
La prima scelta coraggiosa intrapresa dagli autori della serie è quella di non occuparsi se non marginalmente della conclusione della terza stagione – il grande interrogativo con cui ci eravamo lasciati, ossia cosa sarebbe accaduto adesso – ma di buttarsi nella scrittura di un episodio che definire folle è un eufemismo. Il primissimo episodio della serie si era aperto proprio con l’inaugurazione della presidenza di Donald Trump – una possibilità che all’epoca gli autori non avevano davvero considerato, al punto che si erano dovuti affrettare a correggere le cose in corso d’opera. Questa quarta stagione si apre invece sempre con Diane davanti al televisore, ma stavolta mentre festeggia quello che in tanti avevano immaginato sarebbe accaduto, ossia la prima donna Presidente degli Stati Uniti d’America.

Questa tensione molto presto diventa realtà ed è anche molto più potente di quanto si potesse inizialmente immaginare: tutti possiamo condividere la crisi di una Diane che si rende conto che l’intero movimento #MeToo non solo non esiste, ma che non ha nemmeno dei reali presupposti sui quali fondarsi. È evidente dunque che la vittoria di una donna alla Casa Bianca viene letta dagli autori come il mantello dietro cui va a nascondersi una necessità reale – un serio movimento di rabbia e analisi, l’impetuosa ma necessaria fase di verità. Il pericolo e l’ipocrisia che una cosa positiva possa cambiare il modo di pensare della gente è per gli autori terreno fertile per autoanalisi e critica interna.
La scelta di tirare in ballo Harvey Weinstein così apertamente è perfetta per l’obiettivo che gli autori si sono prefissati: è possibile che a dar vita a qualcosa di positivo debba necessariamente essere qualcosa di negativo? Beninteso, non è che i King abbiano suggerito che lo scandalo Weinstein in quella realtà alternativa non ci fosse: piuttosto la spinta a tirar fuori il marcio da quella situazione – almeno tre anni prima di quando sarebbe accaduto nella realtà alternativa – probabilmente è dovuta alla presidenza Trump. La sua volgarità e la sua violenza ideologica vengono visti dal team autoriale quale spinta propulsiva a reagire, a tirar fuori la testa da una determinata situazione, cosa che in altre condizioni non sarebbe avvenuta. Il tutto, poi, è complicato dal fatto che Weinstein è coccolato dai democratici e necessario ad una presidenza che viene vista comunque come debole proprio perché ancora piegata ai soliti standard della politica, nella vergognosa associazione tra un politico donna e la gestione della rabbia. L’idea stessa che un movimento come #MeToo potesse mettere in pericolo la rielezione della Clinton è così offensiva quanto spaventosamente possibile.

Che cosa ne resta, dunque? Dopo l’iniziale ubriacatura, è il finale dell’episodio il punto focale e forse la dichiarazione d’amore per l’umanità più sincera che i King potessero fare. Quello che conta, al netto di tutte le storture e le brutture del mondo, sono i propri affetti più cari, è la realtà a noi più circoscritta che ci permette di andare avanti anche quando le cose sono spaventose o disgustose. È solo quando il suo mondo (fittizio) si sta sgretolando che Diane si “ricorda” del marito e ha bisogno di tornare da lui, anche se questo significa abbandonare tutto dietro di sé, anche se questo significa in parte tradire i propri ideali. Certo, si tratta di un messaggio romantico comprensibile e un po’ ingenuo (Diane fa parte di un mondo privilegiato che può permettersi di girare le spalle a tutto e a tutti e tornare alla propria intimità), ma è forse quello di cui si ha più bisogno, soprattutto in una situazione mondiale di tale criticità.
La scelta dell’episodio è dunque atipica: non sappiamo ancora niente della direzione che prenderà questa stagione (tranne dell’assenza di Leslie Rose) e dunque dovremo attendere almeno un altro episodio prima di sapere dove si vorrà andare a parare. Questa premiere, però, è di una potenza unica, perché mette in chiaro l’intera impostazione ideologica della serie e soprattutto chiude un certo tipo di discorso che potrebbe – ma staremo a vedere – anche essere messo da parte. In preparazione a una nuova elezione presidenziale alle porte, insomma, The Good Fight ritorna sulle scene con un episodio di grande impatto emotivo e ideologico, mettendo da parte un ritorno canonico ma regalandoci un’ora di grande televisione.
Voto: 9

Concordo con il 9 e senza spoilerare ma maronna anche la 4×02
Vero?? Questa attesa di due settimane tra la due e la tre è veramente pesante, curiosità a mille!
Si e aspettavo anche vostra recensione della 4X02.
Purtroppo non riusciremo a seguire la serie puntata per puntata (come del resto non facciamo praticamente più, con tutta la mole di serie là fuori cerchiamo di seguirne diverse per darvi un quadro più variegato possibile della serialità), ci sarà una recensione a fine stagione!