
Ad ogni modo la si veda, è compito di “The Last of the Starks” tirare le somme dopo la grande vittoria sul Night King, ora che si è in dirittura d’arrivo verso il finale di Game of Thrones.
L’apertura del quarto episodio della stagione è occupata da ciò che molti si sarebbero aspettati: la grande pira funeraria dei caduti sotto le mura della capitale del Nord. La suddetta è una scena molto potente e ben fatta, per la sua grandezza, per il senso di desolazione che accompagna l’indomani di una costosa vittoria, per la prova degli attori nel dare l’ultimo saluto ai fratelli e le sorelle d’arme. È il momento in cui non solo i personaggi, ma anche lo spettatore possono salutare Beric Dondarrion, Theon Greyjoy, Jorah e Lyanna Mormont, Eddison Tollett. Il culmine della scena è il discorso di commiato affidato a Jon Snow, che forse non è potente e suggestivo come si sarebbe atteso, ma il cui forte significato si lega a “The Long Night” come a “The Last of the Stark”. Con le sue parole, Jon Snow accoglie tutti i caduti come se tutti fossero parte della Night’s Watch, encomiandoli come “lo scudo che difende il reame degli uomini”, ma introduce anche il grande dilemma di questo episodio: il mettere da parte le proprie differenze per affrontare un pericolo più grande.

La partenza verso il Sud è lastricata di brutti ricordi per la famiglia del Nord e propone l’esaudirsi della promessa del compianto Eddard Stark, fatta a colui che non era davvero suo figlio. Ciò che in principio era una menzogna, ora diventa una rivelazione alla famiglia da parte di Jon, convinto che le sue sorelle non siano cambiate e che il medesimo onore con cui sono stati cresciuti sia ancora parte di loro. Arya è ancora fieramente legata al senso del dovere del metalupo, ma Sansa è stata forgiata dalle ordalie a cui è sopravvissuta e, sul solco dell’eredità di Ditocorto, le divisioni e gli intrighi tornano nell’intreccio. La Lady di Winterfell, oramai consumata giocatrice del Gioco del Trono, usa la rivelazione come un’arma contro la sua rivale, gettando le basi per la pretesa al trono che suo fratello non desidera. Le dinamiche fra i personaggi tornano al centro della narrazione e questo è uno dei punti di forza dell’episodio, che riesce a mettere in luce le differenze degli ultimi Stark rimasti – veri o presunti –, frutto di percorsi totalmente diversi. Una confessione a coloro in cui Jon pensava di ritrovare la fratellanza che l’aveva sostenuto fra i Guardiani della Notte mette in moto una serie di eventi che potrebbero condannare Daenerys e imporre il novello Targaryen sull’Iron Throne.
Proprio Daenerys è la figura più interessante dell’episodio. Il dualismo tra la regnante giusta e saggia che si sforza di essere e la sua natura Targaryen, feroce e sanguigna come il loro motto, è vivido. Il contrasto è reso efficace durante il banchetto, dove il tempo si ferma e lei si guarda attorno, sola e spaesata. Non solo non si sente amata come dall’altra parte del Mare Stretto e vede lo stesso amore circondare Jon, ma la scena va fondo nella memoria storica di Westeros. Gli occhi di Daenerys si posano sugli alleati che la circondano: Lannister, Stark, Baratheon, esponenti delle famiglie che hanno sterminato la Casata del Fuoco e del Sangue e che sin da piccola aveva riconosciuto come nemici. La scena è funzionale per renderci partecipi dello stato di paranoia in cui le sue legittime paure rischiano di gettarla, in un percorso non dissimile dalle difficoltà che hanno condotto alla pazzia Aerys II, il Re Folle. Durante il consiglio di guerra sembra risorgere il lato più selvaggio non solo di sé, ma del sangue che le scorre nelle vene.

Tutt’altro discorso per la morte di Missandei, il tragico, a tratti commovente finale dell’episodio, dove si incrociano il piano di Cersei, fine manipolatrice, e il seme della furia atavica di Daenerys. La dama di Naath, con le sue ultime parole, non parla al suo amato Grey Worm, ma esorta la sua signora e amica a combattere e a prendere la strada più sanguinosa per il trono. La Regina dei Sette Regni è ritratta abilmente come una sovrana dai metodi spietati ma ineluttabili, così come l’ombra che getta sino al Nord, tormentando Jaime. È palpabile il dilemma in cui la leonessa costringe Daenerys: abbracciare la sua natura e divenire come suo padre oppure tenere fede alla promessa fatta a sé stessa e a chi la seguiva? Si avvererà l’infausta previsione nella House of the undying nella seconda stagione, il ridurre la Great Hall in cenere?
È la domanda che si pongono Varys e Tyrion in un dialogo molto ben riuscito, dove i due consiglieri della regina si confrontano, scegliendo da che parte schierarsi. Varys dimostra di non essere cambiato, fermo nella sua convinzione di servire il reame e non i suoi regnanti, a qualsiasi costo. Al contrario, Tyrion è andato incontro ad un considerevole mutamento: l’imp ha trovato finalmente qualcuno in cui credere e fa tutto ciò che è in suo potere per supportarla. Questo potrebbe far intendere la docilità dinnanzi ai rimproveri della sua regina, la difesa delle sue scelte meno ortodosse e la ritrovata fede nel prossimo, in particolare nella sorella. Tyrion smussa la sua astuzia, ma ravviva il senso del dovere, che lo porta in una strada opposta rispetto a Varys, per cui i regnanti sono solo un mezzo per esaudire il volere del popolo.

