. Come per Darius negli ultimi secondi dell’episodio, allo spettatore non è dato altro che sedersi sul divano e godersi lo spettacolo: uno spettacolo che rimarrà nel cuore e nella mente di chiunque l’abbia visto, tanto per la specificità di alcuni episodi semplicemente iconici, quanto per la sua trama orizzontale.

Atlanta - Stagione 4Se la terza stagione aveva ottenuto qualche critica – seppur leggera, dovuta alla qualità elevata del narrato, che però poco si concentrava sulla gang -, questi ultimi episodi ritornano a focalizzarsi su Atlanta e sul quartetto protagonista, riuscendo a gestire bene  la transizione tra ciò che i personaggi erano prima e ciò che sono ora. In particolare, la costruzione ha un effetto più che riuscito nei confronti di Earn, protagonista (anche indiretto) dei passaggi più significativi di quest’annata; sia nell’episodio che ce lo regala in terapia, con una performance eccezionale e una costruzione della vendetta che non lascia spazio ad alcun giudizio, sia nell’episodio “mockumentary”, diretto proprio da Donald Glover. È evidente che nell’episodio dedicato al primo (fittizio) CEO nero di Disney si rifletta una lettura del mondo artistico che è propria della serie, già espressa a pieno nello straordinario “Teddy Perkins”. Anche in “The goof who sat by the door” si percepisce uno studio e una rivoluzione sul significato dell’opera e dell’artista, e sulla sofferenza che sembra dover sempre caratterizzare una vita dedita all’arte.

Atlanta, in questa stagione finale, riconferma il suo valore imprescindibile, la sua ricchezza di contenuti che ha pochi eguali nel panorama seriale, e il suo sguardo attento e sempre riflessivo sulla realtà e su cosa ci circonda. La scelta di chiudere con un finale aperto non fa che giovare all’economia di un prodotto che ha sempre percorso un filo immaginario, tra realtà e versioni parallele, riuscendo a risultare convincente in ogni singolo elemento della narrazione.

Voto Stagione: 9
Voto Serie: 9

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Informazioni su Annalisa Mellino

Trascorre la maggior parte della sua esistenza nell’oscurità seriale (perché i teen drama non li vogliamo considerare) quando un giorno, presa da chissà quale illuminazione divina, decide di guardare Buffy The Vampire Slayer. La strada è segnata, seguono Angel, Lost, Breaking Bad e Mad Men. Un hobby che si trasforma in una passione totalizzante e in qualcosa di cui non si può più fare a meno. Aggiungiamoci il culto della scrittura, coltivato fin dalla tenera età (toccatele tutto, tranne il maghetto occhialuto) e il gioco è fatto.


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2 commenti su “Atlanta – Stagione 4

    • Annalisa Mellino L'autore dell'articolo

      Concordo! E la decisione di chiudere l’intera serie con quell’episodio l’ho trovata incredibilmente azzeccata.