
Il risultato è stato eccellente e i primi cinque episodi lo hanno dimostrato oltre ogni possibile dubbio: Pedro Pascal e Bella Ramsey si sono calati perfettamente nei ruoli dei protagonisti, nonostante le critiche ingiustificate a priori di molti fan. La scrittura di Mazin, sceneggiatore di quasi tutti i nove capitoli che compongono la prima stagione, eccezion fatta per “Left Behind” scritto da Druckmann, è stata calibrata al millimetro per poter sia accontentare lo zoccolo duro degli appassionati del videogame sia per sapersi distanziare all’occorrenza e fare delle scelte coraggiose che convincessero i più scettici. Per questo in The Last of Us possiamo tranquillamente assistere a scene d’azione al cardiopalma come per esempio la fuga dagli infetti di “Endure and Survive” ma anche ad episodi standalone come lo struggente “Long, Long Time” che fa sembrare lo show quasi una serie antologica mancata per quanto è ben riuscito. L’idea vincente degli autori è stata dunque quella di adeguare una storia che poteva benissimo essere raccontata in modo orizzontale, piatto e superficiale – il viaggio di due persone in un mondo post-apocalittico, intervallato da alcune battaglie e alcune fughe, come in una qualunque serie action-horror – in un prodotto che invece sfrutta la sua ambientazione e il medium televisivo per scandagliare in profondità la complessità di cosa vuol dire essere umani, anche in un mondo in cui si avrebbero tutte le ragioni per dimenticarsene. Questo comporta registri diversi, un particolare interesse nello sviluppo dei personaggi e dei loro rapporti e, soprattutto, un grande amore verso il materiale d’origine.

1×06 “Kin”
Il sesto episodio è diretto da Jasmila Žbanić, regista bosniaca nota per il pluripremiato film Quo Vadis, Aida?, che ha affermato di aver attinto alla sua esperienza di vita a Sarajevo come ispirazione per creare visivamente la città di Jackson, che vediamo per la prima volta in questo capitolo dello show. Si tratta di un passo importante per The Last of Us, soprattutto in relazione all’ambizione della serie e della sua già sicura seconda stagione: la cittadina di Jackson, infatti, è importante più per gli eventi futuri che per quelli attuali di Joel ed Ellie, ed è stata inserita dagli autori in anticipo in questo momento della storia proprio per sottolinearne la centralità che avrà sul lungo periodo – nel gioco originale difatti non la vediamo subito come appare nell’episodio ma ce ne viene mostrato solo un piccolo avamposto vicino alla diga.
Jackson è una piccola comunità che cerca di sopravvivere in mezzo all’apocalisse attraverso la creazione di una società in cui tutti dipendono dalla collettività e solo mettendosi insieme e condividendo in modo eguale le risorse si va avanti. Come viene espresso con una battuta in una linea di dialogo dell’episodio si tratta a tutti gli effetti di una sperimentale società comunista, cosa che lascia basito il personaggio di Tommy, interpretato da Gabriel Luna.

Dal punto di vista estetico e narrativo la puntata fa tanti riferimenti all’epica western e la città stessa di Jackson richiama a quell’universo di riferimento. Il viaggio dei due protagonisti inoltre, per non farsi mancare nulla, prosegue a cavallo, prevede delle tappe di fronte a dei falò e in una delle ultime scene dell’episodio Joel insegna a Ellie a sparare facendo pratica su un manichino.
1×07 Left Behind

Se volessimo fare un piccolo parallelo, potremmo dire che questo settimo episodio è molto simile a “Long Long Time” per la sua struttura quasi totalmente verticale e perché anche qui si racconta una storia d’amore che finisce in modo tragico. Certo, il contesto e la dilatazione temporale della narrazione sono molto diversi: qui siamo di fronte alle vite di due adolescenti cresciute nella Zona di Quarantena e non a quelle di due uomini che si trovano nella solitudine di un paesino di provincia abbandonato; inoltre, nel caso della love story tra Bill e Frank, la trama si sviluppava lungo una vita intera, mentre nel caso di Ellie e Riley – interpretata da Storm Reid (Euphoria) – la narrazione inizia e si esaurisce nel giro di una notte. Il setting scelto è, come nella controparte videoludica, il centro commerciale, che diventa luogo di scoperta e di meraviglia per Ellie, nonché luogo di passaggio fondamentale per la sua crescita umana e sentimentale.

Il finale, come si diceva, è tragico e, anche se il momento cruciale viene lasciato in sospeso – non vediamo la trasformazione di Riley anche se siamo consapevoli che solo una delle due ragazze si salverà – l’episodio funziona e ci permette di capire quali sono le motivazioni che spingono Ellie ad andare avanti e a non arrendersi di fronte alla gravità delle condizioni di Joel, anche dopo che quest’ultimo le ha intimato di lasciarlo lì e andare avanti. Riprendendo ciò che abbiamo scoperto sul personaggio di Ellie e sul rapporto tra lei e il personaggio di Pedro Pascal anche nel sesto episodio, capiamo perfettamente anche i motivi per i quali per la ragazza il rapporto con Joel è diventato tanto profondo ed è qualcosa che deve provare a non perdere a tutti i costi. Ellie ha visto morire la sua migliore amica/amante, si è dovuta lasciare alle spalle – “left behind” – tante cose, è stata lasciata sola nei momenti più difficili della sua esistenza e l’unica persona vicino alla quale si sente al sicuro – come dice lei stessa alla fine di “Kin” – è Joel.
“Kin” e “Left Behind” sono due episodi molto diversi ma entrambi molto riusciti per The Last of Us, che si conferma come uno dei titoli da tenere in maggior considerazione in questa stagione televisiva e uno dei migliori adattamenti di videogiochi mai visti sul piccolo schermo.
Voto 1×06: 8
Voto 1×07: 8 ½