“The Last of the Starks” è un buon episodio, che si dimostra soddisfacente, forse complementare a “The Long Night” per certi versi, perché ritrova la propria strada negli elementi narrativi in cui la capacità di Benioff e Weiss è affermata. Questo quarto capitolo racchiude in sé molti dei pregi di Game of Thrones, ma anche i difetti che pian piano han sempre più oberato lo show nel suo graduale discostarsi dalle linee guida del materiale di origine e la sua ascesa verso una popolarità assoluta, nel bene e nel male. Il quarto episodio getta interessanti basi, ritornando agli intrighi che caratterizzano da sempre lo show e prepara il terreno per la grande battaglia a venire, come “Winterfell” e “A Knight of the Seven Kingdoms”.
Voto: 7

Bella ed esaustiva recensione,soprattutto obiettiva…bravo…!
L’episodio non è male, ma su di lui grava il peso di essere il terz’ultimo atto della saga. Le grandi aspettative create non trovano una risposta compiuta, in grado di soddisfarle. E probabilmente non era umanamente possibile. L’impressione è che stiano costruendo un finale in cui Danaerys sarà tagliata fuori dal trono. L’esiguità delle forze rimaste, i gravissimi errori strategici (sembra che la flotta di Euron sia onnipresente e invincibile), le contraddizioni e le divergenze all’interno del suo schieramento, tutto sembra congiurare verso un esito che prevede un/una outsider sul trono di spade, probabilmente grazie alla concatenazione di eventi quasi fortuiti (teoria mia che non si ispira assolutamente a nessuno spoiler). Restando su quest’ultimo episodio, concordo a grandi linee con la recensione: buona la parte iniziale, discreta in quanto a tensione la parte finale, fan service il rapporto tra Brienne e Jaime (anche se realizzata in modo abbastanza tenero), brutta e frettolosa la scena della battaglia navale e dell’uccisione del drago, abbastanza inutile la sequenza della festa della vittoria (se non per segnalare l’isolamento della madre dei draghi). La sensazione finale è quella di un episodio a cui manca qualcosa, nonostante la durata di 80 minuti…
Ragazzi, ma scherziamo? Se si potevano avere dubbi e divergenze di pareri sull’ultimo episodio – anche se a mio parere rimane comunque ben al di sotto della sufficienza per gli standard a cui ci avevano abituato nelle prime stagioni – questo episodio è una disfatta totale. La coerenza dove sta? Veramente ritengono di rivolgersi ad un pubblico così demente da prendere per buona la morte del drago con una semplice freccia (dopo stagioni in cui veniva esaltata e magnificata la potenza e la quasi invulnerabilità dei draghi) e la fuga ad ali spiegate di Dany quando bastava semplicemente aggirare la flotta da dietro per vincere a mani basse? O di far chiudere un occhio sull’arrivo a King’s Landing di un esiguo numero di combattenti, guidati da un Tyrion implorante la resa della spietata Cersei che, nonostante abbia appena mandato un sicario ad ammazzarlo, si fa impietosire e non stermina tutti quanti?
Per non parlare dei buchi temporali (altro punto debole della serie che è venuto fuori già dalla scorsa stagione) che vedono svolgersi tutto quanto scritto qua sopra (partenza da Winterfell, battaglia, naufragio a Roccia del Drago e arrivo alla Fortezza Rossa) nell’arco di una mezz’ora.
Non so voi ma questa coerenza narrativa mi sembra più degna di un Sense8 qualunque piuttosto che di una serie che viene acclamata come la migliore di tutti i tempi.
Voto: 4
Il meccanismo portato avanti dal momento in cui la serie ha superato i libri non poteva che portare a questo, certo i modi , i tempi e la coerenza narrativa non è esente da critiche ma la mole di lavoro era importante e l’immobilismo di Martin non ha aiutato. Completamente d’accordo con la recensione la gestione delle scene d’azione è molto discutibile e diciamocelo Tyron e Jon sono i peggiori generali della storia televisiva